Con Gravity artisti e scienziati interrogano l’Universo

Per il filosofo John Dewey “La scienza è dopotutto un’arte, una questione di consumata abilità nel condurre la ricerca”. Quando due mondi, apparentemente lontani come arte e scienza, si fondono insieme, dando vita a due espressioni diverse dello stesso pensiero, nasce Gravity – Immaginare l’Universo dopo Einstein, la mostra che vi aspetta al Museo MAXXI di Roma fino al 29 aprile.
Fernanda Marchiol, 17 Marzo 2018
Micron
Immagini Mostra Gravity / Fonte: MuseoMAXXI
Micron
giornalista scientifica

“Rivoluzione nella scienza. Una nuova teoria dell’Universo. Idee newtoniane accantonate: con questo titolo uscì il The Times la mattina del 7 novembre 1919, annunciando una nuova e importante conferma sperimentale della Relatività generale di Albert Einstein.
Una copia originale di questo articolo apre la mostra Gravity. Immaginare l’Universo dopo Einstein, concepita dal museo di arte contemporanea MAXXI di Roma insieme all’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Il progetto è un omaggio ad Albert Einstein e alla straordinaria rivoluzione del pensiero che ha sconvolto la nostra visione del cosmo.

GRAVITY. Immaginare l’Universo dopo Einstein / Fonte: MuseoMAXXI

Entrare nell’ambiente espositivo di Gravity dà l’impressione di intraprendere un viaggio nello spazio profondo, perché si passa dalla luce bianca delle altre collezioni alla completa oscurità. Il buio, una sensazione di remota tranquillità e i suoni prodotti dalle installazioni artistiche rimandano alle sembianze dell’Universo. Ma ricordano anche i limiti del sapere umano, alludendo alla materia oscura e all’energia sconosciuta che costituiscono la grande maggioranza del cosmo.
L’artista argentino Tomás Saraceno ha realizzato l’opera centrale della mostra: Cosmic Concert – The Tuning Illusion, una costellazione di tre opere (Echoesof the Arachnid Orchestra with Cosmic Dust; KM3NeT; SocialSupernova Catcher), alla scoperta del nostro essere parte del cosmo e delle interconnessioni tra esseri viventi, materia ed energia. Al centro dello spazio espositivo, un fascio di luce rende visibile il movimento della polvere di meteorite che ogni giorno raggiunge la Terra, di cui però non abbiamo percezione. La polvere si posa su una grande ragnatela tessuta dalla Nephila senegalensis, metafora della trama cosmica di materia oscura attorno a cui, secondo le ipotesi degli scienziati, si sarebbero addensate le prime stelle. Il paziente lavorio del ragno e i movimenti della polvere sulla ragnatela sono captati da speciali microfoni che trasformano le vibrazioni in suoni, da cui il nome dell’opera: Echoes of the Arachnid Orchestra with Cosmic Dust.
Le vibrazioni diventano segni visivi nell’opera Social Supernova Catcher, dove anche i visitatori prendono parte alla sinfonia polifonica del cosmo. In collaborazione con l’INFN, l’artista argentino ha modificato un modello di interferometro per tradurre in segni visivi le vibrazioni prodotte dai movimenti del ragno sulla tela e dei visitatori nella sala. “Uno degli aspetti più interessanti e suggestivi dell’opera di Saraceno”, sostiene Vincenzo Napolano, uno dei curatori della mostra (insieme a Luigia Lonardelli e Andrea Zanini) e comunicatore scientifico dell’INFN, “è l’interazione con l’interferometro: da una parte, vibra in funzione dei suoni che gli arrivano dall’opera stessa, dall’altra recepisce le interazioni delle persone con l’ambiente circostante. Tutte queste vibrazioni sono poi tradotte in suoni, a comporre il Cosmic Concert”. Infine, il Cosmic Concert raccoglie i suoni sottomarini captati dal telescopio Km3, che l’INFN ha collocato a 3.000 metri di profondità in Sicilia. Con l’opera KM3NeT, Saraceno crea una sinfonia sottomarina che si sovrappone alle altre vibrazioni sonore della polifonia cosmica, attraverso la sonorizzazione in tempo reale dei dati raccolti dall’esperimento Km3.
