Buon compleanno Radio3 Scienza!

Il quotidiano scientifico della terza rete compie 15 anni. Con Rossella Panarese, conduttrice e coautrice della trasmissione, abbiamo parlato del percorso compiuto fin qui, di giornalismo scientifico e di come fare divulgazione con un mezzo speciale, la radio
Valentina Spasaro, 16 Gennaio 2018
Micron
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Comunicazione e new media

A quindici anni Albert Einstein si prepara ad affrontare il test per entrare al politecnico di Zurigo, J.S. Bach pubblica ”O Gott, du frommer Gott” una delle sue prime opere, e Vincent van Gogh inizia il suo lavoro presso la casa d’arte Goupil & Co. Il quindicesimo anno di vita è un giro di boa importante nello sviluppo di un’esistenza. Anni in cui sbocciano i primi lineamenti dell’identità, in cui si rendono decisi i solchi di una nascente personalità. Conquistare l’adolescenza non è impresa semplice, per cui tagliare il nastro dei quindici anni, con una certa consapevolezza del percorso compiuto, non è un traguardo scontato.
Ed è proprio in occasione dei primi tre lustri di vita di Radio3 Scienza che abbiamo parlato con Rossella Panarese, conduttrice e coautrice insieme a Marco Motta della trasmissione (la redazione del programma è composta da Paolo Conte, Matteo De Giuli, Roberta Fulci mentre in regia troviamo Costanza Confessore).
Una posizione di solitudine quella di Radio3 Scienza, come ci racconta la Panarese, un primato che avrebbero voluto volentieri conquistare in una competizione con più partecipanti. Come titolava a maggio del 2017 il Sole 24 Ore, la radio in Italia è un mezzo in salute che avanza in ascolti e in pubblicità, ma è possibile avere lo stesso entusiasmo quando la radio si occupa di scienza? Per Rossella Panarese se da un lato non è motivo di gioia il fatto che l’offerta radiofonica di programmi scientifici non sia vasta – a tal proposito ricorda la chiusura del programma settimanale Moebius – dall’altro rincuorano gli ottimi dati per quel che riguarda Radio3 Scienza. «A gennaio del 2003 è andata on air la nostra prima puntata e ogni volta che racconto di questo programma ricordo che una delle scelte più coraggiose che Radio3 ha fatto è stata quella di inserire un programma di scienza nel prime time, laddove l’ascoltatore cerca l’approfondimento della notizia, l’attualità; dunque mettere la scienza nel palinsesto della mattina, scelta sostenuta a merito dalla direzione di Radio3, si è rivelata un’idea ottima che ci ha portato buonissimi risultati”.
Quindi se la cattiva notizia è che non c’è molta scienza in radio, la buona notizia è che fortunatamente, sostiene la conduttrice di Radio3 Scienza, il giornalismo scientifico vive una buona epoca, soprattutto quando è consapevole del fatto che meno si chiude in “recinti di eccellenza”, più dialoga con il resto delle imprese umane, anche facendo i conti con il rischio di tirare qualche rigore, più funziona. «La scienza, la non-scienza o l’ignoranza di scienza sono temi che fanno parte delle nostre scelte quotidiane, non è più come un tempo che la comunicazione della scienza era una scelta di élite, oggi non può più essere così. Quando si chiude nello specialismo dell’iper-correttezza comunicativa, la scienza riesce a raccontarsi e a raccontare la contemporaneità”.
La radio, spiega la Panarese, ha avuto tante morti annunciate e tante rinascite ma in realtà è uno strumento che ha una straordinaria resilienza perché flessibile, leggero, estremamente capace di entrare in contatto con il pubblico e soprattutto è un mezzo che ha saputo e sa usare molto bene la rete, sia perché ha caratteristiche molto simili e sia per la sua capacità di avere un rapporto diretto, meno gerarchico, con l’ascoltatore rendendo il contenuto più partecipativo.
A tal proposito la domanda sorge spontanea: questa rivendicazione continua da parte dell’opinione pubblica di una partecipazione alla scienza, come è gestibile in termini di approccio per un divulgatore e quanto inficia la veicolazione del messaggio scientifico?
La chiave per la conduttrice sta nella trasparenza della missione. «Radio3 Scienza è un programma a cui piace raccontare quanta scienza c’è nella vita di ognuno di noi, come individui e cittadini, ponendo e auspicando domande, ragionando, ma per mantenere trasparente e coerente la matrice del programma abbiamo sempre cercato di ospitare ragionamenti sui quali convergono la maggior parte degli scienziati. Nessuno di noi ha lo strumento perfetto della conoscenza, ne abbiamo diversi tra cui quello potente della scienza che ha la sua forza nel fatto che condivide i risultati con tutti coloro che hanno competenze per occuparsi di quell’argomento, e quando arriva qualcuno che mette in discussione i risultati si ricostituisce la condivisione dei dati su un tassello ulteriore. Citiamo ogni parte di un dibattito ma ospitiamo solo studiosi che lavorano e i cui risultati vengono condivisi dalla comunità scientifica e lo diciamo in modo diretto.
