Darwin, razze umane e migrazioni

Oggi sappiamo che la genetica fornisce la piena conferma dell’ipotesi di Charles Darwin: le razze umane non esistono. Il naturalista, attraverso i suoi studi, ha falsificato l’idea di razza umana e destituito di ogni fondamento scientifico il razzismo. In questa sua dimensione “politica”, la vicenda di Darwin mostra molte analogie con quella di altri grandi scienziati, come Galileo e Einstein. Come loro, Darwin ha un progetto politico forte. E “progressista”. Nel suo caso, un mondo senza schiavitù e senza razzismo.
Pietro Greco, 23 Dicembre 2018
Micron
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Giornalista e scrittore

Il 12 febbraio 1809 è una data davvero importante nella storia dell’uomo e dei diritti civili. Perché, per una strana coincidenza, nascono due campioni, affatto diversi, della lotta alla schiavitù: Abraham Lincoln e Charles Darwin.
La vicenda antischiavista di Lincoln è ben conosciuta. E culmina nella guerra civile combattuta sul suolo americano tra il 1861 e il 1865. Il presidente coraggioso pagò con la vita la sua avversione alla schiavitù. Colpito a morte la sera precedente con un colpo di pistola da John Wilkes Booth al Ford’s Theatre, morì il 15 aprile 1865 presso la Petersen House, al numero 516 della Decima Strada a Washington.
L’antischiavismo di Charles Darwin è forse meno conosciuto. Anche se ha avuto effetti che, sul piano culturale, non sono stati certo meno importanti di quelli di Lincoln. Gli storici Adrian Desmond e James Moore, nella loro prima biografia dedicata a Darwin, hanno raccontato la vita del grande naturalista e hanno spiegato “come” il padre della teoria dell’evoluzione biologica per selezione naturale del più adatto ha generato la sua creatura. Uscita in italiano nel 1992 per la Bollati Boringhieri con il titolo Darwin, la loro è una delle più documentate biografie dell’evoluzionista nato a Shrewsbury, della contea di Shropshire, al confine tra Inghilterra e Galles. E tuttavia, per quanto importante, quel libro non proponeva una lettura “con occhiali nuovi” della vita di Charles Darwin. Nella loro seconda biografia, La sacra causa di Darwin, pubblicata in italiano con l’editore Raffaello Cortina nel 2012, Desmond e Moore spiegano perché il naturalista di Shrewsbury si è messo alla ricerca di una teoria dell’evoluzione biologica. Ed è il “perché” che, più della medesima data di nascita, accomuna Darwin a Lincoln: l’antischiavismo. «Questa è la storia, mai raccontata, di come l’orrore di Darwin per la schiavitù abbia condotto alla nostra attuale comprensione dell’evoluzione», scrivono Desmond e Moore nell’introduzione a La sacra causa di Darwin.
La “causa prima” che ha spinto il naturalista inglese a elaborare la sua teoria e a pubblicare nel 1859 il capolavoro che divide le epoche, Sull’origine delle specie, è dunque la medesima che ha portato Lincoln due anni dopo, nel 1861, a non tirarsi indietro di fronte all’apertura di una guerra civile: la “lotta alla schiavitù”. Una «causa» non strettamente scientifica, dunque, ma piuttosto un valore: culturale, morale, politico. Un valore che oggi definiremmo “progressista” e “universalista”. È un valore morale, dunque, l’orrore per la schiavitù, che ha portato Charles Darwin non solo a elaborare e poi a difendere la sua teoria dell’evoluzione biologica, ma anche a spiegare perché le “razze umane” non esistono e, dunque, non esiste alcuna base scientifica per il razzismo (che invece, purtroppo) esiste.
È su questo secondo aspetto degli effetti dell’“orrore per la schiavitù” di Darwin che ci fermeremo, anche perché lo ha portato, quasi per naturale conseguenza, ad affrontare il tema delle migrazioni nella storia della vita sul pianeta Terra. Quella data, 12 febbraio 1809, in cui sono venuti al mondo due campioni della lotta alla schiavitù, Abraham Lincoln e Charles Darwin, è una coincidenza.
