Come ti cucino un (quasi) Nobel

Cinque ingredienti per una “ricetta” da cui trarre suggerimenti per, magari, tornare un giorno a vincere qualche Nobel in una disciplina STEM anche in Italia.
Thomas Vaccari, 22 Ottobre 2020
Micron
Immagine da www.nobelprize.org
Micron

Università degli Studi di Milano Statale

 

Si è detto tanto sul Nobel per la chimica di quest’anno. Per la prima volta l’hanno vinto due donne, Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier. Si è parlato della loro giovane età e del paragone con Thelma e Louise. L’hanno vinto per aver scoperto un sistema per modificare i geni che va sotto il nome impossibile di CRISPR e ci è stato spiegato che gli sviluppi del sistema rivoluzioneranno la medicina e le biotecnologie.

Siccome tutte queste cose le sappiamo già e da bravi preveggenti di CRISPR abbiamo già parlato in tempi non sospetti, ho pensato invece di fornirvi di seguito le istruzioni per produrre passo passo il prossimo premio Nobel. Lo faccio prendendo ad esempio la storia di Martin Jinek, il ricercatore che ha condotto gli studi nel laboratorio di Jennifer Doudna, in collaborazione con Emmanuelle Charpentier. Un giovane quasi Nobel insomma, che nonostante il comprensibile disappunto per non aver vinto, è stato tra i primi a congratularsi con le vincitrici.

Spero che dalle letture di questa “ricetta” si possa trarre qualche suggerimento e chissà, tornare a vincere qualche Nobel in una disciplina STEM (Science Technology, Engineering, Mathematics) anche a casa nostra. Attenzione: il procedimento per arrivare ad un perfetto quasi Nobel italiano è lungo e tormentato.

Ingredienti e preparazione:

1/ Munirsi di giovani scienziati e ricercatori competenti ma aperti al mondo

I giovani scienziati possiamo importarli dall’estero o produrli in casa. Le nostre scuole superiori e università li formano già molto bene. Forniscono un’educazione STEM né troppo teorica, né troppo applicata. Infatti nei laboratori attorno al mondo i giovani biologi italiani sono molto apprezzati per le loro conoscenze, competenze e capacità di ragionamento. Ma dovremmo incentivare ancor di più la mobilità internazionale degli studenti, spingendoli in numeri sempre più grandi verso i programmi Erasmus. Per far questo bisogna, tra le altre cose, insegnare il più possibile in inglese alle superiori e all’università. Così si preparano le nostre giovani menti a sentirsi a casa ovunque e si attraggono quelle straniere. Il nostro Martin, per esempio, è originario della repubblica Ceca, ma a 19 anni era già in pianta stabile a Cambridge, nel Regno Unito per studiare scienze naturali, per la laurea triennale, e poi chimica per quella magistrale. Studiare già dall’università lontano da casa – e, come in questo caso, all’estero – è un buonissimo inizio di carriera. Spinge i ragazzi all’indipendenza e apre la mente alla diversità, di cui si nutre ogni innovatore. Eh, caro mio, ma poi sti ragazzi se ne vanno e non tornano più, si sente lamentarsi da più parti. Beh, se partono presto è più probabile che a un certo punto tornino, o perlomeno spenderemo meno per formarli prima che fuggano!

2 / Essere competitivi sulle scuole di specializzazione e dottorati di ricerca

Sforniamo dottori di ricerca in numeri che sono piccoli rispetto a Europa, Asia e Nordamerica. Bisognerebbe strutturare le scuole di dottorato in modo che siano legate alle migliori realtà accademiche o industriali italiane, scuole che siano ambiziose, competitive e flessibili. Attualmente abbiamo scuole di dottorato per lo più statali con borse scarse e durata di non più di 3 anni. Senza arrivare ai 6-7 delle graduate school statunitensi, come pensiamo di attrarre e formare i migliori in queste condizioni? Jinek ha fatto il dottorato all’European Molecular Biology Laboratory (EMBL) di Heidelberg, in Germania. È una scuola di dottorato che è collegata ad uno degli istituti di ricerca biologica di base migliori del pianeta, a cui l’Italia e molti altri paesi extraeuropei contribuiscono annualmente con molti soldi da 40 anni a questa parte. L’EMBL ogni anno compete con le migliori scuole di dottorato di Europa per accaparrarsi i migliori laureati Italiani e non, a suon di offerte formative, buoni salari e benefit. Quando nei primi anni duemila io e Martin frequentavamo l’EMBL, le borse erano esentasse e, grazie all’extraterritorialità dell’istituto, giravamo addirittura muniti di lasciapassare diplomatico. Ci si sentiva unici e capaci di tutto, come ci disse i primi giorni dei corsi di dottorato Fotis Kafatos, all’epoca il director general di EMBL. Poi avrebbe fondato l’European Research Council (ERC), l’agenzia a cui tutto il mondo guarda come modello di buona gestione dei finanziamenti per la ricerca di base.

