Globalizzazione del rischio ambientale e percezione sociale

Nel 1986 il sociologo tedesco Ulrich Beck per definire la società contemporanea usò i termini di Società del Rischio. Un discorso più che mai attuale, che vale la pena riprendere nella sua declinazione ambientale.
Irene Sartoretti, 21 Gennaio 2016
Micron

La complessità delle problematiche ambientali risiede nella loro duplice natura: quella fisico-oggettiva e quella socio-culturale. Per l’appunto, il problema del rischio ambientale è qualcosa che non attiene solamente alla sfera oggettiva, ma è intimamente legato anche alla percezione soggettiva che se ne ha, la quale è a sua volta strettamente connessa con il contesto culturale in cui si forma. È quest’ultimo che crea socialmente il rischio ambientale e ne definisce i mutamenti di significato nel tempo.
Nella stagione della prima modernità industriale si può perciò affermare che il rischio ambientale non esistesse, e questo perché non era né socialmente, né culturalmente percepito. La ragione del fatto che non esistesse risiede nelle lacune da parte del sapere tecnico-scientifico e nella non immediata visibilità dei nessi fra cause ed effetti.
Le questioni ambientali si caratterizzano infatti molto spesso per le grandi distanze temporali e geografiche che separano le cause dagli esiti. Si pensi in proposito ai cambiamenti climatici, le cui ragioni appaiono invisibili e distanti e cui esiti sono pienamente coglibili solo attraverso gli studi statistici. L’assenza di una consapevolezza per quanto riguarda il rischio ambientale ha fatto sì che la prima modernità, definita anche era meccanica della modernità, si caratterizzasse per una sostanziale omologia fra produzione industriale di tipo meccanico, ricchezza e benessere. E questa euforica idea ha accompagnato l’Occidente fin oltre la seconda guerra mondiale.
È solo con la società contemporanea, definita anche di seconda modernità, che il rischio ambientale è uscito definitivamente dalla sua latenza e ha quindi cominciato ad essere pienamente esistente sia culturalmente che socialmente. Il sociologo tedesco Ulrich Beck parla in proposito della società attuale come della società del rischio, ossia della società che è divenuta pienamente consapevole del rischio ambientale (1986). Alcuni grandi catastrofi come quella di Chernobyl hanno contribuito a far uscire le problematiche ambientali dalla loro invisibilità e dal solo dominio ristretto del sapere scientifico e a farle entrare nell’esperienza di vita quotidiana di ciascuno. Ciò significa che il rischio ambientale è entrato nel campo del visibile e ha cominciato a esistere socialmente.
In generale, la società del rischio si caratterizza per tre grandi trasformazioni. La prima riguarda il sapere analitico-scientifico.
La seconda si riferisce all’ambito politico-istituzionale. La terza riguarda l’esperienza e il sentire degli individui. L’esperienza e il sentire degli individui si basano su una conoscenza di tipo non scientifico, la quale risiede sia in ciò che è quotidianamente visibile ed esperibile, sia nella ricezione di un’informazione immediatamente accessibile e che abbia un’altrettanta immediata associazione con la vita reale (Asplund 2011).
Per quanto riguarda il sapere scientifico, la società attuale si caratterizza per un tipo di scientifizzazione definita da due autorevoli voci, quella del già citato Beck e quella di Giddens, come scientifizzazione riflessiva. Con questa si intende il fatto che il sapere scientifico ha non solo acquisito i mezzi per una differenziazione e una complessità profonde, come mai in nessun’altra epoca precedente, ma ha anche acquisito la diffusa inclinazione a riflettere su sé stesso.
La dimensione di auto-riflessività ha portato a un abbandono del paradigma positivista e a una simultanea erosione dell’idea di una chiara e univoca identificazione fra aumento della produzione industriale, aumento della ricchezza e crescita del benessere. Non solo. All’approfondirsi e allo specificarsi della conoscenza scientifica è corrisposta anche una presa di coscienza dell’iper-complessità dei fenomeni e dell’incertezza che regola il loro svolgersi.
