Coding is not for ladies: Lyndsey Scott e i cyber-bulli

Il nostro racconto sui pregiudizi della società verso il riconoscimento dei contributi delle donne alla ricerca scientifica prosegue nel mondo della computer science.
Valentina Spasaro, 25 Marzo 2019
Micron
Illustrazioni Francesco Montesanti

Nei primi anni ’60, negli Stati Uniti una President’s Commission ha sottolineato un buco nell’occupazione femminile di posti di lavoro nell’insegnamento, nella scienza e nell’ingegneria. In quegli anni, tuttavia, meno dell’1% degli ingegneri abilitati erano donne. In uno studio a scala nazionale, condotto in America nel biennio 1971-72, su 440 college universitari solo il 17% dei laureati in materie STEM erano donne.
Il 27 e il 28 marzo 2019, Washington ospiterà il congresso Outreach Day a cura della Society of Women Engineers (SWE). In occasione dell’imminente appuntamento Roberta Ricon, Senior Manager of Research della SWE, ha raccolto e pubblicato le percentuali che riassumono il numero di ingegneri donne impiegate e la percentuale di laureati in ingegneria e computer science in ogni stato degli USA.

Nonostante i numeri siano in aumento, le percentuali rimangono ancora vertiginosamente diverse tra i due sessi.
Nel Vecchio Continente la situazione è in miglioramento. Secondo Eurostat, nel 2017 in Europa su 18 milioni di scienziati, ingegneri e informatici, le donne erano il 41%. Se in cinque Stati membri – la Lituania (57% donne), il Portogallo (51%), la Danimarca (poco più del 50%), la Bulgaria e la Lettonia (entrambe il 53%) – i numeri sono estremamente incoraggianti, per altri, compreso il nostro, le percentuali cambiano sensibilmente.
L’Italia è 23esima su 28 per scienziate, informatiche e ingegnere: nel nostro paese il 34,9% delle persone attive in questi settori sono donne, sotto la media europea (41%). Il dato risulta invece brillante se si analizza in termini assoluti. Sono 373mila le donne italiane impiegate nel settore scientifico. Quello italiano è il sesto dato più alto dell’Ue, dopo Regno Unito (1,4 milioni), Germania (poco più di un milione), Francia (731mila), Spagna (665mila) e Polonia (581mila). I numeri “a groviera” lasciano intendere situazioni ancora molto instabili e che si presentano in modo altalenante da zona a zona.

Se si cerca la parola “ingegnera” sull’enciclopedia online di Treccani non apparirà alcun risultato. Il termine “ingegnera” comparirà, invece, sotto la voce ‘politically correct’. Esemplificativo di come alcune professioni non siano ancora facilmente agganciate all’universo femminile. Cliccando su quel politically correct, leggeremo: “Molte discussioni ha suscitato il problema dei nomi femminili di professione, sulla scia di prese di posizione femministe che hanno trovato espressione ufficiale in un opuscolo pubblicato dalla Presidenza del Consiglio nel 1993 contro il sessismo linguistico: non hanno avuto fortuna le proposte più radicali, ma hanno conosciuto un certo incremento nomi epiceni (la preside, assai diffuso anche prima, o la presidente invece di presidentessa) e femminili regolarmente tratti dai corrispondenti maschili in -o o in -iere (l’avvocata, la ministra, l’ingegnera)” (NdA: vedi anche Proposta di legge n.4335).
Ma come vengono comunicate le professioni legate alla computer science e all’ingegneria? Come abitano la divulgazione, i social, l’opinione pubblica? Nel settembre 2018 è diventato virale il modo in cui Lyndsey Scott, freelance developer iOS, attrice e prima modella afro-americana a firmare un runway contract con Calvin Klein, ha messo a tacere i numerosi “troll” seriali che si sono accaniti contro di lei alla notizia delle sua abilità di programmatrice.