Cosmic Concert è un’opera originale costruita apposta per il MAXXI”, spiega Napolano. “Tomás Saraceno l’ha ideata attraverso un lungo confronto con i curatori, durato oltre un anno, con l’intento di arrivare a una sintesi dei contenuti della mostra”. L’ingresso del visitatore nell’opera fa emergere il complesso intreccio di interferenze che la compongono, metafora del continuo modificarsi dello spaziotempo in cui viviamo. Un tentativo di rendere percepibile l’interconnessione tra cosmico e terreno; ma anche un modo per prendere coscienza della propria presenza nell’Universo e imparare ad ascoltare l’ambiente circostante da nuovi punti di vista.
Al concerto cosmico dell’artista argentino si accostano altre opere d’arte, installazioni interattive, simulazioni di esperimenti scientifici, reperti storici in un intreccio tra arte contemporanea, divulgazione scientifica e storia della scienza. Le opere di Laurent Grasso, Allora & Calzadilla, Peter Fischli e David Weiss si affiancano, infatti, al cannocchiale di Galileo, all’Almagesto di Tolomeo, allo specchio di Virgo, uno degli interferometri che captano le onde gravitazionali, la cui scoperta nel 2015 ha portato un’ulteriore conferma alla teoria di Einstein. Gravity non è solamente una mostra d’arte contemporanea e nemmeno un percorso di divulgazione scientifica tout court: è un tutt’uno. “La contaminazione è la cifra originale di Gravity”, spiega il curatore, “questo accostare la fascinazione estetica e il valore evocativo dell’arte al racconto di contenuti scientifici, esplorando luoghi e linguaggi diversi e non tradizionali”.
La mostra non si limita a destare meraviglia, collocando l’uomo nell’Universo e conducendolo in un viaggio nel tempo attraverso teorie ed esperimenti che hanno condotto alle scoperte della fisica moderna e contemporanea. Nel dialogo tra scienza e arte emerge una riflessione profonda sull’effettiva capacità dell’uomo di comprendere l’Universo che abita.
Il video The Great Silence del duo di artisti Allora & Calzadilla richiama il paradosso di Fermi, alludendo ai limiti della conoscenza umana e all’incomunicabilità tra gli esseri umani e le altre specie animali. Realizzata assieme allo scrittore di fantascienza Ted Chiang, l’opera crea un paradosso mettendo in relazione l’ambizione umana di comunicare con altre forme viventi nello spazio e l’incapacità umana di riconoscere e comprendere l’intelligenza di specie animali molto più vicine in termini biologici e geografici, come i pappagalli Amazona vittata, oggi in via di estinzione proprio a causa delle attività antropiche. A questo si aggiunge l’opera provocatoria di Marcel Duchamp, 3 Stoppages – étalon, coeva alla rivoluzione einsteniana, in cui l’artista ha costruito la propria personale e relativa unità di misura, riflettendo sui parametri con cui l’uomo pretende di conoscere lo spazio e il tempo. “Duchamp fa ironia sulla capacità dell’uomo di definire misure e comprendere l’Universo”, spiega Napolano. Così, nel percorso immersivo e sensoriale della mostra l’arte interroga la scienza e problematizza il processo di conoscenza. Il messaggio interessante per il visitatore, allora, è proprio cogliere il procedere problematico della conoscenza, l’esigenza di mettere in discussione le certezze e trovare nuovi punti di vista, che è un fortissimo punto di incontro tra l’arte e la scienza. “L’arte usa l’ironia, la provocazione, la suggestione estetica; la scienza usa i modelli matematici e i dati sperimentali” prosegue Napolano, “ma entrambe interrogano ed esplorano il significato profondo delle cose: istituire un dialogo tra le due discipline è una delle sfide più affascinanti della cultura contemporanea”.

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