Clima e lingua: avevano ragione nell’Ottocento?

L’idea che sullo sviluppo delle diverse lingue possa aver influito il clima si diffuse già nel Sette-Ottocento nel campo del linguaggio e delle arti, a partire da discussioni di matrice antropologica. Successivamente abbandonata con l’affermarsi della linguistica come disciplina autonoma, tale teoria potrebbe trovare oggi nuovo fondamento nei risultati di una ricerca condotta alcuni anni fa dall’Università di Miami.
Alessandra Cutrì, 04 Marzo 2018
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Una ricerca pubblicata qualche anno fa sui Proceedings of the National Academy of Sciences ha curiosamente dimostrato che nello sviluppo delle lingue pesa probabilmente anche la latitudine[1]: a giudicare da quanto scoperto dagli esperti dell’Università di Miami, capeggiati da Caleb Everett, in collaborazione con i colleghi dell’Università di Lipsia e dell’Università di Nimega, il clima può avere effetti sulla lingua. Sembrerebbe quasi che le teorie sette-ottocentesche sulla differenziazione linguistica determinata da effetti climatici abbiano trovato un fondamento scientifico.
A quanto pare, i climi caldi e umidi stimolano la lubrificazione delle membrane mucose che ricoprono le pliche vocali, contribuendo a rendere queste ultime più elastiche e funzionali, capaci di produrre una gamma più ampia di tonalità. È quanto accade, ad esempio, nelle lingue di molti Paesi del Sud-Est asiatico, come il cinese mandarino, nel quale, com’è noto, la differenziazione di tono è determinante per cogliere variazioni di significato. Al contrario, i climi aridi avrebbero effetti deleteri sul movimento delle corde vocali, come ha dimostrato un sondaggio di laringologia da cui ha preso le mosse la ricerca di Everett.
Gli esperti di Miami hanno analizzato oltre 3700 lingue del mondo, appartenenti a vari ceppi, e hanno dimostrato che le lingue tonali, soprattutto quelle con toni complessi, sono diffuse in regioni particolarmente umide, come l’Africa centrale, i Tropici e l’Asia subtropicale, mentre nelle aree geografiche con bassissimo livello di umidità, come l’Europa centrale, le lingue tonali sono sostanzialmente assenti.

Figura 1. Distribuzione delle lingue “tonali” (in rosso) e “non tonali” (in blu); le aree geografiche più aride sono quelle in nero (cfr. Everett et al. 2015).

 

Ogni minimo effetto climatico sulla lingua produrrebbe un cambiamento che, amplificato nel tempo dai parlanti, diventa uno specifico trend linguistico.
La ricerca sembra quasi confermare che nello sviluppo delle diverse lingue potrebbe aver influito il clima, come era stato ipotizzato fino al Sette-Ottocento, quando una simile teoria si diffuse nel campo del linguaggio e delle arti, a partire da discussioni di matrice antropologica: l’idea che il clima potesse avere un influsso sulle lingue era in relazione con quella appunto “antropologica” che, più in generale, attribuiva la differenziazione fisica fra razze al clima: un esempio settecentesco si può trovare anche nel pensiero del filosofo francese Condillac.
La credenza, poi, che il clima potesse avere effetti sul comportamento umano, attribuita a Montesquieu, circolava sin dall’antichità. Secondo Charles-Louis de Secondat (1689-1755), al secolo Montesquieu, il clima era responsabile, ad esempio, della schiavitù, della propensione all’alcool, della poligamia (cfr. Gourou 1963), come emerge dalle pagine di L’esprit des lois. Madame De Staël, lettrice di Montesquieu, provò ad applicare tale teoria alla letteratura e alle arti. Agli inizi dell’Ottocento, soprattutto in ambito tedesco, l’influenza del clima fu ipotizzata anche nel campo della filosofia della storia (in particolare dai pensatori Hegel ed Herder).
Relativamente all’ambito linguistico, e in particolare italiano, questa ipotesi trovò spazio in seno alle discussioni sull’origine e sulla parentela delle lingue, che riguardarono non solo gli addetti ai lavori (di “linguisti” in senso stretto, infatti, ha senso parlare soltanto a partire dall’Ottocento), ma anche letterati con interessi linguistici (come ad esempio Giacomo Leopardi), che cercarono di spiegare la diversità fra le lingue del mondo facendo riferimento a considerazioni antropologiche e “climatiche”. Nello Zibaldone di pensieri, insieme di appunti raccolti fra il 1817 e il 1832, Leopardi scriveva:

È cosa nota che le favelle degli uomini variano secondo i climi. Cosa osservata dev’essere altresì che le differenze de’ caratteri delle favelle corrispondono alle differenze de’ caratteri delle pronunzie ossia del suono di ciascuna favella generalmente considerato […]. Dev’esser parimente osservato, che siccome il carattere della lingua al carattere della pronunzia, così i caratteri delle pronunzie corrispondono alle nature dei climi, e quindi alle qualità fisiche degli uomini che vivono in essi climi, e alle lor qualità morali che dalle fisiche procedono e lor corrispondono. Onde ne’ climi settentrionali, dove gli uomini indurati dal freddo, da’ patimenti, e dalle fatiche di provvedere a’ propri bisogni in terre [3248] naturalmente sterili e sotto un cielo iniquo, e fortificati ancora dalla fredda temperatura dell’aria, sono più che altrove robusti di corpo, e coraggiosi d’animo, e pronti di mano, le pronunzie sono più che altrove forti ed energiche, e richiedono un grande spirito, siccome è quella della lingua tedesca piena d’aspirazioni, e che a pronunziarla par che richiegga tanto fiato quant’altri può avere in petto, onde a noi italiani, udendola da’ nazionali, par ch’e’ facciano grande fatica a parlarla, o gran forza di petto ci adoprino. Per lo contrario accade nelle lingue de’ climi meridionali, dove gli uomini sono per natura molli e inchinati alla pigrizia e all’oziosità, e d’animo dolce, e vago de’ piaceri, e di corpo men vigoroso che mobile e vivido (cit. tratta da Bianchi 2012: 22-23).

La teoria leopardiana non era del tutto nuova in Italia, dove già tra Seicento e Settecento alcuni letterati avevano spiegato la differenziazione linguistica sul suolo italiano facendo appello al clima: questo è il caso, ad esempio, di Gian Vincenzo Gravina (1664-1718), giureconsulto e letterato che, richiamando a sua volta il pensiero di Ludovico Castelvetro (vissuto, quest’ultimo, nel XVI secolo, quando si avviarono in maniera costante le discussioni sull’origine delle lingue neolatine), affermava:

E si dee credere che la volgar comune si fosse mantenuta uniforme in tutte le regioni nelle sole bocche de’ cittadini romani, che, per tutto sparsi, diffondevano la lingua della plebe romana; ma non nelle bocche nazionali di ciascun paese, ove per necessità dovea, almeno nella pronunzia, sempre alterata comparire; poiché la diversità del clima e del temperamento cangia e distingue naturalmente la pronunzia. Onde, come bene considera il Castelvetro, i Lombardi nati in fredda regione, hanno pronunzia corta, aspra e tronca, e le nazioni più settentrionali sono più copiose di consonanti e di parole monosillabiche, perché hanno i nervi della lingua, per cagion del freddo, più rigidi e meno pronti; ed in conseguenza la lingua più restia. I Toscani e Romani, come nati sotto più temperato cielo, serbano intera la pronunzia, secondo la giusta misura. Onde non è maraviglia se essi hanno meglio che ogni altro, l’uso della lingua illustre, non solo nello scrivere, ma anche nel favellar comune ritenuto. I Napolitani e il resto di quel regno, che per lo temperamento e clima più caldo, hanno i nervi più volubili, più agili e più efficaci, hanno ancora la lingua più lubrica. Onde siccome prima, quando tra gli altri Greci la dorica lingua parlavano, così al presente, secondo l’indole di quel dialetto conformato a quel clima, hanno la espressione troppa intensa, ed allargan più che gli altri popoli della Italia le vocali (Gravina 1708: 147-148).

