Coronavirus, sommersi dall’informazione

Di sicuro è prematuro fare un bilancio di ciò che il COVID-19 ha rappresentato per il mondo dell’informazione. Abbiamo visto esplodere l’infodemia e scatenarsi tutto il peggio della comunicazione: l’approssimazione, il sensazionalismo e le mistificazioni dell’informazione; le teorie del complotto e le bufale della rete; limpreparazione, l’arroganza ma anche la solitudine dei politici, il narcisismo e le polemiche di alcuni scienziati.
Romualdo Gianoli, 06 Maggio 2020
Micron

Da qualunque punto di vista si guardi, che si tratti di giornalisti, comunicatori, politici o scienziati, tutti, sia pure in modi e misure diverse, hanno contribuito a creare un generale senso di disorientamento che è già la conferma di un fallimento. Quando in una situazione grave come questa il sentimento prevalente è il disorientamento vuol dire, infatti, che l’informazione ha fallito. Fallito nel dare risposte chiare e comprensibili alle domande dei cittadini; fallito nell’evitare la radicalizzazione delle opinioni; fallito nell’impedire la diffusione di informazioni false o fuorvianti; fallito, infine, nell’evitare la banalizzazione di delicate questioni scientifiche e nello spiegare i metodi e la complessità della ricerca scientifica.

Eppure, gli antichi greci l’avevano già capito: per loro crisi significava scelta, decisione. Anche questa crisi ci offre, dunque, la possibilità di trasformare le debolezze di oggi nei punti forti di domani e, soprattutto, di non ripetere gli stessi errori, cogliendo quegli aspetti positivi di questa vicenda che pure, come vedremo ci sono: dalla riscoperta del ruolo della scienza nella società, a quello delle donne nei processi decisionali. Ma prima di discutere di questo, proviamo a vedere quali sono stati alcuni tra gli errori più diffusi commessi dalla comunicazione in questa pandemia, cominciando con un piccolo ma illuminante esempio, che può aiutarci a entrare in argomento.

Il 21 aprile scorso, il Corriere della Sera pubblicava la consueta rubrica Il caffè di Gramellini, con un titolo che era tutto un programma: Scienza ritegno, che qui riporto per intero: «Gli scienziati dovrebbero studiare i bizzarri effetti che la pandemia ha prodotto sulla psiche di certi loro colleghi. Queste personcine ammodo, abituate a civili discussioni in punta di microscopio, sono state scaraventate sotto le luci della ribalta, con i bei risultati che abbiamo sotto gli occhi. Non si può più aprire un sito o un canale tv senza imbattersi in qualche virologo che dà del figlio di buona provetta a un immunologo. Per restare alle ultime ore, il professor Burioni – ormai un marchio in grado di sanificare qualsiasi ambiente con la sola imposizione delle sue mani disinfettate – ha affermato che, se lesimio professor Tarro era in corsa per il Nobel, lui era pronto per Miss Italia. E laltro, che in tempi normali gli avrebbe replicato nella nota a piè di pagina di un opuscolo per adepti, ha risposto a stretto giro di telecamera che lo vedeva benissimo, il Burioni, sfilare in passerella, purché a bocca chiusa. La mia era ancora spalancata per lo stupore, quando si è appreso che laustero professor Ricciardi aveva appena sbeffeggiato in un tweet il presidente degli Stati Uniti che, pur essendo adesso la persona che è, resta il presidente degli Stati Uniti, costringendo lOrganizzazione mondiale della sanità a dissociarsi».

Per quanto Gramellini finga stupore e indignazione per il comportamento rissoso di certi scienziati, si fatica a credere che non sappia che una ‘verità’ scientifica scaturisce proprio dal confronto (e talvolta scontro) tra gli scienziati e che essa rappresenta il risultato di un processo darwiniano nel quale la ‘verità’ è quella che sopravvive alla selezione naturale della verifica sperimentale e che resta vera fin quando è condivisa da tutti, cioè fino a prova contraria. Insomma, il vecchio metodo galileiano.

Ciò che invece Gramellini coglie (sia pure indirettamente e non senza mostrare una certa divertita soddisfazione), è il fatto che molti scienziati durante questa crisi, sono caduti nella trappola della sovraesposizione mediatica, finendo per dare l’opportunità ai detrattori della scienza di puntare il dito dicendo: «Vedete gli scienziati? Non sono daccordo neanche fra loro, figuriamoci se possono dare certezze»! Ed ecco servito un comodo alibi per il mondo della comunicazione che può, così, allontanare da sé la responsabilità di offrire un’informazione spesso scadente, parziale o contraddittoria.