3 / Riportare le università al centro della vita del paese

Si scherza dicendo che oggi sono tutti laureati all’università di Facebook. Ma Google, Amazon, Facebook e Apple (per gli addetti ai lavori FAGA) si stanno impossessando di ampi campi della ricerca, e anche iniziando a finanziare la ricerca in biologia con iniziative come Calico e il Chan-Zuckerberg Biohub. Bill Gates lo fa da moltissimi anni con la Bill and Melinda Gates foundation. Pochi mesi fa, Google e Facebook hanno anche annunciato grandi investimenti per lo sviluppo di corsi professionalizzanti in campi nei quali le università non riescono più a formare sufficienti addetti. Un problema con queste iniziative, per il resto encomiabili, è che le politiche dettate da decisori affluenti come i FAGA si definiscono “top-down”, ovvero “calate dall’alto”. Ma le scoperte da Nobel nascono sempre dalla ricerca di base nelle università che è invece “bottom-up”. Cioè “ribolle e cresce dal basso” nutrendosi della curiosità per l’ignoto dei ricercatori e dalla loro passione per i misteri del cosmo e della vita, non dalle richieste del mercato.

La scoperta di CRISPR ne è l’esempio. Il ricercatore spagnolo Francisco Mojica (altro grande escluso del CRISPR-Nobel) ha scoperto che i batteri per difendersi dai virus che li affliggono ne rubavano pezzetti per usarli contro di loro. Martin ha capito che per farlo i batteri usano delle microscopiche forbici molecolari programmabili con quei pezzetti. Come solo chi veramente comprende, ha poi saputo modificare le forbici per iniziare a trasformarle in uno strumento per il taglia e cuci del DNA. E ora, grazie a molti altri, abbiamo imparato a remixare componenti di altri enzimi e, come dei bimbi, stiamo imparando a scrivere il nostro stesso DNA.

Quindi, il progresso del sapere è un’impresa globale che parte dal basso, una staffetta internazionale tra corridori eccellenti, dove il traguardo non è mai visibile all’orizzonte e c’è sempre moltissimo da comprendere per tipi curiosi e appassionati. E, in retrospettiva, sappiamo che ciò che di solito inizia con finanziamenti limitati – poche centinaia di migliaia di euro sono bastati per supportare la borsa di studio di Martin e i finanziamenti del laboratorio Doudna – si trasforma in un business multimiliardario. È già successo tante volte, per esempio negli anni ’80 chi aveva imparato a manipolare il DNA in provetta in università ha poi sintetizzato l’ormone dell’insulina, che ha permesso di salvare innumerevoli diabetici. Nel processo sono nate le prime aziende biotecnologiche come Genentech, e si è creata un’industria che non c’era.

Sappiamo quindi che gli investimenti nelle scienze della vita ritornano guadagni ingenti, bisogna mettersi nella prospettiva di continuare a finanziare in perdita e attendere decenni però prima che gli investimenti vengano a fruizione. Insomma, bisogna trovare il modo di accendere una fiammella per iniziare a scaldarsi col tepore della nuova conoscenza, e tenerla viva fino a che non arrivino i rinforzi con camino, legna e cuochi specializzati. Chi è giusto che decida come accendere il fuoco, se non i cittadini? Loro sono quelli che hanno il diritto di non vedersi calare dall’alto decisioni che possono in prospettiva cambiare il loro futuro. Lo strumento che i cittadini hanno a disposizione per questo sono ancora le università, da quasi un millennio un baluardo contro interessi di parte e la culla della cultura delle generazioni future.

