Fuori dal mito e oltre le favole: il Cambriano dei robot

La rivista Nature, all’interno dello speciale Future generations ha dedicato un articolo ai cambiamenti tecnologici e in particolare all’ascesa dei robot che, secondo alcune previsioni, potrebbero vivere di qui al 2040 il loro Cambriano: un’esplosione di macchine diverse tra loro che pervaderanno ogni settore della nostra esistenza, liberandoci dal lavoro non solo fisico. E sollevando, nel contempo, anche questioni etiche.
Tina Simoniello, 03 Luglio 2016
Micron
Micron
Giornalista freelance

È l’ultimo nato ma è il capostipite della sua categoria. Ed è italiano. Il primo robot flessibile, descritto a fine febbraio sulla rivista PlosOne, è il risultato di una ricerca nostra, coordinata dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, e condotta in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. A differenza dei robot che ci hanno abituati a vedere i servizi televisivi, ha poco di antropomorfo e forse un po’ di rettiliano: è un tubo del diametro di tre centimetri. Ma a differenza di tutti quelli nati prima di lui – magari anche più affascinanti di lui – grazie alla sua flessibilità può raggiungere qualsiasi obiettivo spostandosi con tutto il suo corpo e farsi strada per esempio tra i nostri organi interni per raggiungere organi malati o tessuti bersaglio. Oppure insinuarsi tra le macerie di un terremoto, evitando gli ostacoli, per ispezionare cumuli di detriti altrimenti irraggiungibili. O ancora muoversi all’interno dei satelliti, per riparare componenti elettroniche senza toccare nient’altro se non quello che serve.
È l’ultimo nato, il robot flessibile italiano, dicevamo.
Ma lo sarà per poco. Secondo alcune previsioni, non di romanzieri o di sceneggiatori di megaproduzioni ma di autorevoli scienziati, riportate da Nature all’interno di Future generations, uno speciale di febbraio dedicato al futuro, nel 2040 potremmo vivere in un mondo nel quale tutti avranno – avremo – un robot, così come abbiamo oggi uno smartphone o un’automobile. Realizzando così un antico sogno: disporre di macchine – ben oltre l’industria e l’alta tecnologia bellica e la chirurgia d’avanguardia – programmate per ubbidire ai nostri comandi ogni giorno, in casa o in ufficio, liberandoci dal lavoro pesante, o dai compiti difficili, o pericolosi o semplicemente da quello che non abbiamo voglia e tempo di fare.
Un sogno che ha affascinato ogni cultura: Omero racconta delle macchine semoventi di Efesto. Nella tradizione ebraica si narra del Golem, un gigante d’argilla forte e sottomesso, dal duplice utilizzo: come servo per i lavori pesanti e come difensore del popolo ebraico dai suoi persecutori. Un sogno che, come tutti i sogni d’altronde, ha abbondantemente colonizzato in tempi più recenti cinema e narrativa: i cyborg, i robocop, (buoni o cattivi dipende dalla fantasia del regista o dello scrittore) hanno popolato come comprimari o anche protagonisti decine di film e romanzi, alcuni dei quali hanno segnato la storia del cinema e della narrativa. Per non dire dei cartoni animati e delle favole: due esempi tra tutti: Jeeg Robot, “cuore e acciaio” al servizio dell’umanità sette giorni su sette. E Pinocchio, secondo alcuni il primo esempio di robot da compagnia/badante, almeno nelle speranze (tradite) del suo umile e poverissimo ideatore.

FUORI DAL MITO E OLTRE LE FAVOLE: IL CAMBRIANO DEI ROBOT
Secondo quanto riportato da Nature, ci sono tanti progressi tecnologici nel campo della robotica e stanno procedendo così spediti, che nel corso di questo secolo potrebbero provocare nella nostra vita cambiamenti inimmaginabili.
Gill Pratt, direttore del Research Institute Toyota, Palo Alto, California, ha previsto per i prossimi decenni un Cambriano della robotica: un fiorire di robot diversi un po’ come fu per la biologia nel vero Cambriano quando circa 530 mila anni fa in un tempo ristretto si verificò sulla Terra una vera e propria esplosione di specie con la nascita dei maggiori phyla di animali complessi. Robot capaci di fare quasi tutto, di apprendere alla velocità della luce, di comunicare tra loro a una velocità 100 milioni di volte più alta di quella degli esseri umani, e di imparare sulla base delle rispettive esperienze.
