Gli italiani e la scienza: un rapporto ancora fragile

Secondo l’ultima edizione dell’Annuario Scienza, Tecnologia e Società il rapporto tra italiani e scienza si diversifica su più livelli e con esiti non sempre scontati; se, da un lato, viene rilevata una tendenza tutt’altro che antiscientifica specialmente in termini di supporto alla ricerca, dall’altro troviamo una grande quantità di quelli che Observa definisce come “tecnoesclusi”. Contraddizioni e novità della relazione tra il nostro Paese e il mondo della scienza.
Andrea Rubin, 27 Febbraio 2017
Micron
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Sociologia, Comunicazione della Scienza

Nella società della conoscenza, la scienza entra sempre più nella nostra vita individuale e collettiva e, al contempo, la società partecipa sempre più ad assumere decisioni rilevanti per lo sviluppo della scienza.
Le frequenti sollecitazioni hanno fatto perciò emergere la necessità di un maggiore approfondimento sui rapporti tra scienza e società. In Italia, lo stato e le trasformazioni della ricerca e dell’innovazione viene monitorato da oltre un decennio dal centro di ricerca indipendente Observa – Science in Society che ogni anno pubblica l’Annuario Scienza Tecnologia e Società (ed. Il Mulino) proponendo, in forma sintetica e accessibile, una raccolta aggiornata dei dati e delle informazioni più recenti provenienti dalle più accreditate fonti nazionali e internazionali.
L’ultima edizione dell’Annuario è stata presentata ieri presso il Circolo dei Lettori di Torino e mantiene anche quest’anno la consueta struttura ma ha voluto rinnovarsi con l’aggiunta di fumettie infografiche per facilitare l’interpretazione dei dati. Dalla sua lettura emergere un quadro piuttosto eterogeneo del rapporto tra scienza, tecnologia e società italiana.
«Dai dati di quest’anno» osserva la curatrice di questa edizione Barbara Saracino, sociologa dell’Università Federico II di Napoli, «emerge che i cittadini sono sempre più innamorati della scienza ma preoccupati per le politiche della ricerca in Italia». Infatti, se da un lato cresce l’interesse dei cittadini e la loro partecipazione alle attività di comunicazione pubblica della scienza, dall’altro l’Italia non si presenta come un Paese che investe molte risorse nella ricerca scientifica e che sovente presenta carenze nelle politiche della ricerca e negli investimenti tecnologici.

SCIENZA E CITTADINI
Un campione di circa mille cittadini italiani, con età superiore ai 15 anni, è alla base della ricerca che fornisce molti spunti su cui riflettere. Già qualche mese fa ricordavamo che il 2016 ha fatto registrare un picco mai raggiunto nelle precedenti rilevazioni in merito al livello di alfabetizzazione scientifica dei cittadini. Il dato si presenta in costante crescita dal 2007 e appare incoraggiante se letto assieme a quelli che riguardano la partecipazione pubblica alle cosiddette attività di public engagement quali mostre, conferenze, spettacoli, laboratori aperti, caffè scientifici, speaker’s corner e festival della scienza. Inoltre, è molto elevata la fiducia riposta negli scienziati: il 78,8% dei cittadini considera gli scienziati e le loro conferenze pubbliche la fonte più credibile per informarsi sui temi scientifici di grande interesse pubblico.
Sulla spinta della Terza Missione dell’Università, cresce anche il numero degli scienziati impegnati in attività di comunicazione, decisi a far conoscere il proprio lavoro al grande pubblico. Parallelamente, cresce anche l’interesse dei media, con l’aumento di spazi informativi volti a dare visibilità al lavoro dei ricercatori.
L’interesse degli italiani verso la ricerca scientifica è sottolineato anche dai dati relativi alle donazioni effettuate a favore delle associazioni di ricerca. Il tema della salute dovrebbe essere al primo posto dell’agenda della comunità scientifica, secondo i cittadini, e questo è confermato dal favore ottenuto dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) che ha ricevuto il maggior numero di donazioni, con un budget (66,1 milioni di euro) sei volte superiore rispetto alla seconda istituzione. Per altro, sempre rivolta alla ricerca sul cancro (Fondazione Piemonte per la ricerca sul cancro Onlus).
Se i dati raccolti in oltre dieci anni di rilevazioni paiono sfatare decisamente lo stereotipo che vede la società italiana permeata da uno spirito antiscientifico, non si può dire che l’Italia esca altrettanto bene in altri settori che coinvolgono il campo della ricerca. Primo fra tutti il gender gap.

