Fanno male, anzi no, fanno benissimo. La controversa questione dei social network

Il ruolo che i social network hanno rispetto ai legami sociali, alla partecipazione politica e alle altre sfere della nostra esistenza è oggi largamente dibattuto. Ma cosa dicono le ultime ricerche sul tema? È il caso di essere internettofobi oppure, al contrario, internettofili? Come sempre, sembra che la verità stia… nel mezzo.
Irene Sartoretti, 09 Agosto 2017
Micron

Fra Facebook, twitter & Co., oggi si rischia di non essere più soli. Si possono chiudere dietro tutte le porte che si vuole, ma una folla di amici e conoscenti resta sempre lí a sollecitarci con nuovi messaggi, foto e commenti che puntualmente fanno vibrare il nostro smartphone. Eppure sono molte le autorevoli voci che puntano il dito contro i social network, i legami e le amicizie virtuali, sostenendo che siano la causa del declino delle amicizie reali e dell’isolamento relazionale. Ma stanno davvero cosí le cose?
Rispondere a questo tipo di domanda non sembra affatto facile.
A farlo ci prova la sociologia delle reti sociali, ramo della sociologia che, con l’avvento della rete delle reti, ossia di Internet, è divenuto uno dei campi di studio più alla moda. Le questioni cui la sociologia delle reti sociali si sforza di rispondere sono, fra le altre, se con l’avvento dei social network siano diminuiti gli incontri faccia a faccia, se i legami di amicizia abbiano perduto la loro forza e se le relazioni siano diventate più aperte, egualitarie e meno strutturate gerarchicamente.
Se si guardano le più recenti ricerche compiute in materia, si scopre che la sociabilità virtuale non ha affatto ucciso la sociabilità reale, ne ha semplicemente trasformato la natura.
Insomma, sembra non essere affatto valida per la maggioranza di coloro che utilizzano in modo intensivo i social network l’immagine dell’hikikomori, termine con cui vengono designati quei giovani giapponesi che scelgono di isolarsi nella loro stanza e di intrattenere da lí relazioni di amicizia esclusivamente virtuali.
Diversi sociologi, come Zeynep Tufecki dell’Università di Princeton, credono che i social network rappresentino un potente antidoto all’isolamento, soprattutto per chi abita in zone residenziali isolate. Tufecki sottolinea come l’alternativa non sia, per la maggior parte delle persone, fra lo stare sui social network in casa da soli o l’uscire fuori per vivere delle belle esperienze, ma sia molto più spesso fra questi o lo stare davanti alla televisione, attività che ha più di tutte le altre a che vedere con l’isolamento.
Sottolinea inoltre come nel caso delle migrazioni e dei frequenti cambi di città, regione o paese, i social network siano un modo per continuare a mantenere vive le relazioni.
Il sociologo Pierre Merklé dell’Università di Lione, nel suo manuale di sociologia delle reti sociali, riporta una serie di studi che vanno nella stessa direzione.
Fra questi, c’è uno studio condotto negli Stati Uniti nel 2008 su un campione di studenti.
Lo studio ha mostrato come l’utilizzazione intensa di Facebook durante il primo anno di studi fosse un elemento predittore dell’aumento dei legami relazionali face-to-face per l’anno successivo.
Del resto, anche se internet si usa soprattutto a casa, sembra essere fortemente legato a una cultura dell’uscire e della vita fuori casa.
Un’altra ricerca citata da Merklé nel suo manuale ha mostrato che le persone che più tendevano ad esporsi su Facebook attraverso la messa in linea di foto e informazioni personali aperte a tutti, fossero quelle che più collezionavano nuovi legami e nuove amicizie. Del resto, che le persone più estroverse fossero quelle che avevano più amicizie era vero anche prima dell’avvento dei social network.
I ricercatori sembrano perciò inclini a credere che internet non sia la causa né dell’isolamento né, al contrario, di una rivoluzione delle proprie inclinazioni in termini di una maggior socievolezza.
Tendono piuttosto a definire internet come un mezzo di esclusivo accompagnamento, che non modifica le nostre inclinazioni.
Ma quali sono i tipi di legami che si creano via social network? Insomma come è riuscita internet a trasformare la natura della nostra sociabilità?
Sembra che, grazie a internet, le reti sociali siano divenute meno omogenee e più diversificate. Si può essere parte di una miriade di gruppi diversi alla volta, a seconda delle nostre passioni e delle nostre curiosità, giocando con le nostre diverse identità. Si può avere il proprio gruppo di attivismo politico, poi un altro gruppo di appassionati del nostro stesso sport e cosí via.
In sostanza internet permette di tenere costantemente attive reti sociali non ridondanti, ossia costituite da persone fortemente eterogenee che non fanno parte di un unico gruppo in cui ognuno conosce l’altro. Sembra poi che su internet fattori come la razza, la classe sociale e il sesso siano meno importanti nel definire l’instaurarsi di una amicizia.
Inoltre pare che internet abbia il ruolo, oltre che di fare da ponte per nuovi legami nella vita reale, anche di rinforzare legami presistenti. Alcuni sociologi pensano in proposito che vada rivista la tradizionale nozione di gruppo e di amicizia.
La giornalista Mona Chollet, che si è a più riprese occupata dell’argomento social network, sostiene addirittura che non abbia più senso parlare di relazioni virtuali in opposizione alle relazioni reali. Ritiene che, data l’importanza e la colorazione intima che le relazioni su internet hanno preso, bisogna ormai parlare di relazioni tout court, senza più distinzione fra una sociabilità reale e una sociabilità compensatoria, che sarebbe quella di internet.

