Dal clima alla salute, chi sono i complottisti

Sbarco sulla luna, scie chimiche, vaccini, clima, messaggi segreti sulle banconote. Sono alcuni degli argomenti oggetto delle teorie cospirazioniste più frequenti. Un’indagine condotta in Francia ha provato a fare luce sul profilo sociologico di chi tende maggiormente a darvi credito.
Irene Sartoretti, 18 Febbraio 2019
Micron

Gli americani non sono mai sbarcati sulla luna. Il traffico di droga internazionale è controllato dalla CIA.
Le scie bianche lasciate dagli aerei sono sostanze chimiche diffuse nel cielo per ragioni tenute segrete. Lo stato e le case farmaceutiche conoscono ma nascondono la pericolosità dei vaccini. Solo pochi iniziati sono in grado di decifrare i messaggi segreti che si nascondono nei disegni dei soldi di carta, nei loghi dei marchi più celebri e nelle clip musicali. Il riscaldamento climatico è una tesi inventata da politici e scienziati per servire i loro propri interessi. Esiste un complotto sionista a scala mondiale.
Sono queste alcune delle teorie cospirazioniste di cui è più frequente sentir parlare.
Dato il loro peso non marginale nell’opinione pubblica francese, la fondazione Jean Jaurès, insieme all’istituto di sondaggi Ifop, ha voluto vederci un po’ più chiaro. Ha perciò realizzato nel dicembre 2018 un’inchiesta per comprendere chiaramente quale fosse il grado di diffusione del fenomeno ma soprattutto per scoprire se esistesse un profilo tipo di coloro che sono inclini a sposare le teorie complottiste. L’inchiesta è stata condotta tramite questionario su un campione di 1506 persone, dai 18 anni in su, rappresentativo della società francese nel suo complesso. I risultati generali sull’ampiezza del fenomeno mostrano che 2 francesi su 3 sono totalmente impermeabili oppure poco porosi alle teorie cospirazioniste, ma che comunque una larga fetta di loro, corrispondente al 21%, crede a più di 5 delle teorie cospirazioniste presentate nell’inchiesta, che non abbiamo citato tutte.
La propensione o meno a credere nelle teorie complottiste è stata messa in relazione con determinate caratteristiche sociali e psicologiche, come l’età, il livello di istruzione, il livello di vita, il sentimento di avere un’esistenza riuscita o meno etc. A questo proposito, il quadro delineato dall’inchiesta è particolarmente interessante, perché mette in luce come la credenza nelle teorie cospirazioniste non sia isolata da altri elementi. Lo studio mostra al contrario come sia possibile delineare un profilo tipo del complottista, in cui la propensione a credere nelle teorie della cospirazione è solidale con altri elementi che ne definiscono l’identità sociale e la mentalità. Innanzitutto, dalla ricerca risulta che la propensione a credere alle teorie complottiste sia inversamente proporzionale al livello di studi, con il picco del 27-28% di cospirazionisti fra coloro che hanno un diploma di livello più basso della maturità e un picco inverso dell’8% nel caso di persone che hanno la laurea di primo livello. La permeabilità alle teorie cospirazioniste è anche inversamente proporzionale all’età, ovvero più si avanza con gli anni e meno si è inclini a credervi.
Secondo la ricerca, c’è anche una correlazione fra livello di vita, sentimento di riuscita e credenze complottiste.
Le categorie sociali più svantaggiate e coloro che ritengono di non essere riusciti nella vita sembrano avere una maggior propensione a credere alle teorie complottiste, coprendo rispettivamente il 38% e il 32% del campione di intervistati. La propensione a credere alle teorie del complotto diminuisce all’aumentare sia del capitale economico che del sentimento di riuscita, attestandosi fra le classi più agiate e fra i soddisfatti rispettivamente al 7% e al 20%.
Il complottista tipo è dunque qualcuno di meno di 35 anni, con basso livello di istruzione, appartenente alle classi sociali più fragili e traversato da un sentimento di scontento circa la propria esistenza. In questo specifico caso, si tenderà a credere a oltre 5 teorie complottiste sul totale di quelle prese in considerazione dalla ricerca.
Dove prendono le informazioni i complottisti? La ricerca ha cercato di rispondere anche a questa domanda. Coloro che utilizzano la radio, la televisione oppure che comprano i giornali per informarsi sembrano meno propensi a credere alle teorie cospirazioniste, con una percentuale di complottisti compresa fra il 15% e il 19%.
La percentuale sale notevolmente per coloro che usano internet come prima fonte di informazione: 27%. È in effetti in rete che le teorie cospirazioniste circolano maggiormente e, come mostrato dalla ricerca, l’adesione a questo tipo di teorie è legata anche al grado di esposizione, ovvero più sono le volte che se ne sente parlare e più cresce la probabilità di farle proprie.
