Democrazia ed ecologia, un binomio possibile?

Sono molti gli studiosi che nell’ultimo ventennio si sono interrogati sulla relazione fra democrazia ed ecologia, mostrando come questa sia molto più complessa di quanto non possa sembrare a un primissimo sguardo. Il perché riguarda una molteplicità di cause.
Irene Sartoretti, 30 Marzo 2017
Micron
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Architetta e sociologa

Sono molti gli studiosi che nell’ultimo ventennio si sono interrogati sulla relazione fra democrazia ed ecologia, mostrando come questa sia molto più complessa di quanto non possa sembrare a un primissimo sguardo. Non è cioè assolutamente detto, come ben spiega il filosofo americano Robert Goodin, che la democrazia privilegi gli obiettivi ecologici. Così come non è detto che un governo che si pone obiettivi ecologici sia per forza di cose democratico.
Detto altrimenti, fra democrazia ed ecologia non c’è una correlazione biunivoca. Il perché riguarda una molteplicità di cause.
In primo luogo, le democrazie rappresentative attuali si sono formate in un’epoca storica in cui l’idea di benessere generale era equiparata all’idea di benessere materiale e dunque al concetto di sviluppo economico, senza che quest’ultimo venisse problematicizzato.
Oggi, al contrario, la chiara coscienza della finitezza delle risorse e della pesante impronta ambientale delle azioni umane rende assai problematica la nozione di sviluppo economico. Il benessere dei cittadini e il loro interesse generale necessitano una ridefinizione, che rompa con quella tradizionale di benessere materiale. Cosa che, secondo diversi studiosi fra cui l’economista francese Serge Latouche, rimetterebbe necessariamente in questione lo stesso sistema capitalistico.
L’economista britannico Tim Jackson parla in proposito della necessità di una demercificazione del benessere.
In secondo luogo, la portata degli effetti ambientali sfugge al sentire quotidiano dei cittadini. E questo perché gli effetti sono spesso invisibili e perché la loro portata prende consistenza solo attraverso processi cumulativi e complesse interrelazioni. Per questo motivo, alcuni studiosi pensano che, ai tradizionali organi rappresentativi su cui si fonda la democrazia nella sua forma attuale, ne vadano aggiunti altri che rappresentativi non sono. Questi ultimi fungerebbero da mediatori scientifici, avendo diritto di veto e occupandosi sul lungo termine della questione ambientale.
Occuparsi della questione ambientale sul lungo termine significa adottare una postura anticipatrice, capace di sfuggire alle temporalità brevi dei governi elettorali e capace di tenere in considerazione quello che viene definito “benessere delle generazioni future”, concetto su cui le politiche ecologiche nella loro versione ideale si fondano. A questo proposito Dominique Bourg e Kerry Whiteside, autori del libro Vers une démocratie écologique(edizioni Seuil 2010), auspicano la creazione di quella che chiamano “istanza deliberativa specializzata” che si occupi delle problematiche ambientali con visione ad ampio raggio, sia nel tempo che nello spazio. Più in generale, i due autori auspicano una revisione, per quanto riguarda le questioni ambientali, dei ruoli e delle conseguenti relazioni che in democrazia legano cittadini, rappresentanti politici e specialisti.
Un altro fattore che rende problematica la relazione fra democrazia ed ecologia è che il processo decisionale dei cittadini avviene secondo quella che il premio Nobel per l’economia Herbert Simondefinisce razionalità limitata. Nel fare le scelte, la razionalità degli individui è limitata dai limiti cognitivi, dalle informazioni possedute e dal tempo a disposizione per decidere. Per questo, il filosofo della scienza Bruno Latour sostiene la necessità che il sapere scientifico entri in modo massiccio all’interno dei processi democratici.
Ciò potrebbe attuarsi attraverso un sistema complesso di pratiche che confrontino in modo serrato decisione politica, ricerca scientifica e informazione. Questo nuovo sistema potrebbe diventare un possibile antidoto alla costante riduzione della questione ecologica a un mero affare di opinioni, come avviene nel caso della contrapposizione fra climatoscettici e sostenitori della posizione opposta.