IL MONDO ALLE PRESE CON L’INFODEMIA
Questo esempio, in realtà, è solo la punta dell’iceberg di un problema ben più serio, esteso a livello mondiale e che coinvolge tutte le forme di comunicazione: dal giornalismo main stream passando per i social media, fino alla comunicazione politica e istituzionale.
In questi ultimi mesi tutti noi (e in tutti i paesi) siamo stati letteralmente travolti da un fiume in piena di informazioni di ogni genere. In ogni parte del mondo si è scatenata la corsa a dare l’ultima notizia, a comunicare il primo accenno di risultato incoraggiante, l’ipotesi più recente o la teoria più nuova. Sempre più in fretta, sempre più velocemente, perché bisogna arrivare prima degli altri e allora al diavolo la verifica, la conferma, la precisione. E per farsi notare in mezzo a tutto queste voci, poi, occorre gridare più forte degli altri. E allora vai coi titoloni a effetto, le foto di corpi martoriati, primi piani televisivi su volti in lacrime e l’ossessiva riproposizione di sequenze di camion carichi di bare e fosse comuni. E poi le onnipresenti e interminabili trasmissioni di ‘approfondimento’, con gli innumerevoli esperti di turno quasi sempre in disaccordo l’uno con l’altro. Il tutto scandito da uno snervante e ossessivo stillicidio di cifre di contagiati, ricoverati e morti, manco fosse la conta delle pecore al mercato.
Ma tutto, s’intende, è fatto in nome dell’Informazione! Peccato che sia un’informazione scomposta e bulimica che non spiega e non chiarisce ma che, al contrario, spaventa e confonde. Un’informazione che ormai non fa più distinzione tra media ‘classici’ (ma poi quali sarebbero? Anche il web ormai è ‘classico’) e social media, dove luno cita laltro e non si sa chi ha originato cosa. Come ricorda Cristina Da Rold in un articolo sulla comunicazione del rischio qui sulle pagine di micron, «…i social media non sono uno strumento altro rispetto a quelli tradizionali (spot televisivi, manifesti, articoli di giornale, interviste, volantini): sebbene le loro dinamiche siano evidentemente peculiari…».
Per questo tipo d’informazione è necessario usare un termine recente: Infodemia che, secondo la definizionedell’OMS, è «una quantità eccessiva di informazioni su un problema, con il risultato di rendere difficile identificare una soluzione. L’infodemia può diffondere disinformazione e voci durante un’emergenza sanitaria. Può ostacolare un’efficace risposta sanitaria e creare confusione e sfiducia tra le persone». Tutti pericoli che si sono puntualmente verificati e per giunta su una scala senza precedenti, addirittura di dimensioni globali, tanto da indurre le Nazioni Unite ad adottare specifiche iniziative e dedicare un’intera sezione del proprio sito web a contrastare la disinformazione sulla pandemia. Come ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: «Non stiamo solo combattendo un’epidemia; stiamo combattendo uninfodemia».

Ma c’è di più. Le Nazioni Unite inseriscono tra i pericoli dell’infodemia anche il cybercrimine, riconoscendo che ora più che mai l’informazione è diventata strategica per tutte quegli stakeholders (entità criminali, fazioni politiche o governi) che possono orientare e controllare l’opinione pubblica a suon di fake news e disinformazione. Ora più che mai il settore dell’informazione è diventato terreno di scontro tra entità geopolitiche (come la Cina, la Russia o gli USA) alla ricerca della supremazia culturale ed economica oltre che militare. È di questi giorni la notizia riportata dalla CNN, che il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dovuto smentire l’accusa secondo cui l’UE avrebbe ‘ammorbidito’ un rapporto sulla disinformazione messa in atto da Cina e Russia sul Coronavirus, dopo aver subito pressioni da Pechino. Le accuse sono state mosse dopo che il sito web Politico Europa aveva pubblicato un articolo nel quale si riferiva di una prima bozza del rapporto che accusava esplicitamente la Cina di «condurre una campagna di disinformazione globale per allontanare la colpa dello scoppio della pandemia e migliorare così la sua immagine internazionale».

Questo è soltanto un esempio, mentre gli argomenti cybercrimine e disinformazione di Stato sono troppo ampi da sviluppare in questa sede e ci porterebbero troppo lontano dalle riflessioni che stiamo facendo. Mi limito, dunque, a segnalare che il pericolo della disinformazione è talmente serio che, per tentare di contrastarlo, le Nazioni Unite invitano a cercare informazioni attendibili solo da fonti accreditate come il portale web dedicato all’emergenza COVID-19.