Che tuttavia spiega bene come l’avversione per la schiavitù tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo fosse un sentimento tutto sommato abbastanza diffuso. Più in Inghilterra che in Nord America.
Ebbene, Charles Darwin nasce in una famiglia di antischiavisti militanti. Sia il nonno paterno, Erasmus Darwin, medico di gran fama e poeta, sia il nonno materno, Josiah Wedgwood, esponente della nuova ed emergente classe degli industriali manifatturieri, erano antischiavisti. Antischiavisti militanti, appunto. E anche piuttosto coraggiosi, visto che la loro azione politica era contestata, spesso con violenza, dai reazionari del tempo.
Non fosse altro perché l’uno e l’altro erano persone molto in vista e influenti. E non solo nello Shropshire. In realtà, i nonni di Charles avevano una connotazione culturale molto precisa. In Inghilterra il sentimento antischiavista a cavallo tra XVIII e XIX secolo aveva, infatti, due anime. Una di matrice religiosa e tendenzialmente conservatrice, come quella di William Wilberforce. L’altra laica e progressista: è a questa che aderiscono sia Erasmus Darwin che Josiah Wedgwood. Quando Charles nasce, le due correnti di pensiero sono alleate.
Eppure sono destinate a divergere e, nell’arco di due generazioni, a contrastarsi. Anche e soprattutto a causa del nipote di Erasmus e Josiah. E il motivo risiede nel ruolo che ciascuna delle due scuole assegna all’uomo nella natura. La corrente religiosa dell’antischiavismo cui appartiene Wilberforce considera l’uomo distinto dalla natura, assiso da Dio su un piano incommensurabilmente superiore a ogni altro essere vivente. Il ruolo dell’uomo nella natura è quello di sovrano. La corrente laica del movimento antischiavista ha un’idea affatto diversa: considera l’uomo parte della natura.
L’antischiavismo, nel primo caso, quello di Wilberforce, nasce dal fatto che ogni uomo – senza distinzione alcuna e con pari dignità – si trova su un trono da cui domina il resto della natura. Nel secondo caso nasce dal fatto che ogni uomo – senza distinzione alcuna e con pari dignità – si trova in una rete di relazioni col resto della natura. Quanto agli schiavisti, che tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo ancora ci sono in Inghilterra e non certo in scarso numero, giustificano se stessi sostenendo la diversità e la superiorità della razza bianca rispetto a quella nera e a ogni altra razza. È invece con un’intima convinzione antischiavista che, il 27 dicembre 1831, il giovane Darwin intraprende quel celebre viaggio sul Beagle, nel corso del quale non solo ha modo di vedere coi propri occhi e di toccare con mano l’orrore della schiavitù, ma anche di raccogliere le provedella rete di relazioni che lega l’uomo alla natura. Prove che sono sotto gli occhi di molti, se non di tutti.
Charles Darwin ha tre incontri significativi con la schiavitù. Il primo, durante i suoi studi a Edimburgo, quando apprende come impagliare gli uccelli da un uomo di colore, John Edmonston, che era stato uno schiavo. Di lui scrive: «Usavo spesso sedermi accanto a lui, perché era un uomo gentile e intelligente». Il secondo durante il suo viaggio sul Beagle.