Un secolo più tardi anche Giuseppe Sarchiani, accademico della Crusca, nella lezione Della maggiore o minore attitudine delle lingue per la musica e superiorità in questo della comun lingua culta d’Italia ossia del dialetto toscano, letta il 10 marzo 1818 nell’adunanza dell’Accademia della Crusca, approfondì la questione, sostenendo che la voce, il linguaggio e la pronuncia, fondamento dell’arte musicale, variano «giusta la varietà delle nazioni, de’ climi e d’altre fisiche circostanze d’atmosfera, di bevanda, di cibo, così il canto dee naturalmente diversificare, ed essere o dilettevole, o disgustoso, o più o meno perfetto, in conformità della molteplice temperatura degli organi ond’egli viene eseguito» (Sarchiani 1829: 73); richiamando, poi, le affermazioni di Gravina e Castelvetro sulla variabilità linguistica sul suolo italiano, le sosteneva con forza, contro le opinioni dell’abate Saverio Bettinelli; per Sarchiani, infatti, sebbene la

qual proposizione [dell’influenza del clima sulla lingua, n.d.t.] comecchè al Bettinelli sia sembrata curiosa, e di prova difficile, nonostante ci si dimostra assai ragionevole, ed appien comprovata dalla non fallace esperienza, senzachè faccia di bisogno ricorrere agli anatomici per esaminare i nervi della lingua de’ vari popoli, nè a’ fisici per sapere, se il caldo scioglie ed alleggerisce la pronunzia, o fa allargar le vocali (Sarchiani 1829: 74).

Nel corso dell’Ottocento, tuttavia, le teorie sull’influenza del clima sulla lingua furono sempre più osteggiate, anche a causa del diffondersi di spiegazioni sulla differenziazione linguistica collegate all’influsso delle lingue di “sostrato” o di “superstrato”[2]. Già lo storico Cesare Lucchesini (1756-1832), ad esempio, contestò apertamente quanto il collega e presbitero Carlo Denina (1731-1812) aveva affermato nelle pagine degli atti dell’Accademia di Berlino, ossia che il clima, insieme al terreno e ad altri fattori, influenzasse la lingua (cfr. Denina 1792: 173). Per Lucchesini, invece, la differenziazione era dovuta alle sole lingue materne di popoli invasori che avevano dovuto acquisire una nuova lingua (quella dei popoli dominati: il latino) riversando su di essa alcune caratteristiche della pronuncia della propria lingua madre. Scriveva, infatti, Lucchesini:

I popoli barbari, che invaser l’Italia furon costretti d’avvezzarsi alla lingua latina; ma per quella difficoltà, che si prova da prima nell’intender bene o bene esprimer qualche voce straniera, ora cambiarono qualche vocale o qualche consonante, ora tolsero, o aggiunsero qualche lettera o sillaba in principio in mezzo o in fine. Ora l’alterazione in questa guisa fatta a una lingua si chiama fisica dal Signor Denina, perché egli derivata la crede dal clima o dalla organizzazione de’ nuovi abitanti. Ma io dubito, che volendo questo scrittore comparir filosofo sottile e profondo abbia traviato dal retto sentiero della verità. In fatti io non so bene qual sia il clima che ama una vocale piuttosto che un’altra e fa accorciar le parole di qualche sillaba. Né vedo pure come una certa conformazione di muscoli o di nervi o di non so che altro possa produr questo. E son d’avviso che se nel cuore della Svezia o della Danimarca o della Germania si trasferisse una colonia toscana o lombarda, e a questa si consegnasse qualche fanciullo appena nato di padri Svezzesi o Danesi o Tedeschi, son d’avviso io dissi, che egli si avvezzerebbe alla lingua di que’ coloni né la difformerebbe con accorciamenti o mutazioni, e pure il clima sarebbe diverso dal Toscano e dal Lombardo, e tal sarebbe la sua organizzazione qual l’avrebbe sortita nascendo. Il solo uso lunghissimo e costante forma la pronunzia e quei barbari giunti in Italia alterarono la lingua latina non pel clima, in cui eran nati, non per la naturale organizzazion loro, ma per la lingua alla quale eran avvezzi (Lucchesini 1819: 7-8).