Ora torniamo alla questione della ‘semplice’ informazione al pubblico, cercando di vedere quali sono stati i problemi più frequenti riscontrati durante la pandemia, nonostante gli sforzi messi in campo (o semplicemente sbandierati) dai vari governi, dalle Nazioni Unite e da tutto il mondo della comunicazione.

I MEDIA MAINSTREAM
 Il 22 febbraio, quando ormai era chiaro che il contagio si sarebbe esteso a tutto il mondo, l’autorevole rivistaLancet, ha pubblicato un editoriale che si conclude indicando nella corretta informazione l’unica arma in grado di arginare la diffusione del panico: «La facilità con cui imprecisioni e teorie del complotto possono essere ripetute e perpetuate attraverso i social media e i media convenzionali, espone la salute pubblica a un rischio costante. Ad essere necessaria, soprattutto in questo periodo di incertezza, è la rapida diffusione di informazioni affidabili, l’identificazione trasparente dei casi, la condivisione dei dati, la comunicazione senza ostacoli e la ricerca peer-reviewed. Potrebbe non esserci alcun modo per prevenire una pandemia di COVID-19 in quest’epoca globalizzata, ma le informazioni verificate sono la prevenzione più efficace contro la malattia del panico».

Ora tutti abbiamo presente quello spot che da mesi, ormai, ci ricorda che l’informazione è una cosa seria e va lasciata ai professionisti del settore, giusto? Alzi la mano, allora, chi ritiene di aver ricevuto un’informazione professionale. Consiste forse nel pubblicare un giorno si e uno no titoli a effetto su improbabili cure miracolose o vaccini dietro l’angolo, per vendere qualche copia del giornale o generare qualche click in più? Qualcuno finora ha capito almeno da dove è venuto il virus SARS-CoV-2? Ah si, certo, dal mercato di Wuhan. Anzi, no, da un laboratorio segreto cinese. Si, però in Cina l’hanno portato gli americani. Ma no, ha fatto il salto di specie dal pipistrello all’uomo…ma forse era il pangolino.

 E vogliamo parlare del fatto che dopo mesi e centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo molti ‘professionisti’ dell’informazione ancora non sono riusciti a spiegare (e forse neanche a capire loro stessi) che COVID-19 non è il nome del Coronavirus ma quello della malattia che esso provoca?! Eppure, basterebbe andare sul sito web dell’OMS per chiarirsi le idee, perché si suppone che è questo che fa un professionista della comunicazione: studia, verifica e s’informa, prima di dare a sua volta informazioni al pubblico.

E invece molte volte accade che difronte a questioni scientifiche complesse e delicate come una pandemia, dove i fenomeni scientifici e finanche i vocaboli adoperati vanno prima capiti bene e poi usati nella giusta accezione (vedi, ad esempio, la differenza tra mortalità e letalità), se tutto va bene si fa una rapida ricerca su Internet e ci si sente pronti a scriverne o a parlarne. Così accade che uno storico e famoso quotidiano nazionale (che non cito per carità di patria), dando una notizia sul Coronavirus, annunci la realizzazione di uno spray in grado di proteggere dal ‘batterio’! Ma davvero pensiamo che questi siano i ‘professionisti’ della comunicazione a cui ci si dovrebbe affidare per avere un’informazione corretta, misurata, verificata e priva di sensazionalismi? E che magari permetta persino al destinatario di sviluppare un proprio pensiero autonomo su quanto sta accadendo?
La verità è che anche i cosiddetti professionisti della comunicazione, spesso si sono trovati in affanno nel fornire un’informazione di qualità, al punto da creare un’emergenza nell’emergenza. Invece di agire con autorevolezza (come chiede l’OMS e ripete da Lancet) guidando il pubblico attraverso il confuso panorama e le insidie di questa situazione, molti si sono resi colpevoli di una narrazione frettolosa, spesso fatta di notizie contraddittorie o non verificate, talvolta del tutto sbagliate o infondate, di sciocchezze sensazionalistiche e verità mistificate o parziali. In definitiva è stata presentata una versione distorta della realtà, laddove sarebbe stata essenziale una comunicazione onesta, misurata e basata sui fatti. Vediamo, allora, qualche esempio di come l’informazione ha (mal)trattato la pandemia un po’ ovunque nel mondo.

Lasciando da parte quanto sia stata attendibile e tempestiva la comunicazione delle autorità cinesi, ricordiamo come, in certi Paesi, è stata data notizia della presenza del virus, con un misto, più o meno evidente, di razzismo e xenofobia. Nelle prime fasi, quando si credeva ancora che l’epidemia sarebbe rimasta confinata in Cina o tutt’al più in Asia, molti media soprattutto occidentali, si sono affrettati a sottolineare la provenienza geografica della malattia, etichettandola come ‘cinese’.