Così ricorda la visita a Rio de Janeiro: «Mi sono opposto a un’anziana signora che storceva la dita di una sua schiava fino a rompergliele». Il terzo nel 1958 durante una passeggiata a Moor Park, nella contea dello Hertfordshire, quando osserva un raro caso di schiavitù in natura: una Formica sanguinea che trascina tra le sue mandibole una Formica fusca che non divora, ma la rende sua schiava. Un’osservazione che colpisce Darwin. Nell’ottavo capitolo de L’origine delle specie, dedicato all’istinto, il naturalista nota come lo schiavismo sia presente in più specie di formiche con modalità diverse l’una dall’altra: nell’Europa continentale Formica (Polyergus) rufescens non è capace di costruirsi il proprio nido, non decide le proprie migrazioni, non raccoglie il cibo per sé o per le proprie larve e non è nemmeno in grado di nutrirsi da sola. Usa formiche schiave. In Inghilterra invece, la specie schiavista Formica sanguineacattura molti meno schiavi e i padroni decidono quando e dove trasferire il nido, nelle migrazioni sono loro a trasportare gli schiavi e, in generale, dipendono molto meno dalla specie sottomessa.
Una possibile spiegazione del fenomeno, sostiene Darwin, è che molte formiche non schiaviste catturano e portano nel proprio nido le pupe di altre specie, immagazzinandole come cibo.
Ma in passato può essere successo che alcune si fossero schiuse nel nido delle rapitrici e avessero iniziato, seguendo il loro istinto, a fare i classici lavori da operaie, ossia lo scopo per cui erano istintivamente programmate. Dato che questo comportamento si è rivelato utile alla specie che le aveva catturate, è possibile che l’abitudine di raccogliere pupe e lasciarle schiudere sia stata selezionata ed abbia avuto successo dal punto di vista evolutivo, tramutandosi così in vero e proprio schiavismo col passare delle generazioni. Prove che Darwin legge con gli specialissimi occhiali dell’antischiavismo laico, che gli consentono di “vedere” le trame dell’evoluzione biologica per selezione naturale che si fondano sulle relazioni di tutti con tutti tra i viventi. Corollario di questa rete di relazioni che si estende nello spazio ma si snoda anche nel tempo profondo, è l’origine comune di tutte le specie.
Certo, quando pubblica l’Origine delle specie, nel 1859, Charles Darwin non fa esplicita menzione dell’origine che accomuna l’uomo a tutte le altre specie viventi. Le conclusioni le trarrà pubblicamente solo undici anni dopo, quando pubblicherà il libro L’origine dell’uomo e la selezione sessuale. Tuttavia le conseguenze sono chiare a tutti. Compreso il vescovo Samuel Wilberforce, figlio di quel William che è stato campione dell’antischiavismo, che sbotterà, rivolto a Thomas Huxley, il “mastino di Darwin”: «Lei, di grazia, discende dalle scimmie per parte di madre o di padre?». Sia Samuel Wilberforce sia Charles Darwin sono e continuano a essere antischiavisti militanti, come i loro genitori e nonni. Ma la visione dell’uomo che porta ciascuno di loro a “provare orrore per la schiavitù” è ormai irrimediabilmente diversa. Ed è proprio questa diversità che impone una nuova e più avanzata “militanza”. In nome di Dio, Wilberforce nega l’evoluzione biologica. E nega la discendenza da un antenato comune di tutte le specie, uomo compreso. Anche con una certa aggressività.
In nome della scienza, che impone spiegazioni naturalistiche senza dover ricorrere a Dio, Darwin si difende e, in seguito agli attacchi di Samuel Wilberforce, è costretto a scendere in campo per spiegarla l’origine naturale e non soprannaturale, come vorrebbe il religioso, dell’uomo. Ed è a questo punto, nel 1870, che affronta il tema delle razze umane. Il suo pensiero si snoda legando quattro argomenti:

  1. Le relazioni tra tutti gli esseri viventi e la logica dell’evoluzione dimostrano la discendenza comune di tutti gli esseri viventi. Anche gli uomini sono nati da un comune antenato. Così scrive nella parte prima, capitolo terzo del nuovo libro: «… l’uomo presenta nella sua struttura fisica chiare tracce della sua discendenza da qualche forma inferiore». Certo, ci sono le capacità mentali: però «dobbiamo anche ammettere che vi è una differenza molto maggiore di capacità mentale tra uno dei pesci inferiori, come una lampreda o un anfiosso e una delle scimmie superiori, che tra questa e un uomo; tuttavia tale differenza è colmata da numerose gradazioni». Si interessa anche delle emozioni e della loro espressione. Sostenendo che esistono emozioni innate, molte sono universali, comuni all’uomo e ad altri animali, determinate dall’evoluzione biologica.