DONNE E SCIENZA
A Cagliari, merito anche dell’impegno profuso dal rettore Maria del Zampo, da un anno è possibile usufruire di una serie di servizi che aiutano le studentesse-mamme a conciliare l’attività di studio e quella di madre. Iniziative che proseguono con l’offerta, da parte degli atenei, di bonus per le ricercatrici che diventano madri oppure con l’offerta di incentivi economici rivolti alle ragazze che intraprendono il percorso di studio nel settore ingegneristico.
A leggere i dati presentati da Observa, però, paiono tutte misure insufficienti a colmare un gap persistente e duraturo. È soprattutto a conclusione del percorso di dottorato che la presenza femminile nella ricerca si va diradando. Le ricercatrici universitarie sono solo il 35,5% (35,7% sul totale dei ricercatori impiegati) mentre le docenti raggiungo appena il 37,5% di cui solo il 21,6% ricopre il ruolo di professore ordinario. Le cose peggiorano a mano a mano che si sale verso i vertici apicali e dirigenziali: sono solo 6 le donne sugli 82 rettori degli Atenei italiani. Sono dati che ci illustrano una situazione ma non spiegano le cause. Di certo, invece, rimane il fatto che il 72% degli uomini risulta vincitore dei bandi europei ERC. In Italia su 38 ERC vinti nelle discipline STEM solo 11 sono stati aggiudicati a una donna.
Viene in mente quello che il celebre sociologo Robert K. Merton ha definito “effetto San Matteo”. Citando un passo del Vangelo di Matteo secondo cui «a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha» (Mt 25,29), Merton aveva individuato nella comunità scientifica quella dinamica cumulativa nell’allocazione di risorse, per cui coloro che si trovano in posizione di vertice, visibilità e prestigio avranno accesso facilitato ad altre risorse e posizioni prestigiose permettendo quindi l’accesso a finanziamenti di ricerca, premi, riconoscimenti o opportunità di pubblicare nelle più prestigiose riviste. Trovandosi gli uomini nelle posizioni apicali della scienza appare evidente questo effetto.
Tuttavia, pur non mancando esempi virtuosi come la direzione del CERN affidata a Fabiola Gianotti o l’esperienza in orbita della prima astronauta italiana Samantha Cristoforetti, essi non bastano da soli a incentivare la maggior presenza di donne nei ruoli importanti della scienza. Per questo il MIUR prova a sensibilizzare i ragazzi e le ragazze alla parità di genere nella scienza con l’iniziativa “Le studentesse vogliono ‘contare’! Il mese delle Stem” promossa dall’8 marzo all’8 aprile.

LE POLITICHE DELLA RICERCA IN ITALIA
Uno dei primi dati che offrono un quadro piuttosto desolante della situazione italiana nel campo delle politiche della ricerca riguarda il numero di ricercatori impiegati in attività di ricerca e sviluppo (R&S). Essi sono il 4,9% a fronte del 15,3% della Finlandia, del 14,1% della Svezia o del 10,5% del Giappone. E per giunta solo il 35,7% è donna.

Non solo pochi ricercatori impiegati ma anche pochi investimenti. Secondo i dati OCSE elaborati da Observa, l’Italia investe solo l’1,3% del PIL in R&S. Meno della media europea (2%) e decisamente una percentuale inferiore ai principali Paesi europei come la Germania (2,6%), la Francia (2,3%) o il Regno Unito (1,7%).
Come già emerso dalle precedenti edizioni, è tuttavia il settore privato a confermarsi l’anello più debole per quanto riguarda l’impiego di personale e negli investimenti in attività di R&S. Tra le dieci aziende che investono di più in R&S nel mondo, neanche una è italiana. L’inadeguatezza degli investimenti in ricerca da parte dello Stato sono considerati i problemi più gravi della ricerca italiana anche dai cittadini.

Come denunciato recentemente da un articolo di Nature, sono tempi duri per i giovani ricercatori. Che l’Italia non sia un paese per giovani è cosa nota. Infatti il “Sistema Italia” non si attesta bene nelle classifiche Ocse neanche osservando l’età media dei docenti: se in Germania il 55,2% ha un’età inferiore ai 40 anni, da noi, sotto questa soglia, è solo il 15,3% degli insegnanti. Solo la Grecia (13,6%) riesce a fare peggio.

I RAPPORTI CON LA TECNOLOGIA
Se nella UE la media di cittadini che non usano Internet è del 16%, in Italia tale percentuale sale al 28%. Una parte considerevole dei cittadini italiani rientra tra quelli che Observa definisce “tecnoesclusi”. In Danimarca, per esempio, è solo il 3% della popolazione. E l’Italia presenta anche forti differenziazioni regionali con il meridione che presenta percentuali molto, troppo, elevate.

Tra le attività svolte in rete dagli italiani, al primo posto vi è la partecipazione ai siti di social networking (Facebook su tutti). Il 38% dei cittadini italiani è impiegato in questa attività. Mentre è il 50% nella UE. Al secondo posto troviamo la lettura di siti d’informazione (37%) e al terzo la ricerca di informazioni mediche (30%). Quest’ultimo è un dato nettamente inferiore alla media europea, che vede ben il 46% dei cittadini cercare informazioni sulla salute in Rete.
Ma la tecnologia è anche un indicatore economico e di capacità competitiva. Secondo il Networked Readiness Index elaborato dal World Economic Forum, però, l’Italia è al 45° posto per capacità di sfruttare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) per favorire la competitività e il benessere.
Anche secondo l’indice sintetico di innovazione, che riassume ben 25 differenti indicatori, l’Italia si presenta appena sotto la media UE ma molto distante dai livelli raggiunti da competitor come Francia, Germania o Svezia.

In conclusione, da quanto emerge dalla preziosa collezione di dati forniti da Observa, viene sfatata l’idea degli italiani come antiscientifici. Piuttosto “il vero problema”, ricorda spesso Massimiano Bucchi, docente di Sociologia della Scienza all’Università di Trento, «non è l’assenza di una cultura scientifica – numerosi dati citati sfatano ampiamente questo stereotipo. Il nodo critico, resta la fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società: di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni della scienza e della tecnologia evitando le opposte scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica».
Quelli qui esposti sono solo una minima parte dell’imponente base di dati contenuta nell’Annuario 2017 che pone così solide basi per alimentare una discussione più costruttiva e informata sui rapporti tra scienza e società. Evitando un dibattito su questi temi dominato da luoghi comuni, perlopiù infondati e frequentemente non sostenuti da dati empirici.

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