Ma il maggior discredito verso la teoria dell’influsso climatico sulla lingua venne nell’Ottocento dagli studiosi di linguistica. Secolo della fede positivistica nella scienza e in tutto ciò che è possibile verificare con dati concreti, l’Ottocento vide il fiorire della linguistica come disciplina autonoma, dotata di metodi propri, per la prima volta “scientifici”, ossia basati sulla misurabilità effettiva dei risultati delle ricerche.
Pertanto, furono presto abbandonate le discussioni glottogoniche, sull’origine (umana o divina) del linguaggio e sulla derivazione di tutte le lingue del mondo da un’unica lingua madre (teorie monogenetiche, influenzate da fattori religiosi: unità linguistica originaria → confusione babelica) o sulla presenza sin dalle origini dell’umanità di diversi ceppi linguistici (teorie poligenetiche); tali discussioni avevano imperato soprattutto nella prima metà del XIX secolo: la corrente linguistica più accreditata nel secondo Ottocento propendeva per l’origine umana del linguaggio e la diatriba tra sostenitori delle teorie monogenetiche e sostenitori delle teorie poligenetiche si spense, a favore dei poligenisti, che negavano decisamente l’influenza del clima sulla lingua (cfr. Timpanaro 2011: 386n.).
La linguistica, ormai, diffidava da disquisizioni non fondate su dati empirici e dimostrabili, come era quella relativa agli effetti del clima sulla lingua. In Italia, nella seconda metà del secolo, si impose la teoria del “sostrato”, accennata da Carlo Cattaneo e approfondita e messa in pratica da linguisti come Graziadio Isaia Ascoli, Giovanni Flechia e Costantino Nigra. Cattaneo scrisse di argomenti linguistici e le sue idee, che trovarono posto anche nelle pagine de «Il Politecnico», furono in questo campo innovative. In particolare, egli fu uno dei primi studiosi a negare decisamente l’influenza del clima sulla lingua (cfr. Timpanaro 2011: 349) e ad avanzare l’ipotesi che nella differenziazione linguistica pesasse l’influsso delle parlate di sostrato, ossia le lingue materne di popoli che avevano dovuto adottare per la comunicazione quotidiana un’altra lingua, quella del popolo dominatore[3]. Cattaneo riteneva anche, come altri teorici sei-settecenteschi, che la differenziazione linguistica fosse dovuta a differenze di culto e di costumi, quindi a motivi culturali (cfr. Timpanaro 2011: 349)[4].
L’influenza del clima fu quindi decisamente negata dai linguisti di metà/fine Ottocento, come Ascoli, Bernardino Biondelli e anche quel gruppo di linguisti di Lipsia, definiti “neogrammatici”, che attribuivano il cambiamento linguistico a fattori psicologici (l’innovazione linguistica parte nella mente e nella produzione di un singolo individuo o di un piccolo gruppo di individui e si propaga poi alla collettività) e che rappresentarono la scuola vincente per molti decenni a partire dalla fine degli anni Settanta dell’Ottocento[5].
Ciononostante, anche un fine linguista come Ascoli, padre della dialettologia italiana, mostrò di non essere totalmente estraneo alle teorie “climatiche” quando affermò che alcuni fenomeni fonetici che si riscontrano nei dialetti meridionali, in neogreco e in albanese (nello specifico, la tendenza alla sonorizzazione delle consonanti occlusive sorde) fossero dovuti a un’«alterazione isotermica» (Ascoli 1882-1885: 113), ribadendo anche altrove questa sua idea (cfr. Timpanaro 2011: 400n.).
L’Ascoli e il suo entourage scartavano l’idea che il mutamento linguistico fosse dovuto al singolo individuo e lo consideravano come dovuto alla collettività intera, effetto del sostrato, ossia un difetto di pronuncia di popoli non particolarmente abituati ai suoni di una determinata lingua dominante.
La teoria dell’influsso climatico sul cambiamento e sulla differenziazione linguistica fu quindi screditata, criticata come una delle meno attendibili in ambito linguistico e abbandonata. A distanza di quasi due secoli, la ricerca condotta all’Università di Miami sembrerebbe riaprire nuovi scenari alle teorie dell’influsso climatico sulla lingua. Chissà… forse avevano ragione i tanti Leopardi, Gravina, Castelvetro, con le loro idee, probabilmente mutuate da pensatori antichi. Lasciamolo scoprire agli esperti.