In Francia, il quotidiano Courrier picard si è dovuto scusare con i lettori per aver pubblicato il 26 gennaio un articolo sull’epidemia intitolato: «Il pericolo giallo». Immediatamente la testata è stata accusata di razzismo su Twitter e dagli asiatici francesi è partita una campagna sui social media contro il giornale, con l’hashtag #JeNeSuisPasUnVirus. La giustificazione del giornale è stata che il pezzo doveva essere un editoriale e nel titolo doveva esserci un punto interrogativo. Seguiva la promessa: «Saremo due volte più attenti in futuro».

Non è andata meglio in Germania, dove il popolare settimanale di centro-sinistra Der Spiegel, ha dovuto affrontare critiche simili per aver pubblicato in copertina l’immagine di un uomo asiatico con una tuta protettiva e una maschera mentre guarda il suo telefono, accompagnata dal titolo: «Quando la globalizzazione diventa una minaccia mortale». La copertina ha provocato anche la reazione risentita dell’ambasciata cinese a Berlino che ha commentato così: «Una simile immagine non limita l’epidemia, ma provoca solo panico, un incolparsi reciproco e persino una radicalediscriminazione. Disprezziamo una tale mossa». Come dimenticare, poi, le esternazioni del Presidente Trump che sottolineava la provenienza cinese del virus? Solo un’altra comunicazione inutile ai fini pratici, il cui unico risultato, lungi dall’informare sulla reale pericolosità della situazione, è stato quello di fomentare il risentimento reciproco tra americani e cinesi.

Più o meno lo stesso risultato che ha avuto il video che ha spopolato sul web, in cui si vede una donna ‘di Wuhan’ mangiare un pipistrello. A creare il mito per il quale l’epidemia era stata scatenata in questo modo, ha molto contribuito il periodico inglese Daily Mail, che ha dedicato ampio spazio alla vicenda, arricchendola con numerose foto decisamente ‘forti’, chiaramente destinate a suscitare disgusto nei confronti della cultura da cui provenivano. Nonostante sia stato provato in modo inequivocabile che il video non era stato girato a Wuhan e addirittura nemmeno in Cina, ma nella Repubblica di Palau, il servizio del Daily Mail a oggi non è stato ancora ritirato.

 Ruolo analogo ha svolto il giornale americano Washington Times nel diffondere una delle più note e diffuse teorie cospirazioniste e cioè l’ipotesi che il virus sia, in realtà, un’arma biologica segreta sfuggita da un laboratorio con livello di sicurezza biologica 4 realmente esistente a Wuhan. Nonostante queste voci vengano periodicamente rilanciate, sono state più volte smentite dall’OMS e dagli ambienti scientifici. Tuttavia, il noto giornalista e conduttore televisivo americano Tucker Carlson di Fox News, ha apertamente sostenuto e ripetuto il mito. È molto interessante anche notare in che modo il Washington Times abbia aggiornato la pagina per dar conto delle smentite giunte dal mondo scientifico. L’impostazione sensazionalistica dell’articolo è rimasta invariata, con la sola aggiunta di una breve nota dell’editore (appena tre righe) in cui si dice, fondamentalmente, che nonostante gli scienziati neghino la natura artificiale del virus, le sue origini restano ancora ignote.


I veri studi scientifici, invece, sono stati relegati in due minuscoli link che passano quasi inosservati.

 A proposito di studi scientifici, un’altra cattiva abitudine si sta presentando sempre più spesso: la diffusione di risultati preliminari di ricerche non ancora concluse. Che si tratti della scoperta di nuove caratteristiche del virus, di nuovi effetti sull’organismo o di nuovi farmaci e terapie in grado di curare e/o limitare la malattia, stiamo assistendo a una corsa a pubblicare risultati ancora non definitivi e studi in fase di pre-print. E non tutti i media coinvolti si sono presi il disturbo di spiegare come vanno intesi questi risultati o cosa significhi in letteratura scientifica un pre-print o che valore abbia per la comunità scientifica uno studio non peer-reviewed.

Purtroppo, anche in questo caso, bisogna evidenziare un concorso di colpa tra mondo della comunicazione e della ricerca. Dai ricercatori infatti, non sempre sono stati chiariti a sufficienza questi concetti, né è stato sempre richiesto con la dovuta forza e incisività che fosse spiegata bene al pubblico la differenza tra un’ipotesi, un risultato preliminare e uno certo. Anzi, in alcuni casi sono stati gli stessi scienziati, ansiosi di avere notorietà, a diffondere le proprie ipotesi o previsioni, lasciando credere che si trattasse di risultati certi.