  2. Darwin ha verificato di persona, in Brasile per esempio, la completa interfertilità tra indios, negri ed europei che dà luogo a individui “meticci” altrettanto fertili.
  3. «L’uomo – scrive, ancora – è stato studiato più estesamente di qualsiasi altro animale, eppure vi è la più grande diversità possibile di opinioni tra gli studiosi eminenti circa il fatto che l’uomo possa essere classificato come una singola specie o razza, oppure come due (Virey), tre ( Jacquinot), quattro (Kant), cinque (Blumenbach), sei (Buffon), sette (Hunter), otto (Agassiz), undici (Pickering), quindici (Bory St. Vincent), sedici (Desmoulins), ventidue (Morton), sessanta (Crawford), o sessantatre, secondo Burke». Nessuno studioso è in accordo con nessun altro. Nessuno riesce a dare una definizione precisa di razza.
  4. Ma l’argomento di gran lunga più importante «contro l’idea che le razze umane siano specie distinte» sono le gradazioni naturali di ogni fattore preso in considerazione, compreso il colore della pelle, anche in assenza di incroci.

Oggi sappiamo che la genetica fornisce la piena conferma dell’ipotesi di Charles Darwin: le razze umane non esistono. Affermazione, quella di Darwin, che suscita forti obiezioni anche in illustri studiosi, come Louis Agassiz. L’obiezione principale chiama in causa le migrazioni: se l’umanità è una sola e non ci sono razze e nasce da un progenitore comune, come si è diffusa sulla Terra assumendo fenotipi diversi? Agassiz non le prende in considerazione le migrazioni e per spiegare la presenza di uomini su tutto il pianeta, propone una teoria poligenica.
Gli uomini nei vari continenti sono nati in maniera indipendente. Una posizione che costringe Darwin a intervenire di nuovo.
Come scrivono Adrian Desmond e James Moore: «La responsabilità ultima di aver spinto Darwin a pronunciarsi sulla questione delle razze umane ricade su un uomo solo: Louis Agassiz, il futuro decano della comunità scientifica americana, professore a Harvard».
Nel XIX secolo molti uomini di scienza si posero il problema di dimostrare che tutti gli uomini che popolano il pianeta hanno una comune origine.
E, anche solo per questo, hanno eguali diritti. Ne era convinto il naturalista e antropologo James Cowles Prichard, morto nell’anno dei grandi moti che scossero l’Europa, il 1848, secondo cui l’uomo era nato in Africa e si era poi diffuso attraverso successive migrazioni, per l’intero pianeta.
E aveva scritto un libro, Eastern Origin of the Celtic Nations, con cui corroborava l’idea delle migrazioni e della comune origine dell’uomo, sostenendo che la lingua celtica (e quindi la nazione celtica) derivava da lingue orientali e che le migrazioni umane avevano poi dato origine al cespuglio delle lingue indo-europee. Contro questa idee scese in campo Louis Agassiz, un naturalista svizzero emigrato negli Stati Uniti d’America. Le migrazioni, sosteneva, degli uomini così come degli animali e delle piante sono un fatto “innaturale” (curioso da parte di uno che era, appunto, emigrato dall’Europa in America). E che se troviamo uomini, animali e piante simili nei diversi continenti è a causa della poligenia. Il pensiero di Agassiz è, in estrema sintesi, questo: le piante della Tasmania e della Terra del Fuoco (così simili tra loro) così come gli uomini che abitano l’isola a sud dell’Australe e le terre più meridionali d’America sono nati in maniera indipendente le une e gli uni dalle altre e dagli altri, in virtù di un comune progetto divino.