A questo proposito, nel sondaggio è stato chiesto agli intervistati se contro le fake news e i discorsi incitanti all’odio in rete si dovesse intervenire limitando la libertà di espressione, cosa che ha visto i francesi spaccarsi nettamente in due.
La ricerca ha poi voluto analizzare anche la relazione fra voto politico e teorie complottiste. Ha mostrato come, nel caso di voto ai partiti estremisti dei diversi colori politici, la propensione ad abbracciare le teorie del complotto cresca significativamente rispetto ai casi di voto moderato. In particolare, la ricerca ha mostrato come i cosiddetti climato-complottisti, ovvero quelli che dubitano che esista un fenomeno di riscaldamento globale o che contestano il fatto che la sua causa sia antropica, sono sovra-rappresentati fra i votanti dei partiti dell’estrema destra francese.
Sempre restando sul versante politico e in particolare su quello del rapporto alle istituzioni, l’inchiesta ha mostrato come ci sia una relazione fra l’importanza o meno accordata al fatto di vivere in uno stato democratico e la permeabilità alle teorie complottiste. Coloro per cui vivere in democrazia è molto importante sono in sostanza sovra-rappresentati nelle categorie che non credono a teorie come quella che Lady Diana sia stata assassinata o come quella che gli attentati dell’11 settembre e di Strasburgo siano stati organizzati rispettivamente dai governi americano e francese.
Lo studio della relazione fra credenze politiche, rapporto alle istituzioni e tendenze cospirazioniste è affrontato in questo momento dall’università di Cambridge nel quadro del progetto Conspirancy & Democracy del Center for Research in the Arts, Social Sciences and Humanities (CRASSH). La ricerca, condotta in 8 diversi Paesi fra cui Gran Bretagna e Stati Uniti, sta dando i primi risultati. Nell’estate del 2018 questi sono stati pubblicati sul sito del Centro nella nota Brexit and Trump voters more likely to believe in conspiracy theories, survey shows.
Nella nota si legge che c’è un legame fra il voto politico a favore della Brexit e di Trump e la propensione a credere alle teorie cospirazioniste.
Infine, l’inchiesta realizzata dall’istituto Ifop mostra un’interessante relazione fra credenze ai fenomeni soprannaturali e teorie del complotto. I più permeabili alle teorie cospirazioniste sono nella maggioranza dei casi gli stessi che credono che si possa parlare con i morti o che pensano che esistano persone veggenti, in grado di predire l’avvenire. Sono anche quelli più inclini a credere nell’astrologia, inclinazione definita sulla base della frequenza di consultazioni dell’oroscopo. L’esistenza della relazione fra credere in spiegazioni non razionali e teorie del complotto è confermata dai ricercatori del progetto Conspiracy, che è finanziato dall’Agenzia Nazionale della Ricerca francese (ANR) e vede come responsabile lo psicosociologo Sylvain Delouvée dell’Università di Rennes, specializzato nello studio delle credenze collettive.
Il progetto Conspiracy ha messo in evidenza l’esistenza di un legame fra adesione alle teorie cospirazioniste e adesione al creazionismo, come risulta dall’articolo Creationism and conspiracism share a common teleological bias, pubblicato nell’agosto del 2018 nella rivista Current Biology da Pascal Wagner-Egger, Sylvain Delouvée, Nicolas Grauvit e Sebastien Dieguez.
Nell’articolo, i quattro ricercatori sostengono che il cospirazionismo, definito come la tendenza a spiegare gli eventi sociali e storici in termini di segreti e cospirazioni malevole, si leghi a una mentalità teleologica, definita come quel tipo di mentalità che attribuisce un fine ultimo a tutti gli eventi e alle entità naturali.
Lo studio commissionato dalla fondazione Jean Jaurès sembra in sostanza confermare, fra le altre, una precedente ricerca pubblicata nel 2013 da Martin Bruder del German Institute for Development Evaluation e, con lui, da altri ricercatori, nella rivista Frontiers in Psychology. Nella pubblicazione, dal titolo Measuring Individual Differences in Generic Beliefs in Conspiracy Theories Across Cultures: Conspiracy Mentality, veniva profilata una mentalità cospirazionista definita come mentalità in cui la tendenza a credere alle teorie del complotto si combina con altre credenze, come quella nei fenomeni soprannaturali, e con altre attitudini, come quella politica all’autoritarismo.

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