Fra biologia e linguistica

Nel XIX secolo la linguistica divenne a tutti gli effetti una scienza autonoma e fu considerata sulla scorta delle discipline tecnico-scientifiche, assumendone spesso anche il linguaggio. Anzi, essa fu avvicinata alle discipline naturali. Emblematica su questo fronte è l’esperienza del glottologo tedesco August Schleicher, le cui teorie, elaborate sotto l’influsso di quelle darwiniane ebbero un’influenza determinante negli studi linguistici dell’epoca.
Alessandra Cutrì, 09 Dicembre 2017
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Linguistica italiana

Al di fuori degli addetti ai lavori, pochi sanno che la Linguistica, intesa come la «scienza che studia il linguaggio, le lingue e le loro reciproche influenze dal punto di vista teorico e generale, storico e descrittivo» (De Mauro 1999-2007), nacque nel XIX secolo. Non che prima non ci fossero stati tentativi di spiegare l’origine di singole lingue o i rapporti fra lingue diverse, tentativi che possono essere collocati anche nel mondo indiano e greco e, per fare riferimento a nomi e tempi a noi più vicini, basti ricordare che già Dante Alighieri nel De Vulgari Eloquentia aveva tentato una prima classificazione delle lingue europee e dei volgari italiani, individuando di questi ultimi almeno quindici varietà principali, ma concludendo che si sarebbero potute contare anche mille varietà diverse solo sul suolo italiano. Particolarmente intense, poi, furono in Italia le disquisizioni linguistiche fra il XVI e il XVIII secolo, tendenti a spiegare, in particolare, le origini delle lingue neolatine.
Tuttavia, un impulso determinante allo sviluppo della linguistica come disciplina autonoma venne con le scoperte geografiche del XVIII secolo, che misero in contatto i popoli europei con lingue prima sconosciute e stimolarono la curiosità sul loro funzionamento, talora anche per necessità pratiche (colonizzazione, missioni, commerci). Conoscenze accumulate in quel secolo, sarebbero state utilizzate a partire dall’inizio del successivo, quando cominciarono ad essere avanzate teorie sulla parentela linguistica, sulla base del confronto sistematico fra la struttura di lingue diverse. Un altro fattore determinante per lo sviluppo della disciplina fu il movimento culturale romantico, che, favorendo il gusto per l’esotico e il remoto, stimolava lo studio delle lingue orientali, prime fra tutte il sanscrito e l’indiano.
Proprio in questo contesto, si inserisce il primo tentativo di spiegare le numerose somiglianze fra lingue come il latino, il greco e il sanscrito (la lingua di cultura dell’India, scoperta proprio in quel secolo), a opera di un alto funzionario della inglese Compagnia delle Indie, sir William Jones, che nel 1786 tenne a Calcutta presso la Royal Asiatick Society del Bengala una conferenza in cui avanzava l’ipotesi che latino, greco e sanscrito (e forse anche lingue celtiche, gotico e persiano) discendessero da una lingua comune ormai scomparsa. L’impulso dato da sir Jones fu còlto nell’ambito delle università tedesche, dove Friedrich von Schlegel (1772-1829) comparò un numero maggiore di lingue, giungendo infine ad affermare che madre di tutte le lingue che sarebbero state in seguito definite indoeuropee (indogermaniche in Germania) non era un antenato comune non più attestato, ma il sanscrito stesso, che divenne nell’Ottocento la vera pietra di paragone in tutte le dissertazioni sulla parentela linguistica (indicativo in questo senso il lavoro schlegeliano dal titolo Sulla lingua e la sapienza degli Indiani, Heidelberg, 1808). È con F. Schlegel che furono gettate le basi della grammatica comparata, vera essenza della linguistica ottocentesca, intesa come metodo per studiare il funzionamento degli idiomi, a partire dal confronto sistematico fra la morfologia e, più tardi, la fonetica, di lingue diverse; tale metodo, basato sull’osservazione, divenne garante della scientificità e del rigore della disciplina. Gli esordi della linguistica sono quindi nella linguistica (detta inizialmente “grammatica”) comparata.