Un caso notevole è quello del legame tra inquinamento atmosferico e COVID-19, segnalato in un articolo di Scienzainrete. Era bastata la pubblicazione verso la metà di marzo di un position paper sull’argomento, per vedere titoli che davano per assodato il legame. Solo a distanza di un mese, la Società Italiana di Medicina Ambientale che sta conducendo lo studio in Italia, ha comunicato che il coronavirus SARS-CoV-2 è stato ritrovato sul particolato e il presidente SIMA ha anche aggiunto che si tratta di una ‘prima prova’ quindi c’è ancora tanto da studiare e capire. Ora non si pensi che si tratti di un’informazione secondaria o priva di conseguenze anche gravi, perché affermare l’esistenza di un legame certo tra alti valori dell’inquinamento e diffusione del Coronavirus, quando questa certezza non c’è, può avere pesanti ripercussioni, economiche.

Già questi pochi esempi mostrano come anche durante una gravissima crisi sanitaria mondiale, molti media non solo si sono dimostrati inaffidabili e non hanno contrastano la disinformazione ma, addirittura, hanno contribuito a diffonderla attivamente. D’altra parte c’è poco da meravigliarsene visto che un precedente studio (pre Coronavirus) aveva già dimostrato che quasi la metà delle 100 storie sulla salute più virali del 2018, erano almeno parzialmente fuorvianti.

I SOCIAL MEDIA
Come accennato all’inizio di queste pagine, oggi la distinzione tra media mainstream e social media, per certi versi è molto più sfumata rispetto ad alcuni anni fa. Lo si intuisce già dal fatto che molte realtà dei media classici si sono spostate sui social o hanno affiancato questa presenza a quella sulle piattaforme storiche come la carta o la televisione. Questo fenomeno ha determinato una specie di gioco di specchi nel quale un mondo riflette l’altro. Pensiamo, per esempio, a quante volte capita di vedere in televisione un servizio che commenta il tweet di un personaggio famoso, di uno scienziato o un politico e, viceversa, quante volte i social media diventano terreno sul quale si replicano e si commentano articoli di giornali o servizi televisivi.

Chiaramente i social media sono caratterizzati anche da alcune non trascurabili caratteristiche peculiari. Tra queste la velocità di aggiornamento dei contenuti e della loro diffusione, la persistenza nel tempo, la totale o parziale assenza di controllo e filtro sulle fonti, la forza di penetrazione tra il pubblico, la possibilità di creare abbastanza facilmente profili falsi o addirittura bot che diffondono disinformazione per conto di entità interessate a vario titolo e, ancora, la possibilità di realizzare deep-fake facendo dire qualsiasi cosa a personaggi pubblici o politici e la presenza di influencer non preparati su specifici argomenti come la medicina che, però, sono seguiti da centinaia di migliaia o addirittura milioni di persone.

Ciononostante, per molti versi i social media risentono delle stesse difficoltà che affliggono i media mainstream però, in qualche modo, amplificate o esasperate. Per quale motivo, allora, ci meravigliamo dell’enorme e incontrollata diffusione di notizie false, scorrette, sensazionalistiche o al limite del vero? Perché la crisi ‘infodemica’ non dovrebbe colpire pesantemente uno spazio come quello dei social media spesso invaso da una narrazione altra, che facilmente sfocia in teorie alternative o nei complotti più fantasiosi?

E infatti, in occasione della pandemia, i problemi si sono manifestati con tale evidenza e su scala così ampia, da indurre i giganti della rete come Facebook, Google, Pinterest, Tencent, Twitter, TikTok o YouTube, a dichiarare una vera e propria guerra alla disinformazione. Anche l’OMS ha stretto un’alleanza con queste aziende, arruolando addirittura un team di mythbusters per contrastare «la diffusione di voci, che includono disinformazione come quella per la quale il virus non può sopravvivere al clima caldo, che l’assunzione di una dose elevata di clorochina può proteggere da esso e che il consumo di grandi quantità di zenzero e aglio può prevenire l’infezione. Queste aziende stanno filtrando in modo aggressivo consigli medici infondati, bufale e altre informazioni false che potrebbero mettere in pericolo la salute pubblica. Con una rara iniziativa, Facebook e Twitter hanno ritirato un post di un capo di Stato che affermava falsamente che un medicinale stava funzionando ovunque contro il Coronavirus».