Per Daniela Russ, a capo del Laboratorio di Computer Science e Intelligenza Artificiale del Massachusetts Institute of Technology, Cambridge «La promessa per il futuro è un mondo in cui i robot sono comuni come le automobili e telefoni, un mondo in cui tutti possono avere un robot e i robot sono integrati nella nostra esistenza».
Pedro Domingos, ricercatore di Machine-learning, Università di Washington, Seattle, preconizza una realtà nella quale gli scienziati avranno eserciti di studenti virtuali, che faranno il lavoro di laboratorio, analisi statistiche, ricerche bibliografiche e persino attività di scrittura per loro.
Ma probabilmente uno degli argomenti più caldi lo tocca nello speciale sul futuro Fei-Fei Li, a capo del Laboratorio di intelligenza artificiale di Stanford, California: «Nel prossimo paio di generazioni vedremo la prima fase di veri e propri robot per l’assistenza personale in casa e in altri ambienti umani», e aggiunge: «Liberare dal lavoro è una cosa buona: in fondo la parola robot deriva da robota che in ceco significa “lavoro forzato” e robot si chiamavano gli operai-automi di un dramma degli anni Venti di Karel Čapek, scrittore e drammaturgo praghese che senza saperlo ha dato il nome a una nuova scienza. Tuttavia la questione del rapporto robot e lavoro qualche riflessione la merita perché qualche questione etica la pone».

I ROBOT CI LASCERANNO DISOCCUPATI?
Secondo Martin Ford imprenditore della Silicon Valley e autore di Rise of the Robots (l’ascesa dei robot) un volume pubblicato lo scorso anno, la risposta è sì, lo faranno, anzi lo stanno già facendo. E non si tratta di robot operai alla Čapek: i robot che dovremmo (già) temere non sono le sofisticate macchine industriali, di quelle che una sola fanno 10 uomini e che ormai da tempo vengono impiegare in fabbrica. Ma sono segretarie, soldati, anche giornalisti (per il piacere di chi scrive). Sono chirurghi, infermieri, badanti per i nostri anziani, e magari anche capaci di imparare dai loro errori (a differenza di non pochi loro colleghi umani).
Che fare? Sperare che i posti di lavoro persi siano sostituiti da quelli creati dalla ricerca e dall’industria legata alla robotica e all’intelligenza artificiale? Potremmo, in effetti. Se non fosse chela storia ci ha insegnato che i conti non tornano sempre. Che quando si verificano scatti in avanti della tecnologia, insomma quando il futuro va avanti veloce, i posti di lavoro ottenuti raramente equivalgono a quelli persi. E ci ha insegnato anche, la storia, che indietro non si torna.
La verità è che non abbiamo scampo: per vivere a pieno le grandiose (è così: sono effettivamente grandiose) opportunità del futuro dovremmo imparare a farci i conti, con una economia così tanto robotizzata. O almeno dovremmo parlarne, insomma aprire un dibattito che va oltre le riviste scientifiche e gli articoli di giornale e allargare lo sguardo sulla politica e sull’organizzazione del lavoro.
Lo scorso 27 maggio, sempre la rivista Nature ha ospitato un dibattito sull’etica dell’intelligenza artificiale Robotics: Ethics of artificial intelligence, al quale hanno dato il loro contributo diversi scienziati ognuno per un particolare argomento.
Russ Altman, professore di bioingegneria, genetica, medicina e computer science a Stanford, ha trattato il rapporto tra intelligenza artificiale e disuguaglianze.
Partiva da una premessa favolosa, anzi una promessa favolosa Altman: l’intelligenza artificiale e i robot hanno un incredibile potenziale nel settore della biologia della medicina e anche dell’assistenza sanitaria. Sistemi di IA daranno contributi significativi nel campo delle misurazione ed elaborazione dei dati che otteniamo dalle cosiddette “omiche”: la genomica, la proteomica e metabolomica. Nello sviluppo delle cartelle cliniche elettroniche.
Nel controllo digitale dei valori ematici e non solo.