Lyndsay inizia a programmare all’età di 12 anni, scrivendo giochi per la sua calcolatrice grafica TI-89. Nel 2006 si diploma all’Amherst College con una laurea congiunta in teatro e computer science. Nel 2011 sviluppa le sue prime app per dispositivi iOS, in “Standable, Inc.” la società di cui è fondatrice. La sua prima app pubblicata è stata Educate! a favore dell’omonima organizzazione no profit, fondata da due colleghi della Amherst, a sostegno di giovani studiosi ugandesi. Nel 2014 pubblica Code Made Cool, un’app per iPhone che insegna alle ragazze a programmare attraverso il drag and drop in scenari fantasy. Ryse Up è il nome dell’app per connettere artisti musicali affermati ed emergenti, prodotta dalla società da cui prende il nome e in cui Lyndsay è CTO e senior engineer. I ‘cyber-bulli’ hanno ignorato questo curriculum e si sono piuttosto concentrati sul cliché che non contempla la possibilità di poter far convivere scelte professionali di origine diversa, in un solo corpo. Soprattutto se questo corpo è da top model.
Lyndsay è diventata un’icona della lotta per il riconoscimento della professionalità femminile in campo scientifico, soprattutto in quello informatico, e del contrasto agli stereotipi che ne conseguono. Questa è altresì la mission di progetti come Made with Code di Google. Nel loro sito si legge: “Abbiamo iniziato Made with Code perché sempre più aspetti nella nostra vita sono alimentati dalla tecnologia, eppure le donne non sono rappresentate nei ruoli che la realizzano. Ispirando le adolescenti a lasciarsi affascinare dal coding speriamo che inizieranno a contribuire con le loro voci […] Abbiamo creato questa risorsa per dare le risposte necessarie a comprendere la Computer Science (o CS): che cos’è, perché è importante e cosa ci si può fare. Se tua figlia è già affascinata dalla CS al liceo, fantastico! Vai alla sezione “Cos’altro posso fare?” per trovare altri modi per supportarla nell’apprendimento della programmazione. Se non hai mai sentito parlare della CS, sei nel posto giusto!”. Nessuno conosce i dati meglio di Google. Ed è su quei dati sconfortanti sull’occupazione femminile in campo informatico, che il colosso di Mountain View ha deciso di puntare: se le percentuali sulle programmatrici sono allarmanti, allora portiamo il coding alla conoscenza di tutte. La sezione mentors/futurists è una splendida raccolta di storie di programmatrici, professioniste e giovanissime STEM activist che riportando la loro esperienza e la loro conoscenza, coinvolgono e divulgano. Ipso facto.
Ma non è tutto oro quel che Google. “La nostra azienda rispetta le opinioni dei suoi dipendenti, purché non si scada nel sessismo. Non è ammissibile violare il nostro codice di condotta e superare i limiti facendo avanzare stereotipi dannosi di genere” questo il commento rilasciato da Sudanr Pichai, CEO di Google, nell’agosto 2017, a seguito del licenziamento di James Damore per aver “perpetrato stereotipi di genere”. Damore è un ingegnere, autore di The Google’s Ideological Echo Chamber, o più notoriamente “Google Memo”, un memorandum di dieci pagine scritto nel periodo in cui Damore era impiegato del sito più visitato del mondo. Il Google Memo è una critica alla affirmative action, l’azione positiva attuata dalla società californiana per incrementare la diversità di genere sul posto di lavoro. Nel documento, Damone scrive: “sebbene la discriminazione esista, […] la diversa distribuzione di preferenze e abilità tra uomini e donne è in parte influenzata da fattori biologici e queste differenze potrebbero spiegare come mai non vediamo un’uguale rappresentanza di uomini e donne nel settore tecnologico e nella leadership…” e suggerisce numerosi metodi, alternativi alla discriminazione positiva, per aumentare la diversità sul posto di lavoro.
Nel suo vecchio posto di lavoro, per Damone, la carenza di dipendenti donne e un divario di retribuzione – che il memo ha riconosciuto come problemi esistenti – non era interamente il risultato della discriminazione sessista. Come riportato da Techcrunch la storia non è finita qui e si è spostata in tribunale. Il Dhillon Law Group ha presentato causa contro Google affermando che intende rappresentare tutti i dipendenti dell’azienda che sono stati discriminati a causa delle loro “opinioni politiche percepite come conservatrici”, per il loro “genere maschile” e la loro “razza caucasica”. Più specificamente, l’accusa è quella di individuare, maltrattare e sistematicamente punire e licenziare dipendenti che “hanno espresso opinioni divergenti dal punto di vista della maggioranza, su argomenti politici sollevati sul posto di lavoro e pertinenti alle politiche occupazionali e alle attività dell’azienda, come ad esempio i criteri di assunzione, la sensibilità al pregiudizio o alla giustizia sociale”. La causa sostiene anche che la “presenza numerica delle donne celebrata in Google è esclusivamente basata sul loro genere” e che altri impiegati furono “ostracizzati, sminuiti e puniti per le loro opinioni politiche eterodosse, e per il dato negativo aggiuntivo delle loro condizioni di nascita: cioè essere caucasici e/o maschi”.
Il caso Damore ha innescato una duplice reazione: gettare dubbi sulla libertà di opinione dei dipendenti Google e allo stesso tempo aprire la discussione su quale sia il limite tra libertà di opinione e espressioni sessiste. Nella mancanza intrinseca di educazione sui temi gender, è radicata la confusione di cui i casi sopra riportati sono emblema. Costruire una coscienza civile che abbia una sensibilità intuitiva e razionale sulle discriminazioni di genere e sulla localizzazione di stereotipi passa anche dalla non strumentalizzazione del tema e dall’esercizio costante della ricerca di fonti e informazioni verificate e approfondite.

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