Quale sia l’esito di questa battaglia finora, è ancora tutto da capire, visto che un ovunque continuano a circolare bufale di ogni genere come quella, diventata famosissima, sul presunto legame tra Coronavirus e tecnologia 5G che ha già portato alla distruzione di alcune antenne Birmingham nel Regno Unito e a Maddaloni in Italia.

Anche il Governo italiano qualche settimana fa ha preso un’analoga iniziativa, come racconta Piero Bianucci in un articolo del 14 aprile su La Stampa: «In questa babele, una settimana fa il governo ha nominato una eterogenea task force di professionisti per combattere la disinformazione sul Covid 19. Può funzionare? Tralasciando ogni commento sulla composizione e sui conflitti di interesse, una task force di questo tipo si scontra subito con ostacoli intrinseci ai media stessi e altri ostacoli dovuti al contesto sociale».

Resta tutta da valutare la reale utilità di questa task force e i concreti effetti che può avere sulla comunicazione anche perché, come ricorda giustamente lo stesso Bianucci, alcune alternative e strumenti di controllo o contrasto alla disinformazione esistono già. Pensiamo, ad esempio, all’Ordine dei giornalisti e all’Istituto Superiore di Sanità, in Italia e all’OMS a livello internazionale. Anche l’operato di questi soggetti, però, si è rivelato tutt’altro che esente da critiche e comportamenti inadeguati, come accaduto recentemente alla stessa OMS. Ma questo discorso è troppo ampio e ci porterebbe troppo lontano.

GLI SCIENZIATI, I POLITICI E (PER FORTUNA) LE DONNE
Prima di concludere, ancora qualche annotazione su come scienziati e governanti hanno affrontato la comunicazione della pandemia. Diciamo la verità gli uni e gli altri in parecchie occasioni non hanno dato un bello spettacolo. Ma, per fortuna, che c’è anche chi si salva.

Abbiamo aperto con l’ironia di Gramellini sugli scienziati litigiosi che però esprimeva un malessere concreto verso la loro sovraesposizione mediatica. Ora possiamo chiudere citando almeno un’altra voce critica verso il mondo della ricerca, quella del fisico Guido Tonelli che non è certo l’ultimo arrivato in fatto di scienza. In un articolo sul Corriere della Sera del 3 maggio, intitolato ‘Il peso della responsabilità per scienziati e ricercatori’, Tonelli scrive:

«È un momento nel quale l’opinione pubblica non perde una parola di quello che dicono medici, virologi ed epidemiologi. A loro ci si aggrappa per capire, sopportare le difficoltà del momento e trovare la speranza di una via d’uscita. […] Si farebbe un pessimo servizio alla scienza se, nel frullatore mediatico che accompagna questa fase, non si riuscisse a distinguere uomini e donne che fanno ricerca sul campo, e parlano con prudenza dei loro risultati, da parolai o tuttologi che ricercano notorietà con affermazioni a effetto. Insomma, gli scienziati, tutti, devono esercitare una maggiore autodisciplina e mettere al bando comportamenti che sarebbero incresciosi anche in tempi normali, ma producono effetti devastanti nel mezzo di una pandemia. In buona sostanza virologi ed epidemiologi dovranno imparare a lasciare da parte il loro ego, e abbandonare conflitti personali e dispute senili giocate a colpi di insulti via Twitter. In queste settimane abbiamo visto che persino qualche premio Nobel non riesce a resistere alla smania di protagonismo. Uno spettacolo poco edificante. Anche gli scienziati sono essere umani, e fra loro ci sono narcisismi, invidie e gelosie. Ma quando la posta in gioco è così alta questi comportamenti devono essere isolati e messi al bando con la massima severità».

La vicenda COVID-19 ha fatto scattare un campanello d’allarme per gli scienziati, che corrono il rischio di dilapidare quellinsostituibile patrimonio di credibilità che la scienza ha saputo accumulare nel tempo, tuffandosi senza le dovute cautele in un mondo che non sempre gli è familiare, quello della comunicazione. E chiudiamo, ora, con qualche caso notevole di come alcuni governanti hanno affrontato la comunicazione.

Di solito, in una situazione come questa, le azioni dei governanti dipendono dalle informazioni ricevute dagli esperti. Di solito, ma non sempre. Tra presidenti che pretendono di fare di testa propria senza avere cognizione di causa (pensiamo al braccio di ferro fra Donald Trump e l’immunologo Anthony Fauci) ed esperti in contrasto tra loro che provocano improvvise inversioni a U nella gestione della pandemia (vedi Boris Johnson e il ripensamento sull’immunità di gregge in UK), ne abbiamo viste di ogni genere e non dovremmo meravigliarci se anche il comportamento (e la comunicazione) di molti governanti ha lasciato a desiderare mostrandosi spesso incoerente o contraddittoria.

