Due pesi e due misure

Il Covid-19 ha prodotto effetti collaterali e innescato fenomeni che si stanno manifestando in modi e campi del tutto inattesi. Alcuni riguardano specificamente le donne nella scienza che, in alcuni casi, la pandemia sta spingendo fuori dalla ricerca scientifica oppure, all’opposto, sta costringendo a sopportare un peso superiore a quello degli uomini, senza però che venga loro neppure riconosciuto. Negli Stati Uniti numerose voci già si stanno alzando per segnalare questi fenomeni. Ma non è detto che sia un problema solo americano.

Romualdo Gianoli, 11 Luglio 2020
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

Partiamo da un aneddoto raccontato da Marina K. Holz, insegnante di biologia cellulare e anatomia integrata al New York Medical College, che riferisce le parole pronunciate da una sua collaboratrice durante una videoconferenza in tempo di lockdown: «Io e mio marito siamo entrambi professionisti che lavorano da casa, eppure lui sta nell’ufficio al piano superiore mentre io – come puoi vedere – mi trovo qui, in sala da pranzo». È poi la stessa Holz che sottolinea: «I miei colleghi maschi partecipano alle riunioni da uffici sullo sfondo di librerie ben disposte e allineate, mentre le mie colleghe si connettono dai tavoli delle cucine e dai soggiorni». Può sembrare un dettaglio trascurabile o tutt’al più unannotazione curiosa ma, in realtà, è la spia di un fenomeno ben più diffuso, che dovrebbe spingere ad approfondire in che modo donne e uomini hanno affrontato la pandemia e le conseguenze che questa ha avuto sulle rispettive carriere scientifiche.

Negli ultimi due decenni le disparità tra uomini e donne nel mondo della ricerca si sono notevolmente riequilibrate, almeno da certi punti di vista; per esempio è aumentato il numero di autrici principali di articoli scientifici e destinatarie di importanti borse di ricerca o il numero di donne in ruoli di leadership accademica. Tuttavia, un fenomeno nuovo si è manifestato negli ultimi mesi: la pandemia e il conseguente lockdown hanno causato l’improvvisa chiusura dei laboratori, mentre il lavoro da casa è diventato la nuova normalità per la maggior parte dei ricercatori, soprattutto nelle università.

In molti avranno pensato: «Fantastico, ora finalmente avrò il tempo per scrivere tutto ciò che ho sempre desiderato»! E questo forse è stato vero per gli uomini perché invece, per quanto riguarda le donne, dei sorprendenti post condivisi sui social media dagli editori di alcune riviste scientifiche (il British Journal for the Philosophy of Science e The American Journal of Political Science) indicano che il numero di articoli scientifici inviati da scienziate è notevolmente diminuito negli ultimi mesi. Così, mentre molti scienziati maschi, ormai liberi da impegni e distrazioni varie (come ad esempio i viaggi di lavoro) hanno raggiunto un picco nella produttività, al contrario, nello stesso periodo, un gran numero di donne ha subito un crollo di produttività. La causa di tutto ciò? Sembra essere il diverso ruolo sostenuto a casa dalle donne rispetto agli uomini.

Il punto è che le donne si sono assunte in modo preponderante le responsabilità familiari come, ad esempio, la cura dei bambini o l’assistenza dei genitori anziani e tutto ciò ha finito per sottrarre tempo prezioso all’attività di ricerca e quindi, alla produzione di nuova letteratura scientifica. Ora non è che gli uomini si sottraggano del tutto alle attività domestiche o non aiutino le donne, magari anche risultando individualmente sopraffatti dal lavoro e dalla vita familiare. La realtà, però, è che le donne già prima della pandemia erano costrette a destreggiarsi tra lavoro, attività domestiche e impegni affettivi e già sperimentavano una maggiore compressione, rispetto agli uomini, del tempo disponibile per il lavoro fuori casa. Il coronavirus ha semplicemente esacerbato questa situazione, togliendo alle donne ciò che prima poteva aiutarle a mantenersi in equilibrio su questo sottile filo teso tra i due pilastri della propria vita: la famiglia e il lavoro. È il caso delle scuole, la cui chiusura ha lasciato a casa i bambini di cui si sono dovute occupare per lo più proprio le donne.

