Correttezza scientifica e responsabilità dei giornalisti

Alla gente piace imparare, e il modo migliore d’intrattenerla è darle la possibilità di capire, almeno in parte, qualcosa che non aveva mai capito prima. La correttezza scientifica non deve però essere limitata alle riviste per specialisti. Le inesattezze fanno danni soprattutto quando escono su organi di stampa rivolti al pubblico generale, che a differenza degli specialisti non è in grado di notarle.
Gianni Fochi, 23 Luglio 2017
Micron
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Chimica  

Nel 1870 Mark Twain scrisse il gustosissimo racconto intitolato “Come divenni redattore d’un giornale agrario”. Giornalista disoccupato, il protagonista spiega perché accettò il posto, anche se d’agricoltura non sapeva proprio nulla: «Mi trovavo in circostanze che facevano dello stipendio un nobile scopo». Sembrerebbe scritto ora… Alla fine di quella storia i lettori inferociti assediano la redazione. Cosa ha mai fatto di male quel giovanotto? Ha scritto, fra l’altro, che per raccoglier le rape non bisogna scuotere l’albero: è molto meglio mandar su un ragazzo con la scala.
Invenzione d’un umorista? Narrazione caricaturale? Oh, sì! Quell’episodio sì, lo è. Ma è poi molto diverso dal servizio uscito anni fa sul quotidiano genovese Il Secolo XIX su un inceneritore di rifiuti funzionante nel porto di Copenaghen? L’autore, riprendendo una fonte scritta in inglese, informava i lettori che quell’impianto non costituiva un problema d’inquinamento, perché i fumi venivano purificati col “lime, saporito frutto esotico”. Corbezzoli! Ce li vedete i danesi a importare tonnellate e tonnellate di quell’agrume (limetta, in italiano) per non inquinare l’aria?
Sarebbe bastato aprire un vocabolario d’inglese, per scoprire l’esistenza di tre voci lime, identiche nella grafia e nella pronuncia (làim) eppure soltanto omonime. Con questo termine i linguisti indicano parole identiche, ma diverse per origine e quindi per significato. Il dizionario Treccani consultabile in rete fa l’esempio di miglio, che può essere un’unità di misura di lunghezza, ma anche una graminacea. In effetti l’inglese lime può significare l’agrume limetta, ma anche tiglio e — guarda guarda! — calce. Il redattore dell’articolo, con in testa l’allora martellante pubblicità d’uno sciampo “al laim dei Caraibi”, era talmente privo di conoscenze chimiche, da non immaginare neppure che l’acidità presente nei fumi dell’inceneritore doveva essere neutralizzata da qualcosa di basico, come appunto la calce.
Quella baggianata è un caso limite, penserà qualcuno. Forse lo è nel suo umorismo involontario, ma non certo nella sostanza.
Ecco su due piedi un altro esempio. In autostrada un’autocisterna carica d’azoto liquido sbandò e si rovesciò, lasciando fuoruscire il suo carico. Le cronache parlarono immancabilmente della nube tossica che si diffuse sulla zona. Niente d’umoristico, stavolta; anzi, ecco un bell’allarme ad attrarre l’attenzione del pubblico. Ma la grave disinformazione non mancava. Se i cronisti avessero saputo che l’azoto costituisce quasi l’ottanta per cento dell’aria che respiriamo — anche di quella pulita! —, avrebbero evitato l’aggettivo tossica.
Magari, con un pizzichino di scienza da scuola media, avrebbero capito che, fra l’altro, la nube non era nemmeno d’azoto, ma di minuscole goccioline d’acqua.
Alla pressione atmosferica l’azoto liquido ha una temperatura di quasi duecento gradi sotto zero. Se esce dai contenitori speciali in cui viene conservato allo stato liquido (hanno pareti isolanti paragonabili a quelle dei termos), ovviamente si riscalda: può farlo solo a spese di ciò che lo circonda. Così l’aria si raffredda parecchio e diventa improvvisamente sovrassatura rispetto al vapor d’acqua che essa contiene, perché la sua capacità di contenerne dipende molto dalla temperatura. Dunque una certa quantità di vapore deve uscire dalla miscela con l’aria, cioè si condensa in forma liquida, come fa sulla bottiglia di birra tirata fuori dal frigorifero. Nel caso d’una massa d’aria raffreddata bruscamente, le goccioline d’acqua sono tanto piccine da rimaner sospese. Ecco la nube: un banco di nebbia. Fuori tempo, ma nulla più.
Non proseguirò con gli esempi, non è questo il luogo. Passo invece al nocciolo della questione: la formazione di chi si dedica al mestiere di giornalista. Sulla categoria dei giornalisti circola una battuta: raccontano cose che non sanno e spiegano cose che non capiscono. Loro stessi ogni tanto la citano per buttarla sul ridere e, in sostanza, autoassolversi.
Nel 2009 intervistai per un mensile l’allora vicepresidente dell’EUSJA (Unione d’associazioni europee di giornalismo scientifico), poi diventata presidente, l’inglese Barbie Drillsma. Le chiesi se, secondo lei, è possibile diventare buoni giornalisti scientifici anche senza una formazione scientifica universitaria. Rispose che lei stessa non l’aveva, ma, «se sei un buon giornalista, puoi trattare qualunque argomento».
Più di recente Marco Ferrazzoli, capo dell’ufficio stampa del CNR, presentando un suo libro sul rapporto fra scienza e pubblico, ha dichiarato di non avere una formazione scientifica. Ha aggiunto però che secondo lui il divulgatore non deve spiegare i concetti scientifici: deve solo suscitare curiosità. Non so a voi, ma a me viene in mente Giovan Battista Marino, massimo esponente della poesia barocca italiana: «È del poeta il fin la meraviglia». Come nella poesia, lo stridore che io sento non sta nel ricorso alla meraviglia o alla curiosità, strumento potente per agganciare il pubblico; sta nello scambiare uno strumento con lo scopo.
E lo scopo quale deve essere? Lascio la parola a uno scienziato molto famoso, quel Richard Feynman che nel 1965 prese il Nobel per la fisica, ed è noto al pubblico per i suoi libri divulgativi particolarmente vivaci. Nel brano seguente egli tocca il tema del rapporto fra scienza e teatro, ma ciò che dice va altrettanto bene se sostituiamo la parola giornalismo a teatro e spettacolo: «L’idea che la gente di teatro sappia come presentare la scienza perché è esperta di spettacolo, a differenza degli scienziati, è sbagliata. Loro non hanno nessuna esperienza nello spiegare le idee e io sì. I veri trucchi del mestiere [di divulgatore, n.d.r.] sono l’eccitazione, l’intensità e il mistero dell’argomento. Alla gente piace imparare, e il modo migliore d’intrattenerla è darle la possibilità di capire, almeno in parte, qualcosa che non aveva mai capito prima».
Insomma, suscitare curiosità non basta: molto spesso lascia il tempo che trova, l’argomento scivola sul lettore senza lasciarlo più ricco, senza differenze rispetto a un articolo sul festival di Sanremo o sulla partita di calcio. Le idee, i concetti invece qualche buona traccia possono lasciarla: briciole, certamente, ma di cultura e di consapevolezza rispetto ai fatti della vita.

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