In generale quello che abbiamo visto è un copione che si è ripetuto quasi identico un po’ dappertutto: un uomo davanti a un microfono e una telecamera, a volte solo, a volte affiancato da qualche consulente. Gli esiti sono stati controversi (pensiamo alle prime dirette solitarie del Presidente Conte e le polemiche che ne sono scaturite) oppure involontariamente esilaranti, come i siparietti fra Anthony Fauci e Donald Trump o le espressioni esterrefatte della coordinatrice della task force americana Deborah Birx, mentre Trump proponeva le iniezioni di disinfettante contro il Coronavirus.

Insomma, le performance ‘comunicative’ dei governanti non sempre sono state all’altezza della situazione o apprezzate. Ci sono state però anche delle eccezioni, come quella di Angela Merkel. La Cancelliera tedesca è stata, infatti, unanimemente apprezzata per la chiarezza e disinvoltura con le quali ha spiegato ai suoi connazionali la matematica del contagio e le azioni da intraprendere per contrastare l’epidemia. Tutti hanno attribuito il merito di questa performance al background scientifico della Cancelliera (forse l’unica tra i primi ministri europei ad avere una tale preparazione), che le ha permesso di comprendere meglio gli scenari e le soluzioni da adottare.

Ma il suo non è l’unico caso di una donna di successo nella comunicazione e gestione della crisi. Mentre, infatti, in Italia si dibatteva della scarsa presenza femminile tra i componenti delle varie task force create per affrontare l’emergenza, altrove numerose donne alla guida dei loro Paesi hanno saputo dare un’impronta del tutto personale e di successo alla loro azione. Così è stato per la presidentessa di Taiwan Tsai Ing-wen e per la Prima Ministra neozelandese Jacinda Ardern, danese Mette Frederiksen, islandese Katrin Jakobsdottir e finlandese Sanna Marin.

Proprio quest’ultima, eletta appena lo scorso dicembre, è stata la più giovane capo di Stato del mondo e si è trovata immediatamente ad affrontare il mostro della pandemia. Forse proprio grazie alla sua giovane età, ha capito che poteva usare i social media come elementi chiave nella lotta al Coronavirus. Così, consapevole che ormai non tutti si informano attraverso la stampa, ha chiesto l’aiuto degli influencer per offrire informazioni basate sui fatti durante la pandemia. Un esempio di come sia possibile usare in maniera virtuosa i social media.

Sempre nel nord Europa, la Prima Ministra norvegese, Erna Solberg, ha invece usato un mezzo classico, la televisione, ma in maniera innovativa, rivolgendosi direttamente ai bambini del suo Paese con una conferenza stampa nella quale non erano ammessi gli adulti. In quell’occasione ha risposto alle domande dei piccoli, spiegando con calma perché fosse naturale sentirsi spaventati. All’altro capo del mondo, in Nuova Zelanda, la Prima Ministra trentanovenne, Jacinta Ardern, ha rassicurato i suoi connazionali durante il blocco, trasmettendo messaggi empatici dal divano di casa sua, comunicando quotidianamente attraverso conferenze stampa ben poco formali e preferendo dirette video più intime su Facebook. Il suo approccio fatto di gentilezza, l’insistenza nel salvare vite umane, l’esortazione ai neozelandesi a prendersi cura dei loro vicini, dei più vulnerabili e a fare sacrifici per il bene del Paese, assieme all’enfasi posta sulla responsabilità condivisa, le hanno assicurato molti sostenitori e unito la nazione.

In Norvegia la Prima Ministra, Erna Solberg, ha da subito dichiarato alla CNN di voler «lasciare agli scienziati le grandi decisioni mediche», aggiungendo di pensare che il blocco precoce del suo Paese e un accurato programma di test fossero fondamentali. Addirittura, in Danimarca, la Prima Ministra Mette Frederiksen, per trasmettere ai suoi connazionali un senso di normalità, serenità e condivisione della situazione, ha diffuso sulla sua pagina Facebook un video girato nella cucina di casa sua mentre lava i piatti e canta. Davvero altri universi! 

UNA CATENA SPEZZATA
È vero, nella comunicazione di questa pandemia ci sono stati tanti errori e tante cose sbagliate. Abbiamo visto esplodere l’infodemia e scatenarsi tutto il peggio della comunicazione: l’approssimazione, il sensazionalismo e le mistificazioni dell’informazione; le teorie del complotto e le bufale della rete; limpreparazione, l’arroganza ma anche la solitudine dei politici, il narcisismo e le polemiche degli scienziati. D’altra parte, come ricorda Heidi J. Larson, direttrice della London School of Hygiene and Tropical Medicine in un recente articolo su Nature, ci troviamo in «un paesaggio complesso e non è solo questione di smontare qualche pezzo di disinformazione. Si tratta delle relazioni tra la politica e i cittadini, della perdita di fiducia nelle motivazioni dei governanti e la paura diffusa tra i leader che la verità susciterebbe disordini pubblici e dissenso».