Della riduzione delle questioni ecologiche a un mero affare di opinioni partecipano anche cose apparentemente anodine come i nomi correntemente impiegati quando si parla di questione ambientale.
Le stesse parole utilizzate in ambito istituzionale hanno il potere di orientare in modo fuorviante la visione comune, oltre a essere lo specchio di particolari modi di pensare e di agire delle istituzioni.
Le istituzioni tendono per esempio spesso a impiegare la parola rischio che evoca qualcosa di aleatorio, ossia qualcosa che potrebbe solo potenzialmente avvenire, e non invece qualcosa di attuale. Il fatto che, per quanto riguarda la questione ambientale, le minacce non siano solo potenziali ma certe implica che i sistemi politici (e giuridici) le trattino in maniera differente da quanto non vengano trattati i rischi rappresentati dalle catastrofi “ordinarie”, come spiega bene il socio-economista francese Bernard Perret in un suo recente libro dal titolo Pour une raison écologique (edizioni Flammarion, 2010).
In più i processi di decisione democratica attuali si giocano su scale spaziali che stanno diventando obsolete, come messo in luce da diversi autori. La scala degli Stati Nazione sembra essere troppo piccola rispetto a problematiche la cui portata è mondiale.
A questo proposito, sempre Bernard Perret avanza una possibile soluzione che consisterebbe, più che in un governo di portata mondiale, che sarebbe irreale, in una governance su scala planetaria. Tale governance è intesa da Perret come rete di spazi di dibattito e di luoghi di decisione riguardo a beni comuni come l’acqua e l’atmosfera. Perret fa l’esempio dell’agenzia ONU denominata IPBES (Intergovernmental Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), che è stata creata nel 2010 allo scopo di coordinare le ricerche sulla biodiversità a livello mondiale.
La scala degli Stati Nazione, può poi essere, oltre che troppo piccola, anche troppo grande. Alcuni autori sottolineano in proposito l’importanza della dimensione, delle rivendicazioni e delle esperienze locali come momenti di reinvenzione della società di fronte alle sfide ecologiche. Si pensi alle iniziative portate in giro per il mondo da Rob Hopkins col nome di Transition Town Totnes, che riuniscono volontari e attori della governance locale intorno a progetti ecologici su scala urbana.
Infine il filosofo Dominique Bourg e il politologo Kerry Whiteside si soffermano sul ruolo crescente che forme di democrazia deliberativa e partecipativa dovrebbero assumere nei sistemi attuali.
Per i due ricercatori, queste forme di democrazia deliberativa e partecipativa potrebbero essere fluide e flessibili e costruirsi di volta in volta attorno a dei temi specifici, con la mediazione delle ONG a carattere ambientale. E ciò grazie al ruolo critico che le ONG esercitano nei confronti delle scelte politiche, alla loro azione diretta, alla loro capacità di mobilitare i cittadini e, talvolta, di riuscire a strutturarne e a coordinarne l’azione riguardo a problematiche specifiche di portata ambientale. Le ONG a vocazione ambientalista potrebbero strutturarsi e assumere col tempo un ruolo simile a quello dei partiti tradizionali.
A differenziarle da questi ultimi ci sarebbe il loro agire specifico, orientato a questioni prettamente ambientali.
Quelle enucleate sono solo alcune delle problematiche e delle possibili soluzioni sollevate dall’ambigua relazione fra democrazia ed ecologia.
In generale, l’attenzione crescente dei ricercatori su questa relazione mostra come il prepotente emergere della questione ambientale non solo stia aprendo il dibattito sullo statuto dell’ambiente nelle varie discipline scientifiche, nei sistemi giuridici e nell’agenda politica, ma stia mettendo in crisi le forme tradizionali di democrazia. Ed è possibile che proprio per far fronte alle sfide ecologiche che divengono sempre più pressanti, le democrazie attuali col tempo evolveranno in qualcosa di nuovo.

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