L’ORIGINE DEL COMPARATIVISMO
Gli iniziatori della linguistica storica e comparata sono però considerati Franz Bopp, Jacob Grimm e Rasmus Rask (cfr. Morpurgo Davies 1996b). Bopp è considerato il fondatore del comparativismo, attraverso l’opera Conjugationssystem (1816), in cui venivano messi a confronto i sistemi morfologici di sanscrito, zendo, greco, latino, lituano, gotico e tedesco (e poi anche slavo e armeno); Grimm (germanista) è ricordato come il padre della linguistica storica, avendo indagato i mutamenti consonantici all’interno delle lingue germaniche, ed essendosi concentrato, quindi, sull’analisi fonologica e morfofonematica (emblematica delle sue ricerche è la seconda edizione, del 1822, della Deutsche Grammatik); Rask si può considerare il precursore di entrambi. Questi studiosi gettarono le basi della disciplina, in particolare in riferimento ai suoi metodi, impostati su una particolare predilezione per gli aspetti “tecnici”, che, permettendo di “misurare” la validità delle scoperte, erano garanti di scientificità. L’opera stessa di Bopp costituisce, come afferma Morpurgo Davies (1996b: 189), «un esempio della nuova tendenza ‘tecnica’, non letteraria e non filosofica» della linguistica, scienza che cominciò a fondare le sue analisi su dati empiricamente dimostrabili ed abbandonò progressivamente le spiegazioni fantasiose sul funzionamento del linguaggio e sulla sua evoluzione che avevano imperato nei secoli precedenti.
La linguistica divenne a tutti gli effetti una scienza autonoma e fu considerata sulla scorta delle discipline tecnico-scientifiche, assumendone spesso anche il linguaggio (cfr. infra). Anzi, essa fu avvicinata alle discipline naturali ed emblematica di questo avvicinamento è l’esperienza del glottologo tedesco August Schleicher (1821-1867), le cui teorie ebbero un’influenza determinante negli studi linguistici a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento. Sotto l’influsso delle teorie darwiniane di epoca positivistica, Schleicher considerò le lingue come veri e propri organismi viventi, soggetti a precise leggi evolutive che ne determinavano la nascita, lo sviluppo fino al raggiungimento di una fase di maturità e una di degrado e, infine, la morte. Nella lettera aperta (cfr. Schleicher 1863/1965) all’antropologo e biologo E. Häckel (1834-1919), difensore e divulgatore del darwinismo, affermava, infatti:

L’osservazione è la base del sapere di oggi […]. Ma l’osservazione ci insegna che tutti gli organismi viventi che possono essere controllati sufficientemente si modificano secondo leggi fisse. Tali modificazioni costituiscono la loro vita, rappresentano la loro vera essenza […]. Conseguenza necessaria di questa base di osservazione è l’importanza assunta oggi, per le scienze naturali, dalla storia dell’evoluzione e dalla conoscenza scientifica della vita degli organismi […]. Ciò che Darwin riconosce valido per le famiglie degli animali e delle piante, è valido, per lo meno nelle sue grandi linee, anche per gli organismi delle lingue. Questo è quanto mi propongo di illustrare […] attraverso le scienze moderne basate sull’osservazione, tra le quali rientra anche la scienza del linguaggio… (Schleicher 1863/1965: 125-127).

Il parallelismo fra origine e trasformazione della specie e origine e trasformazione delle lingue fu sviluppato in modo del tutto personale da Schleicher, che mise a punto una concezione della lingua basata su tre assunti:

1. le lingue sono organismi naturali che nascono, crescono e si sviluppano secondo leggi fisse, per poi invecchiare e morire, come gli altri esseri viventi. Secondo Schleicher, che recuperava la preesistente tripartizione delle lingue nei tipi isolante, agglutinante e flessivo, in fase preistorica tutte le lingue avevano una struttura semplicissima, simile a quella che si è conservata in lingue (isolanti) come il cinese: l’elemento da cui sono scaturite tutte le lingue era rappresentato da suoni provvisti di significato, immagini foniche semplici per opinioni, idee, concetti ed in grado di fungere da qualsiasi forma grammaticale, senza che per tali funzioni esistesse una espressione fonica, per così dire un organo. In questo primordiale stadio della vita delle lingue non esistevano, differenziati da un suono, né verbi, né sostantivi, né coniugazione, né declinazione ecc. (Schleicher 1863/1965: 133-134).
Schleicher considerava questi singoli suoni veicolanti un significato come degli organismi monocellulari. Nel corso della storia, dalla fase isolante, la più semplice, alcune lingue passarono allo stadio agglutinante, fino a raggiungere quello più perfetto, ossia quello flessivo, rappresentato, ad es. dalla lingua indoeuropea originaria, che con la sua struttura complessa e raffinata, era considerata la lingua più perfetta, mentre le lingue indoeuropee derivatene rappresentavano già l’ingresso nella fase di decadenza. In questo processo di alterazione delle lingue, molte perirono a spese di altre, processo che era stato spiegato da Darwin per il mondo vegetale e animale sotto il nome di “lotta per l’esistenza”:

Durante tale lotta, una grande quantità di forme organiche dovette perire per far posto a relativamente poche favorite […]. Nel periodo attuale della vita dell’umanità, soprattutto le lingue del ceppo indoeuropeo hanno riportato la vittoria in tale lotta per l’esistenza: stanno continuamente diffondendosi ed hanno già sottratto terreno a numerose altre lingue. Della quantità della loro specie e sottospecie ci fa fede l’albero genealogico (Schleicher 1863/1965: 135).

  1. la linguistica (da lui definita «Glottica») è una disciplina naturale, nel senso che l’oggetto del suo studio, la lingua, non risiede nello spirito dei popoli, bensì nella natura, in quanto la lingua è un prodotto di natura, che risponde a precise leggi, a modificare le quali l’uomo non può nulla. Affermava infatti Schleicher:

La linguistica non è disciplina storica ma naturale. Il suo oggetto non è la vita spirituale dei popoli, la storia in senso ampio, ma soltanto la lingua; non la libera attività dello spirito – la storia – ma la lingua data dalla natura, sottoposta a leggi formative immutabili, la cui essenza sta altrettanto al di fuori della determinazione da parte del singolo individuo, quanto, ad esempio, è impossibile all’usignolo di mutare il suo canto; cioè l’oggetto della linguistica è un organismo naturale (cit. tratta da Bolelli 1965: 121-122);

  1. la teoria dell’albero genealogico (Stammbaumtheorie) è utile per spiegare le corrispondenze parziali fra singole lingue indoeuropee. Schleicher, che era anche botanico, giunse ad elaborare questa teoria sotto l’influsso della nuova tassonomia darwiniana, che ricostruiva gli alberi genealogici di sottospecie → specie → famiglie animali e vegetali (Fanciullo 2013: 161). Riprendendo la teoria di sir Jones, Schleicher intravvedeva l’esistenza di una lingua madre originaria non più attestata e non coincidente con il sanscrito, che, insieme alle altre lingue indo-europee, era una delle lingue figlie. Questa lingua madre era rappresentata nell’albero genealogico delle lingue indoeuropee come la base, il tronco dell’albero, da cui derivarono, per ramificazioni successive, ossia scissione di un’unità linguistica in due o più sottounità, le lingue-figlie, raffigurate appunto come i rami di un albero, così come era stato fatto da Darwin per rappresentare i rapporti tra specie e sottospecie delle famiglie del mondo vegetale e animale:

Figura 1. L’albero genealogico di Schleicher (da colpodiscienza)