Ospitiamo altresì i dubbi e le paure e cerchiamo di condividere con gli ascoltatori anche i modi in cui queste paure possono essere gestite, ascoltate e raccontate dalla comunicazione della scienza. Questo non è semplice, più la scienza è partecipata più c’è il pericolo che le notizie corrano senza essere verificate, c’è il rischio che l’opinione del vicino di casa, proprio perché più empatica, conti di più delle opinioni dello scienziato che porta i numeri e i risultati dei trialscientifici. Radio3 Scienza propone ragionamenti e cerca di spiegare come sceglie i propri ospiti e come sceglie le notizie, cercando di dare all’ascoltatore tutti gli strumenti per farsi una propria valutazione”.
Su una cosa Rossella Panarese non ha dubbi: gli scienziati sono usciti dalla torre d’avorio. Anche quelli che non prendono particolare gusto personale alla comunicazione. Lo scienziato oggi è attento e molto consapevole, è consapevole sia quando rimprovera i mezzi di comunicazione di essere poco rigorosi ed è altresì consapevole quando ascolta il suggerimento degli addetti ai lavori quando gli dicono di non essere troppo specialistico. La capacità comunicativa degli scienziati, spiega la conduttrice, è migliorata perché è migliorata la consapevolezza che loro devono stare nel mondo o anche il loro lavoro diventa difficile, esempio lampante Elena Cattaneo e il contribuito che ha dato in questi anni come scienziata, senatrice e come esperta della comunicazione della scienza.
In questi primi quindici anni si sono alternati ai microfoni di Radio3 Scienza migliaia di scienziati, scrittori, divulgatori e premi Nobel.
Tra gli incontri che hanno conquistato un posto particolare nei ricordi di Rossella Panarese primeggia Freeman Dyson, premio Wolf per la fisica 1981, che con le sue “metafore uniche” ha colpito per l’acuta intelligenza pura. Rita Levi Montalcini ha stregato l’intera redazione, non solo per la sua incredibile bravura ma anche per la sua affascinante cura nel presentarsi. Ma il ricordo migliore, racconta la Panarese, sono i collaboratori che hanno affiancato la speaker per tutti questi anni partendo dal primo, Giovanni Spataro, ora a Le Scienze, fino a quelli che oggi lavorano al programma, tutti, al di là del rapporto umano, caratterizzati da un’elevata competenza ed eccellenza comunicativa.
A riguardo continua: «Chi si lamenta dei giovani io proprio non lo capisco! I collaboratori più giovani mi hanno insegnato molto e hanno sempre mostrato straordinaria competenza degli strumenti: saper parlare alla radio, saper scrivere, saper fare un audio per la rete, saper fare un video, andare in televisione sono capacità che ho trovato insieme nei miei collaboratori più giovani, prendo l’esempio di Silvia Bencivelli, una delle migliori giornaliste italiane di oggi.
Dal lato opposto ho ricevuto altrettanto dalle persone di grande esperienza con cui ho avuto il privilegio di lavorare e che mi hanno insegnato tanto, come Pietro Greco, grande studioso vocato alla comunicazione. Ci sono anche note dolenti, momenti critici che per me sono principalmente le occasioni in cui diventa difficoltoso mettere insieme i giudizi degli ascoltatori con quello che è il tuo progetto, dunque quando ti dicono che fai propaganda scientifica o che non dai spazio alla diversità di voci, anche se sei convinto di portare avanti il tuo lavoro al massimo, sono sempre episodi spiacevoli».
Una divulgazione, quella radiofonica, che riconosce la potenza del mezzo nella sua duttilità, tale da permettere un’ottima resistenza ai cambiamenti epocali e culturali.
A chi vuole percorrere la carriera “con le cuffie” per la divulgazione scientifica il consiglio di Rossella Panarese è di imparare a raccontare tenendo d’occhio l’attenzione dell’ascoltatore, imparando a battere il tempo con il pubblico perché altrimenti l’ascoltatore, data la leggerezza della radio, potrebbe stancarsi e cambiare frequenze molto più di quanto non farebbe con altri strumenti. Imparare a narrare in radio significa dare un taglio al proprio racconto, costruire una trama, saper presentare i personaggi, senza presunzione e senza mai trattare l’ospite come se fosse un proprio competitor, piuttosto mettersi sempre dalla parte dell’ospite. La radio, conclude la Panarese, è l’arte della sottrazione, come i grandi scultori di un tempo.

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