Detto diversamente, il sapere scientifico ha preso coscienza di una modellizzazione inadeguata in rapporto alla complessità dei fenomeni naturali e umani, che si traduce nell’accettazione di una limitazione per quanto riguarda la previsione di possibili scenari futuri.
Viene meno la sicumera del modello positivista. Questo si è sempre tradotto nell’idea di una Terra che può essere cambiata e dominata a piacimento secondo un modello che lega nell’ordine sapere, prevedere e potere. In altre parole, il modello scientifico-razionale di progressiva dominazione del Mondo, che ha guidato come un faro la prima modernità, è stato messo in crisi. Per finire, sempre a livello scientifico, c’è stata una presa di coscienza della portata e della distribuzione globali del rischio ambientale. L’idea di globalizzazione del rischio ambientale unita all’imprevedibilità circa i suoi esiti hanno aumentato l’allerta scientifica nella tarda modernità.
Se si esce dal ristretto campo scientifico e si guarda sia all’agenda politica che al sentire comune, si osservano parimenti delle importanti trasformazioni. La prima di queste è un importante ingresso delle questioni ambientali nella sfera istituzionale pubblica. La sfera politico-istituzionale assume un doppio ruolo nei confronti dei cittadini. Da un lato, assume il ruolo informativo-pedagogico, volto a creare la coscienza di una responsabilità allargata in rapporto alle questioni ambientali. Si tratta di un ruolo che è stato anche recentemente sottolineato nel quadro della COP21 di Parigi. Dall’altro, c’è una maggiore apertura alla consultazione continua con i cittadini in materia ambientale e dunque a rendere i cittadini maggiormente partecipi e responsabili in prima persona delle decisioni. Non secondariamente, la sfera politica ha fatto propria l’idea della globalizzazione del rischio ambientale, in rapporto al quale vengono meno i confini degli Stati-Nazione. C’è l’estrema consapevolezza di una inter-relazione a livello globale fra cause ed effetti ambientali. In proposito, le conferenze mondiali sul clima esprimono bene il riflesso del cambiamento di paradigma politico-istituzionale rispetto ai rischi ambientali.
Per quanto invece riguarda i comuni cittadini, c’è sicuramente uno spettro molto vario di comportamenti, di modi di sentire e di maniere di far propri fenomeni astratti e complessi, come quelli ambientali. Sicuramente c’è una consapevolezza del rischio ambientale più alta e diffusa, dovuta a un aumento generale del capitale culturale degli individui e a un accesso allargato e immediato all’informazione. E, a proposito di informazione, la più alta consapevolezza è dovuta a una forte mediatizzazione del linguaggio scientifico, che, va detto, talvolta utilizza metafore e termini dal grande suono evocativo e dal flebile contenuto analitico. Tuttavia, c’è ancora grande difficoltà ad avviare un serio processo di transizione energetica dal basso. Questo perché le persone faticano a cambiare i propri comportamenti quotidiani, come per esempio preferire il trasporto pubblico su rotaia. Faticano a cambiamenti vis-à-vis di problemi che sono percepiti ancora come distanti ossia poco impattanti sulla quotidianità immediata.
Infine, per quanto riguarda i possibili scenari sociali futuri, è difficile fare previsioni. Si può prevedere che di fronte alla democratizzazione e alla globalizzazione del rischio, vale a dire di fronte a un destino comune a tutti di esposizione al rischio ambientale, si formi una maggiore coesione sociale, col conseguente indebolimento delle differenze di classe. In fondo, fenomeni come quello dell’inquinamento atmosferico sono estremamente democratici, investono tutti.

Si può tuttavia anche prevedere che dal rischio ambientale scaturiscano nuove disuguaglianze sociali, fra chi ha i mezzi per potersi difendere e chi non ce li ha.

Per approfondire:
Asplund, T. (2011), «Metaphors in climate discourse: an analysis of Swedish farm magazines», Journal of Sciences Communications, 10 (04).
Beck, U. (1986), Risikogesellschaft, trad. it. (2000), La società del rischio. Verso una seconda modernità, Roma, Carocci.
Giddens, A. (1990), The Consequences of Modernity, trad.it. (1994), Le conseguenze della modernità, Bologna, Il Mulino.

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