La teoria dell’albero genealogico comparve in tutte le edizioni dell’opera fondamentale di Schleicher, il Compendium (cfr. Schleicher 1861-1862), e può essere utile ancor oggi, soprattutto per l’immediatezza visiva e la praticità didattica, ma è chiaro che essa permette di rappresentare le lingue soltanto sulla base delle loro somiglianze ereditarie, dovute alla lingua madre originaria (l’indoeuropeo), mentre trascura quelle derivanti dal contatto fra un ramo e l’altro della famiglia.
Sulle teorie schleicheriane si sono basati gran parte degli studi linguistici a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento e la loro risonanza fu forte anche in Italia, dove, infatti, il Compendium di Schleicher fu tradotto nel 1869 dal linguista torinese Domenico Pezzi (cfr. Schleicher 1869).
A questo proposito portiamo qui alcuni esempi sulla ricezione delle teorie schleicheriane del linguaggio nella linguistica italiana degli anni Settanta dell’Ottocento, a partire da alcuni appunti universitari tratti dai corsi di linguistica che Giovanni Flechia (1811-1892), uno dei più importanti glottologi italiani in quegli anni (Beccaria 2000: 268), tenne presso l’Università di Torino fra l’a.a. 1872-1873 e l’a.a. 1875-1876. Gli appunti sono conservati presso il Fondo Conestabile della Staffa della Biblioteca Augusta di Perugia (cfr. Spina 1994 e Roncetti 1998) e furono trascritti dal conte Carlo Conestabile della Staffa (1854-1882), letterato e pubblicista perugino (cfr. Casella 1982), figlio dell’archeologo di fama europea Giancarlo Conestabile (su cui si veda Volpi 1882).
Dagli appunti di Carlo Conestabile emerge chiaramente la concezione naturalistica del linguaggio di impronta schleicheriana. Sono frequenti, infatti, espressioni come «vita delle lingue» o «fenomeni naturali della lingua». Le lingue erano considerate organismi naturali da vivisezionare e analizzare scientificamente, come mostrano i seguenti esempi tratti dagli appunti:

Le lingue flessive sono le meglio organate; ma in esse colla critica si scompone la parola nei suoi elementi. Così nell’italiano stesso nessuno pensa più a dividere in due parti gli avverbi che finiscono in mente(lietamente etc.) così le forme amerò, farò non discendono dal latino (ms. 2541, c. 3r).
Noi ci occuperemo subito dei suoni indo-europei nella loro trasformazione materiale; la trasformazione di questi suoni costituisce la vita delle lingue. Il materiale del latino sta alle lingue neo-latine, come l’indo-europeo alle lingue che ne derivano (ms. 2541, cc. 7v-8r).

Quest’ultimo esempio ci mostra anche come si facesse uso di un linguaggio mutuato dalle scienze esatte, laddove si affermava che «il materiale del latino sta alle lingue neo-latine, come l’indo-europeo alle lingue che ne derivano»; a conferma di ciò basti citare un altro esempio, in cui si parla esplicitamente di «equazioni fonetiche», palesando una terminologia tratta dalla matematica in riferimento alle leggi fonetiche, corrispondenze perfette nell’evoluzione linguistica fra suoni di una lingua originaria e suoni di diverse lingue fra loro apparentate:

Diamo alcune equazioni fonetiche. Prima abbiamo a = a[1] intendendo per il primo membro la vocale neo-latina. Ora parleremo dell’ē, ĕ ed e in posizione; per e = ē; ie = ĕ; e = ep. (cioè e di posizione). L’e ha una analogia perfetta coll’o anche nell’indo-europeo e quindi o = ō; uo = ŏ; o= op. (cioè o di posizione) (ms. 2535, c. 124v).

Dagli appunti emerge anche la classificazione delle lingue in monosillabiche, agglutinanti e flessive, così come era stata concepita dalla linguistica ottocentesca e ulteriormente elaborata da Schleicher, che aveva visto nei diversi tipi stadi successivi di sviluppo; si legge infatti negli appunti:

ritornando alla linguistica, ossia ai principi generali di essa, avvertiamo che le lingue in genere secondo il loro organismo sono state divise in tre gruppi:

  • Monosillabiche;
  • Agglutinanti o juxtaponenti
  • Flessive

Diconsi monosillabiche nel primo loro stadio le lingue e poche sono quelle che a giorni nostri sono rimaste in questo stato. La cinese (e le lingue chamitiche) restano nondimeno monosillabiche anche ai giorni nostri. Non è nostro ufficio d’investigare l’origine del linguaggio, la quale essendo intimamente connessa coll’origine dell’idee è studio convenevole più tosto all’antropologia che alla linguistica […]. Fatto nondimeno indiscutibile è che il primo periodo del linguaggio è stato il monosillabismo. Quelle interjezioni enunziavano le prepotenti idee e quasi infantili che l’uomo aveva nei primi tempi. Passano poscia le lingue al secondo stadio dell’agglutinazione, la quale ha luogo coll’unione che si fa di più monosillabi insieme in modo però che ciascun monosillabo serbi ancora il suo valore (mecum, farmi). Le lingue flessive delle quali più specialmente parleremo si dividono in due gruppi: semitico e indoeuropeo (ms. 2535, c. 4r-v).