D’altra parte, come avrebbero potuto migrare le piante dal Sud America all’Oceania, coprendo migliaia di chilometri di mare aperto? È appena passata la metà del secolo e Agassiz sta riscuotendo un successo crescente negli Stati Uniti, divisi dalla questione degli schiavi.
Charles Darwin, antischiavista non meno dei nonni, se ne duole non poco. Intanto perché è convinto della comune origine dell’umanità. E poi perché pensa che il migrante Agassiz stia facendo un grande favore ai conservatori che vogliono mantenere la schiavitù. Cosi decide di occuparsi della distribuzione delle piante nel mondo e a organizzare esperimenti sulla sopravvivenza dei semi in acqua salata. Darwin è uno scienziato.
Uno dei più grandi di ogni tempo. E si rende conto che tanto quella della comune origine quanto quella del ruolo delle migrazioni nella biodiversità del mondo debbano essere provate per via empirica.
E inizia così una serie di esperimenti cui nessuno aveva pensato prima.
Con gli esperimenti dimostra, per esempio, che i semi delle piante terrestri, contrariamente a quanto ritenevano un po’ tutti i naturalisti, possono sopravvivere a lungo nell’acqua salata. E che possono essere trasportati dalle correnti marine anche a molte migliaia di chilometri di distanza. Già immagina le opposizioni e le risatine di scherno, così scrive: «Giacché a molti tali esperimenti potrebbero naturalmente sembrare puerili, posso forse premettere che hanno un’attinenza diretta con un problema molto interessante… se lo stesso essere sia stato creato in uno o più luoghi sulla faccia del nostro pianeta». Gli esperimenti dimostrano che le piante, dunque, possono migrare anche a lunghe distanze. E così gli animali. Uomo compreso. Certo, poi piante, animali e uomini si adattano ai nuovi ambienti e si diversificano. Ma tutti hanno una comune origine.
Poco più tardi Charles Darwin si spinge più in là e afferma che tutti – piante e animali, uomo compreso – hanno un antenato comune vissuto nella notte dei tempi.
Da questo quadro emerge che le migrazioni – che Darwin e i naturalisti dell’Ottocento chiamano diffusione – sono alla base sia della presenza della vita su tutto il pianeta sia della diversità della vita per adattamento all’ambiente. La diversità della vita sulla Terra è dovuta alla speciazione e alla migrazione. Ma le prove empiriche raccolte da Darwin a favore della diffusione e dell’origine comune delle specie corroborano anche la sua idea sulle razze umane. Con la sua tesi sulla poligenia, invece, Agassiz aveva dedotto che le razze umane esistono – ne aveva individuato nove – e che tutte hanno avuto un’origine indipendente.
Con la sua ipotesi, corroborata da dati empirici, che l’umanità ha un’origine comune, Charles Darwin la spazza via quell’ipotesi poligenica. E con due ragionamenti molto semplici che proviamo a riassumere: non è possibile separare in maniera netta le diverse, presunte razze umane descritte da Agassiz e da altri; tra tutti coloro che sostengono l’esistenza di razze umane non ce ne sono due che concordino su quali siano. Non potrebbe essere diversamente, per il semplice motivo che non ci sono tratti in grado di discriminare in maniera univoca e precisa tra la diversità umana. La teoria della selezione sessuale oltre che l’adattamento spiegano le diversità dell’umanità migrante.
Ecco, dunque, che lo studio sul ruolo decisivo delle migrazioni nell’evoluzione della vita porta Darwin a concludere che non esistono razze umane (e che non c’è alcuna giustificazione possibile della schiavitù).
Certo, Darwin non si soffermerà mai in maniera diretta sulle migrazioni umane. Tuttavia fa una previsione, legata alla sua concezione dell’evoluzione biologica e, anche, sociale. Molti europei, in questa parte finale del XIX secolo, stanno emigrando in America. Sono tutti per lo più giovani e forti. Vedrete, nel futuro prossimo venturo gli Stati Uniti diventeranno la nazione più forte e ricca del mondo. Anche su questo la storia gli ha dato ragione.

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