POLITICA E SOCIAL NETWORK
Per quanto invece riguarda la relazione fra partecipazione politica e social network, i pareri dei ricercatori sono controversi.
Sembra anche in questo caso che internet sia un semplice strumento di accompagnamento di tendenze già in atto, causate da fattori diversi da quello della rete. In proposito sono molti gli studiosi che ridimensionano il ruolo di internet nella cosiddetta Primavera Araba.
Per esempio, i ricercatori sono inclini a credere che, anche senza internet, erano presenti tutti i fattori scatenanti, ossia una classe media acculturata che viveva come un peso le restrizioni politiche ed economiche imposte.
Insomma, sembra che la Primavera Araba ci sarebbe stata lo stesso anche senza l’aiuto dei social network.
E anche dire che internet abbia ucciso la partecipazione politica appare un’affermazione troppo semplicistica. In accopagnamento a tendenze già in atto, internet facilita nuove forme politiche diverse da quelle canoniche, senza pertanto uccidere la partecipazione. Le persone sembrano oggi meno inclini ad aderire in maniera totale e definitiva a un partito. Sembrano piuttosto inclini ad aderire ad iniziative estemporanee e puntuali, mirate a difendere interessi specifici.
Dalla petizione per una precisa causa animalista fino a quella contro nuove costruzioni che trasformano il volto della città, internet si presta particolarmente bene a fare da cassa di risonanza a interessi specifici senza che le persone aderiscano in modo continuativo alle forme partitiche tradizionali.
E se Umberto Eco a più riprese criticava twitter per aver dato la parola a milioni di “imbecilli” e per invitare le persone a scrivere le proprie opinioni senza riflettere, è altrettanto vero che twitter e altri social come blog e forum hanno aperto la strada a nuove forme di contestazione del potere, dove la figura del politico cosí come quella dell’esperto possono essere messe in questione in modo molto più facile e immediato, grazie anche all’uguaglianza formale dei partecipanti spesso garantita dall’anonimato. Che poi le forme di contrasto del monopolio dell’informazione delle elite  via social inneschino qualcosa di più concreto, beh, questa è un’altra faccenda, dai tratti fortemente ambigui.

SCIENZA E SOCIAL NETWORK
Un altro nesso importante è quello fra scienza e social network. Si parla oggi sempre più spesso, e a ragione, di intelligenza diffusa. In un recente post apparso sul suo blog di Repubblica, il matematico Piergiorgio Odifreddi spiega come oggi la rete permetta non solo di osservare da vicino quei dialoghi fra ricercatori che portano alla produzione di determinati risultati, ma anche di parteciparvi collettivamente. Cita a questo proposito l’esempio di due medaglie Fields della matematica, Terence Tao e Timoty Gowers, che da anni hanno aperto al pubblico due blog dove discutono di problemi matematici ancora irrisolti. Talvolta questi problemi trovano soluzione proprio grazie alla partecipazione attiva del pubblico.
E  oltre che per i ricercatori, blog e altri social network possono essere utili anche in altri campi professionali, come per esempio quello del giornalismo.
Come sottolinea Mona Chollet sottolinea l’importanza dei blog nel caso della pratica giornalistica.
Per i giornalisti in erba, e non solo, che vedono spesso rifiutati i propri articoli dalle grandi o piccole testate, i blog rappresentano un valido modo di pubblicare lavori che, una volta, sarebbero stati irrimediabilmente perduti. In sostanza i social si prestano particolarmente bene ad accompagnare le tattiche di messa a valore della propria creatività, sfruttando anche il crowd founding. E allora non resta che… armarsi di schermo e tastiera!

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