Adesso, passata la fase acuta del lockdown negli USA, molte istituzioni scientifiche stanno gradualmente riaprendo i loro programmi di ricerca e la maggior parte degli uomini torna alla pratica attiva della scienza. Al contrario, molte donne con bambini in età scolare corrono il rischio di non riprendere più la loro attività, addirittura in modo permanente, perché strutture come i campi estivi non riapriranno quest’anno e gestire un laboratorio o fare ricerca dal cortile di casa non è possibile. Allo stesso modo, assumere una baby-sitter con uno stipendio da neolaureata o anche da post-doc è semplicemente impensabile. La conseguenza immediata di tutto ciò è che questa estate (uno dei periodi dell’anno più produttivi per gli scienziati) sarà praticamente cancellata per molte ricercatrici, mentre sul lungo termine è l’intero futuro professionale delle donne nella scienza che è messo a rischio nei prossimi anni.

FAR FUNZIONARE LE COSE
Se fosse stata necessaria un’ulteriore conferma, la pandemia da Covid-19 ha dunque dimostrato una volta di più quanto spesso siano proprio le donne a mandare avanti molte attività e a far funzionare le cose nei periodi di crisi, come durante il tempo di guerra. Questo fenomeno si sta dimostrando vero anche nel caso di donne che lavorano nel settore della ricerca scientifica, direttamente coinvolte con Covid-19 e che sono contemporaneamente impegnate in compiti casalinghi. Ciononostante, anche in questi casi, l’attenzione maggiore è riservata al lavoro svolto dagli uomini.

Nella rivista Times Higher Education, trentacinque donne che lavorano nel campo delle discipline STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) hanno recentemente firmato un articolo dove descrivono i modi in cui le donne stanno svolgendo un lavoro indispensabile (talvolta finanche salvavita), nel quale però vengono sopravanzate da uomini che spesso sono meno esperti di loro. Non a caso il titolo dell’articolo è: “Le donne nella scienza stanno combattendo sia Covid-19, sia il patriarcato”. All’interno di questa discriminazione, poi, se ne annida un’altra ancora, quella che si consuma ai danni delle donne scienziate non bianche e cioè le asiatiche, ispaniche o di colore. Si legge nell’articolo: «Né l’epidemiologia né la medicina sono campi dominati dagli uomini e tuttavia le donne sono citate meno frequentemente – a volte per niente – negli articoli scientifici. Per di più, colpisce la non inclusione dei leader di colore che finisce per disincentivare questa categoria di donne scienziate (già in minoranza), in particolare ora che le comunità di colore sono le più colpite da questa epidemia. Anche all’interno delle nostre stesse istituzioni, le voci di uomini non qualificati vengono amplificate rispetto a quelle di donne più esperte, perché magari sono state individuate da reti maschili informali o si sono fatte strada nei social media o in televisione e sono quindi percepite come ‘di alto profilo’».

NELL’IMMAGINARIO LA SCIENZA È ANCORA MASCHILE
Insomma, come rilevano anche il New York Times e il britannico The Guardian, anche in questo caso le donne sono vittime di un bias culturale che fa percepire le donne come meno autorevoli rispetto agli uomini, con il risultato che anche la risposta scientifica alla crisi da Coronavirus è di tipo maschio-centrica, come in effetti denuncia Scientific American. A questo punto il rischio più grande che si nasconde in tale fenomeno è che in futuro le nuove generazioni di donne non si vedano proprio rappresentate nelle discipline STEM, già tradizionalmente di difficile accesso per esse. Già ora, non dare sufficientemente spazio alle donne nella discussione pubblica sulla pandemia di Covid-19 è una grave distorsione della realtà, per giunta doppiamente pericolosa. Primo, perché perpetua l’invisibilità delle donne nelle occupazioni scientifiche e nelle posizioni di leadership (impattando negativamente sulla loro carriera) e secondo, perché finisce per minare la capacità di essere prese sul serio come esperte, facendo così venir meno un modello di successo per le donne più giovani che si avviano sulla stessa strada.
Dopo tutto quanto detto, se questa è la situazione, il passo logico successivo è quello di porsi una domanda: «Ma pensiamo davvero che questi problemi riguardino solo il mondo della ricerca o solo la società statunitense o anglofona? Siamo proprio sicuri che qui da noi le cose siano diverse»?

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