Si tratta dunque di ricomporre quella catena spezzata della fiducia che parte dalla scienza, passa per la politica e attraverso l’informazione arriva ai cittadini. Non è una missione impossibile perché, fortunatamente, non tutto è così negativo come sembra, a partire proprio dalla scienza. Il 29 aprile, in un post sulla sua pagina Facebook, il direttore de Le Scienze Marco Cattaneo, così scriveva:

«Perché la scienza, oggi? […] Perché in effetti la scienza, durante questa emergenza pandemica, non ha tutte le risposte alle nostre domande. Quindi, perché la scienza? Perché è il modo migliore, direi l’unico, per cercare le risposte che non abbiamo. […] Perché in meno di quattro mesi ‘sto stramaledetto virus lo abbiamo rivoltato come un calzino, anche se non abbiamo ancora tutte le soluzioni che vorremmo, in un’impresa collettiva che è già di per sé monumentale. È una cosa che non sarebbe nemmeno stata immaginabile in qualsiasi altro momento della storia dell’umanità».

Ecco, partiamo allora da questa fiducia verso la scienza e usiamo lo stesso ottimismo anche rispetto all’informazione e alla politica perché, come dicevamo all’inizio, questa crisi offre un’enorme opportunità di cambiamento. A patto che ognuno faccia la sua parte e ritrovi i propri spazi.

Abbiamo visto che c’è una politica diversa che sa parlare al cuore e alle menti delle persone, quindi i governanti possono (e devono) trovare un approccio migliore a problemi così grandi e devastanti, riscoprendo l’autorevolezza della politica che deriva dalla competenza, vedi alla voce Angela Merkel. Per fare questo, però, i politici hanno bisogno di essere sostenuti da scienziati che diano informazioni chiare e attendibili, senza lasciare spazio alle opinioni o al protagonismo e che si sforzino di far capire che la scienza non è un monolito di certezze incrollabili, ma che ogni verità è frutto di un lungo percorso fatto di confronti, verifiche e fallimenti. Insomma, gli scienziati dovrebbero imparare a comunicare forse meno, ma sicuramente meglio.

Viceversa, chi fa comunicazione ha il dovere di impegnarsi di più. Questo vuol dire anche studiare di più le materie scientifiche per essere in grado di comprendere metodi, linguaggi e dinamiche di un mondo complesso come quello della scienza. Finché la comunicazione non capirà che l’informazione scientifica non s’improvvisa ma occorrono figure specializzate e professionisti preparati, non avremo mai un’informazione all’altezza delle sfide di oggi e, ancor più, di domani.

Infine, il pubblico, le persone. Quanto detto finora è certamente importante ma l’unico vero antidoto al virus della disinformazione è avere quel senso critico che permetta a ciascuno di comprendere e poi valutare in maniera corretta quanto viene proposto dalla comunicazione. E il solo modo per sviluppare questo senso critico è la competenza, perché l’unica vera cura per l’infodemia è la conoscenza, anche in campo scientifico Possono sembrare idee scontate, banali e magari un po’ ingenue, ma non per questo dovremmo rinunciare a realizzarle. Sono alla nostra portata, dobbiamo solo volerlo davvero.

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  1. Paolo Step
    Bello ma non proprio "micron".
  2. Giovanni Panzetta
    Analisi bella, precisa e soprattutto veritiera. Ciò su cui è difficile convenire è la speranza che le cose possano cambiare, almeno a breve. Medico che da 8 anni, dopo la pensione, si occupa a tempo pieno di comunicazione scientifica sui corretti stili di vita per vivere in salute, con specifico riferimento agli aspetti nutrizionali. Un caro e grato saluto.
  3. Rinaldo Sorgenti
    Caro Romualdo, buon pomeriggio e piacere di leggere questo tuo lungo ma efficace e condivisibile articolo. Complimenti davvero. Purtroppo, sono molto avvezzo ai concetti che chiarissimamente esprimi, essendomi occupato per passione del temi che riguardano l'energia ed il Clima, dove la speculazione e le, fuorvianti teorie hanno davvero imperversato, fomentate da interesse ben poco apprezzabili. Un caro saluto. Rinaldo
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