4 / Spingere a studiare, studiare, ancora studiare

Martin non si è mai fermato. Dopo la Germania, lo ha fatto continuando a studiare per il periodo di post-dottorato proprio nel gruppo di Jennifer Doudna all’Università di Berkeley in California. Si chiama lifelong learning e consiste nel continuare a studiare tematiche o tecniche sempre diverse. Così si ha la possibilità di affrontare problemi sempre nuovi da basi solide con prospettive sempre diverse. Le nonne dicevano che non si finisce mai di imparare. Tuttora le agenzie di finanziamento per la ricerca richiedono che il ricercatore cambi laboratorio e tematica di ricerca ogni ciclo di finanziamenti (3-5 anni), almeno fino a che il ricercatore non diventa indipendente e apre un suo laboratorio. Dopo l’esperienza Californiana, Martin ha aperto il suo laboratorio all’Università di Zurigo in Svizzera, grazie anche a un finanziamento competitivo dell’ERC che ha vinto dopo aver presentato un piano di ricerca per i primi anni di vita del suo laboratorio.

Traslocare 4 volte in 15 anni tra i 19 e i 34 anni pone grandi e piccole sfide, ma dona una certa prospettiva sul mondo e nuovi orizzonti che rinnovano entusiasmo e passione per il lavoro di scienziato. Lo studio continuo è necessario perché un ricercatore come Martin deve rimanere aggiornato sulle ricerche sempre nuove che appaiono settimanalmente nella letteratura specializzata, deve aver chiaro cosa sta facendo per comunicarlo al meglio a colleghi, a finanziatori e alla comunità di non addetti ai lavori (noi). Ora Jinek è anche un Mentore, cioè un maestro nell’arte della ricerca e deve anche saper indirizzare e supportare la carriera dei colleghi più giovani che lavorano nel suo laboratorio. Deve infine fare la magia di immaginarsi quello che ancora non si sa, per sviluppare esperimenti che provino a dimostrarlo (o meglio che non ci riescano, indirizzandolo in un’altra, più accurata, direzione). Parafrasando una frase celebre di Steve Jobs, Martin deve leggere quanto non è ancora scritto sulle pagine del libro della conoscenza. È un lavoro arduo e a tratti molto frustrante, ma che dona il privilegio unico di scoprire per primi i segreti della vita.

5/ Insegnare a seguire con determinazione la propria buona stella

Come in molte situazioni, per vincere un Nobel ci vuole anche fortuna. Sia nel senso di talenti con cui forse si nasce che nel senso di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Martin è un intelletto che brilla dalla giovane età, non è un caso che sia finito a Cambridge con una borsa di studio per studenti eccellenti provenienti dall’Europa dell’est. È certo più un caso che abbia scelto il laboratorio pur eccellente di Jennifer Doudna proprio in un momento storico in cui le conoscenze su CRISPR stavano per cristallizzarsi nella comprensione della sua utilità per la modifica del nostro DNA.

Ma chi sa di esser fortunato, meglio che non si sieda sulle sue fortune. A Zurigo, dove lo hanno reclutato, lo sanno. Infatti la città da sola vince annualmente più finanziamenti ERC di tutto il nostro paese. Non è un caso, è la determinazione di voler sfruttare quanto è stato creato nell’ultimo secolo, cioè un sistema di eccellenza nella ricerca. Quindi, anche se Jinek il Nobel non lo ha vinto, Zurigo e la Svizzera stanno godendo da 7 anni, e lo faranno per molti ancora, dei frutti delle nuove conoscenze che il laboratorio di Jinek scoprirà.

L’Italia è casa delle università più antiche al mondo e ha eccellenze sparse ovunque, come il nuovo Human Technopole diretto da Iain Mattaj, il successore di Kafatos alla guida dell’EMBL.

I talenti abbondano da nord a sud e chi insegna sa che ogni anno scolastico ne sbocciano ovunque di nuovi. Bisogna supportarli e fargli capire quanto valgano, perché non vadano persi. Per esempio, facendo sistema tra ricercatori ed educatori, perché il progresso ha bisogno di una certa massa critica. Potete vederla come l’energia che deve aver la scintilla per poter accendere la fiamma del nuovo sapere.

Con questa ricetta, magari tra vent’anni e con molto lavoro torneremo a cucinare dei quasi-Nobel a casa nostra. O magari no, ma di sicuro avremo pronta in tavola una generazione di cittadini liberi e consci di sé stessi e del mondo che abitano. E una cultura che pienamente contempla e si nutre delle meraviglie che da miliardi di anni ci riserva la vita.

 

Commenti dei lettori


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  1. Giuseppe Vaccari
    Bravo.
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