Il linguaggio usato in questi appunti tradisce, come si è potuto notare, l’influsso del naturalismo schleicheriano. Quest’ultimo fu ereditato in un certo senso dalla cosiddetta scuola dei «neogrammatici», in particolare in riferimento al principio di ineccepibilità delle leggi fonetiche nell’evoluzione linguistica, ma ebbe tenaci oppositori, anche in Italia, per la sua “meccanicità”; ma è innegabile il suo influsso sulla linguistica del periodo e sulla sua terminologia. L’influenza delle idee darwiniane in linguistica è ancora oggi oggetto di studio fra gli addetti ai lavori (cfr. ad es. Banfi 2013).

Note:
[1] ] a = ā/ă Nel ms. sulla seconda a sono indicati i simboli delle due quantità uno sull’altro.

Bibliografia:
– Banfi E., a cura di (2013), Sull’origine del linguaggio e delle lingue storico-naturali. Un confronto fra linguisti e non linguisti, Atti del primo convegno interannuale di studi della Società di Linguistica Italiana (Milano-Bicocca, 24-25 giugno 2012), Roma, Bulzoni.
– Beccaria G.L. (2000), Glottologia e Linguistica, in Storia della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, a cura di I. Lana, Firenze, Olschki, pp. 267-279.
– Bolelli T. (1965), August Schleicher, in Id. (a cura di), Per una storia della ricerca linguistica, Napoli, A. Morano, pp. 120-136.
– Casella M. (1982), Conestabile, Carlo, in DBI, vol. XXVII, pp. 766-768.
– DBI = Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1961-.
– De Mauro T., a cura di (1999-2007), Grande dizionario italiano dell’uso, 8 voll., UTET, Torino.
– Ermini G. (1971), Storia dell’Università di Perugia, 2 voll., Firenze, Olschki.
– Fanciullo F. (2013 [2007]), Introduzione alla linguistica storica, Bologna, il Mulino.
– Gensini S. (2013), Darwin e l’origine del linguaggio fra storia naturale e teoria, in Banfi (2013), pp. 23-48.
– Schleicher A. (1861-1862/1869), Compendium der vergleichenden Grammatik der indogermanischen Sprachen, Weimar, Bohlau [trad. ital. a cura di D. Pezzi, Compendio di grammatica comparativa dello antico indiano, greco ed italico, di Augusto Schleicher, Torino, Loescher, 1869].
– Schleicher A. (1863/1965), Die Darwinische Theorie und die Sprachwissenschaft, Weimar [trad. ital. in stralci a cura di E. Lombardo, La teoria darwiniana e la scienza del linguaggio, lettera aperta al Dr. Ernst Häckel, in T. Bolelli (1965), pp. 123-136].
– Morpurgo Davies A. (1996a), La linguistica dell’Ottocento, Bologna, il Mulino.
– Morpurgo Davies A. (1996b), La grammatica storica e comparativa: Rask, Bopp e Grimm, in Ead. (1996a), pp. 181-215.
– Richards R.J. (2002), The Linguistic Creation of Man: Charles Darwin, August Schleicher, Ernst Haeckel, and the Missing Link in 19th-Century Evolutionary Theory, in Experimenting in Tongues: Studies in Science and Language, ed. Matthias Doerres, Stanford, Stanford University Press, pp. 21-48.
– Roncetti M. (1998), Manoscritti di G.B. Vermiglioli, A. Fabretti e G.C. Conestabile, in L. Polverini (a cura di), Erudizione e antiquaria a Perugia nell’Ottocento, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, pp. 15-39.
– Spina S. (1994), Appunti inediti dalle lezioni di Giovanni Flechia per l’a.a. 1872-73, in Per Giovanni Flechia nel centenario della morte (1892-1992), Atti del Convegno (Ivrea-Torino, 5-7 dicembre 1992), a cura di U. Cardinale – M.L. Porzio Gernia – D. Santamaria, Alessandria, Edizioni dell’Orso, pp. 189-195.
– Volpi R. (1982), Conestabile della Staffa, Giovanni Carlo, in DBI, vol. XXVII, pp. 768-770.

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