Note:
[1] Cfr. Everett et al. (2015) e anche Everett et al. (2016). Intini (2015) e Scarpolini (2015) hanno dato notizia della prima ricerca statunitense.
[2] Per i concetti di “sostrato” e “superstrato” in linguistica si vedano Terracini (1962) e Zamboni (2011) e la voce “superstrato” nell’Enciclopedie on line(http://www.treccani.it/enciclopedia/superstrato/).
[3] Anche la corrente “schleicheriana” (dal nome del teorizzatore, August Schleicher), definita “naturalismo”, non metteva in conto l’influenza del clima nel cambiamento linguistico: sotto l’influsso delle teorie darwiniane, la lingua era considerata sulla scorta degli organismi viventi e, pertanto, ogni cambiamento linguistico era considerato l’effetto di un’evoluzione del tutto naturale, biologica (cfr. Cutrì in stampa).
[4] Nel periodo dell’espansione romana, il latino fu lingua dominante e si impose nei diversi Paesi in cui oggi si parlano le lingue neolatine; quella lingua originariamente unica, però, si differenziò in diverse parlate per influsso degli idiomi locali che soggiacquero al suo arrivo (detti appunto lingue di sostrato).
[5] Così in precedenza anche Giambattista Vico (cfr. Simone 1990: 321).

Bibliografia:
Ascoli G.I. (1882-1885), L’Italia dialettale, in «Archivio Glottologico Italiano», 8 (1), pp. 98-128 [già pubblicato, con il titolo Italy: language, in Encyclopaedia britannica, Edinburgo, A. & C. Black, vol. XIII, 1880, pp. 491-498].
Bianchi A. (2012), La “diversità delle lingue” nello Zibaldone di Giacomo Leopardi: prospettive linguistiche, antropologiche e culturali, in «Rivista italiana di linguistica e dialettologia», 14, pp. 9-28
Bolelli T. (1962), Ascoli, Graziadio Isaia, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 4
Cutrì A., Fra biologia e linguistica, in micron, 37, pp. 62-67.
Denina C. (1792), Vicende della letteratura. Libri cinque, vol. 1, Torino, presso la Società de’ Libraj:
Everett C. et al. (2015), Climate, Vocal Folds, and Tonal Languages: Connecting the Physiological and Geographic Dots, in «Proceedings of the National Academy of Sciences», 112, pp. 1322-1327
Everett C. et al. (2016), Language evolution and climate: the case of desiccation and tone, in «Journal of Language Evolution», 1 (1), pp. 33-46
Gourou P. (1963), Le déterminisme physique dans «l’Esprit des lois», in «L’homme. Revue française d’antropologie», 3 (3), pp. 5-11
Gravina P.V. (1708), Della ragion poetica. Libri due, vol. 2, Roma, presso Francesco Gonzaga
Intini E. (2015), Le lingue tonali si sviluppano in climi umidi, in «Focus», 26 gennaio 2015:
Lucchesini C. (1819), Della illustrazione delle lingue antiche, e moderne e principalmente dell’italiana procurata nel secolo XVIII. Dagl’italiani. Ragionamento storico, e critico di Cesare Lucchesini, vol. 1, Della lingua Italiana e dell’altre lingue moderne d’Europa, Lucca, presso Francesco Baroni stampatore reale
Marazzini C. (2008), Castelvetro linguista, in Ludovico Castelvetro. Letterati e grammatici nella crisi religiosa del Cinquecento, Atti della XIII giornata Luigi Firpo (Torino, 21-22 settembre 2006), a cura di M. Firpo e G. Mongini, Firenze, Leo S. Olschki Editore, pp. 189-206
Morgana S. (2010), Ascoli, Graziadio Isaia, in Enciclopedia dell’Italiano, vol. 1
Sarchiani G. (1829), Della maggiore o minore attitudine delle lingue per la musica e superiorità in questo della comun lingua culta d’Italia ossia del dialetto toscano. Lezione di Giuseppe Sarchiani, in «Atti dell’Imp. e Reale Accademia della Crusca», 2, pp. 73-81
Scarpolini J. (2015), Il clima influenza la lingua, parola di scienziato, in «Il giornale.it», 13 ottobre 2015
Simone R. (1990), Seicento e Settecento, in Storia della linguistica, a cura di G.C. Lepschy, vol. 2, Bologna, il Mulino, pp. 313-395.
Terracini B. (1961), Sostrato, in Enciclopedia Italiana, III appendice
Timpanaro S. (2011 [1965]), Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, Testo critico con aggiunta di saggi e annotazioni autografe, a cura di C. Pestelli, Firenze,Casa Editrice Le Lettere.
Zamboni A. (2011), Sostrato, in Enciclopedia dell’italiano, vol. 2

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