Nella capacità di analizzare cluster di informazioni in un modo tale che si potranno definire nuove patologie, separando tra loro malattie che si pensava fossero la stessa, e di conseguenza aumentando la possibilità di mettere a punto trattamenti ottimali decisamente più mirati.
I medici, nel corso delle consultazioni potrebbero visualizzare coorti di pazienti virtuali, tutti simili al paziente che hanno di fronte, avendo a disposizione statistiche, risultati e quindi opzioni di cura molteplici.
Ma (un ma ci sta sempre, e in genere non promette niente di buono) oltre a fornire un elenco delle magnifiche sorti e progressive dell’IA in medicina, Altman pone una questione: chi saranno i beneficiari di tutto questo progresso? A meno che – dice – non siano attuati in modo da consentire a tutti l’accesso, i nuovi strumenti messi a disposizione dalla scienza e dalla tecnica da enorme risorsa potrebbero trasformarsi in generatori di disuguaglianza, amplificando l’iniquità già esistente. ««Per esempio negli Stati Uniti – argomenta Altman – chi non ha un lavoro sperimenta un diverso livello di cura. Un sistema a due livelli in cui solo chi può pagare può godere dei vantaggi dei di cura e di assistenza avanzati sarebbe ingiusto e iniquo. È responsabilità congiunta di chi governa e di chi sviluppa la tecnologia sostenere la ricerca al fine di garantire che le tecnologie di intelligenza artificiale siano equamente distribuite».
La salute e il lavoro, connessi direttamente come sono con la vita e la sussistenza, rappresentano temi etici per definizione. In tempo di pace.
In tempo di guerra – o sarebbe meglio dire nelle zone di guerra, visto che in guerra qualcuno ci sta sempre sul nostro pianeta – emergono altre questioni etiche connesse alla robotica. La parola drone dice qualcosa?
Stuart Russel, professore di computer science a Berkeley ha contributo al dibattito su Nature sull’etica dell’intelligenza artificiale trattando di armi.
La comunità degli esperti di robotica e IA dovrebbero sostenere oppure opporsi – si chiede Russel – allo sviluppo delle armi letali autonome (inglese lethal autonomous weapons systems, LAWS)? La questione è controversa: perché se potrebbe essere vero che la capacità delle armi robot di selezionare gli obiettivi è superiore a quella degli umani e che le LAWS sarebbero in grado di ridurre il numero di potenziali vittime civili, è senz’altro vero, o almeno è probabile, che la possibilità di fare la guerra senza andare in guerra favorisce la guerra: insomma se puoi colpire con la certezza di non essere colpito, lo fai, diciamo, con minore preoccupazione. Riflette anche su altre questioni Russel, legate alle applicazioni offensive della robotica e dell’IA. Per esempio: le LAWS, se utilizzate contro il terrorismo o comunque non in zone di guerra ma per la ricerca di sospetti, potrebbero violare i diritti umani, colpendo magari chi esibisca un comportamento codificato come minaccioso. Ma può una macchina comprendere quando il comportamento di un altro essere umano è effettivamente minaccioso, o magari soltanto arrabbiato, o semplicemente molto impaurito o qualcos’altro?
Ora, più in generale e guerra, terrorismo e armi a parte, potrebbe (potrà) mai un robot, per quanto perfetto, sostituirci nell’elaborazione delle percezioni e nella capacità di scegliere di agire?
Il gruppo di ricerca di Manuela Veloso, professore di computer science alla Carnegie Mellon University, sta cercando di costruire robot che con sensori artificiali (telecamere, microfoni e scanner), algoritmi e attuatori, che ne controllano i meccanismi, riescano a integrare percezione, cognizione e azione, come fanno gli esseri umani, appunto. «Ma – ha scritto la stessa ricercatrice sulle colonne di Nature – i robot e gli esseri umani sono molto diversi nelle loro capacità. I robot possono sempre avere limitazioni percettive, cognitive e di attuazione. Essi potrebbero non essere in grado di percepire pienamente uno scenario, di riconoscere o manipolare qualsiasi oggetto, di capire tutto il linguaggio parlato o scritto (…). Credo che i robot completeranno gli esseri umani, non li soppianteranno». Sarà pure il Cambriano dei robot, ma a decidere saremo ancora noi. Il che, naturalmente, non significa che lo faremo sempre con saggezza, ma che del futuro saremo sempre comunque gli unici responsabili.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X