I tre prìncipi di Serendippo, Hofmann e il suo bambino difficile

A volte capitano cose belle bellissime quando non ci pensi. Un'offerta di lavoro inaspettata, un gol di Pirlo al novantesimo in un derby, una risata in un giorno davvero storto. Spesso anche le cose importanti arrivano così, dall'imprevisto e dal caso, da una distrazione da un errore, da quella strana felicità che la sorpresa regala alle circostanze. Così come capitò al chimico svizzero Albert Hofmann che cercava di rimediare all'infertilità e invece...
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Illustrazioni di Francesco Montesanti
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Biologia e Comunicazione della Scienza
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Illustratore freelance

Il termine serendipity porta subito alla mente un mondo fatto di immagini esotiche e misteriose. Ed in effetti questa parola magica ha davvero un’origine fantastica: nasce nel grembo di un’affascinante favola persiana che racconta il viaggio dei tre prìncipi di Serendippo, antico nome di quello che oggi è lo Sri Lanka. Durante la loro avventura le tre altezze reali continuano ad imbattersi in scoperte casuali di cose di cui non erano minimamente alla ricerca.
Intorno al Settecento il termine inizia a descrivere quel fenomeno per cui, soprattutto in campo scientifico, un ricercatore scopre casualmente qualcosa mentre sta lavorando su altro. Per intenderci, la serendipità è un po’ la sorella dotata ma pigra della diligente ma poco brillante indagine sistematica.
Galileo ci ha insegnato che la ricerca scientifica è rigorosa, tenace, strutturata. Si parte con l’osservazione della realtà e l’individuazione di una problematica. A livello teorico si formula un’ipotesi per spiegare tale problematica e comincia poi una sequela infinita di esperimential fine di validare con buona probabilità la nostra ipotesi e formulare una teoria, ovvero annunciare che certi fenomeni si ripetono in modo prevedibile. Questa ricerca così diligente e precisa non è mai quindi una vera e propria scoperta: il ricercatore sa già quello che sta cercando e si accontenta di trovare nella realtà una conferma a ciò che già prevede esista.
L’aspetto esaltante della serendipità è invece questo suo reale carattere di scoperta. In questo solco si colloca  anche Albert Hofmann che cercava di rimediare all’infertilità ma finì per dare una mano ad altri sogni scoprendo l’Lsd.
Hofmann sintetizzò per la prima volta l’LSD nel 1936, mentre lavorava come ricercatore presso i Laboratori Sandoz. Al Sandoz aveva il compito di isolare, purificare e sintetizzare i principi attivi estratti dalle piante. I suoi studi sull’ergot, un fungo di segale e sui suoi vari composti attivi, hanno portato alla creazione di diversi composti di acido lisergico. “Avevo progettato la sintesi di questo composto con l’intenzione di ottenere uno stimolante circolatorio e respiratorio”, ha scritto Hofmann nel suo libro. “La nuova sostanza, tuttavia, non ha destato particolare interesse per i nostri farmacologi e medici; il test è stato quindi interrotto. “Passarono cinque anni e LSD-25 “stava a fissarlo” sullo scaffale del laboratorio. Ma un giorno di aprile del 1943 Hofmann decide di ripetere la sintesi dell’LSD-25. Nella fase terminale, durante la purificazione e la cristallizzazione della dietilamide dell’acido lisergico in forma di tartrato (sale dell’acido tartarico), il chimico svizzero è costretto a interrompere la sperimentazione a causa di insolite sensazioni che egli stesso descrive nel rapporto mandato al suo collega e amico professor Stoll: “Venerdì scorso, 16 aprile 1943, a pomeriggio inoltrato ho dovuto interrompere il lavoro in laboratorio e far ritorno a casa. Ero affetto da una profonda irrequietezza, accompagnata da leggere vertigini. Mi sono sdraiato e sono sprofondato in uno stato di intossicazione niente affatto spiacevole, marcato da una immaginazione particolarmente vivida. In una condizione simile al sogno, a occhi chiusi (la luce del giorno era abbagliante e fastidiosa), riuscivo a scorgere un flusso ininterrotto di figure fantastiche, di forme straordinarie che rivelavano intensi giochi caleidoscopici di colore. Dopo circa due ore questo stato svaniva. Il decorso di questi sintomi singolari faceva sospettare l’esistenza di un’azione tossica esterna; ipotizzai una relazione con la sostanza con cui stavo lavorando, il tartrato della dietilamide dell’acido lisergico. Questo implicava un’altra domanda: come ero riuscito ad assorbire il composto? A causa della nota tossicità delle sostanze a base di ergot, seguivo sempre abitudini di lavoro molto scrupolose. Poteva darsi che, durante la cristallizzazione, tracce di LSD fossero venute a contatto con la punta delle dita, e da lì fossero state assimilate attraverso la pelle. Se l’LSD era davvero la causa di questa bizzarra esperienza, doveva trattarsi senza dubbio di una sostanza di straordinaria efficacia. Pareva ci fosse un unico modo per fare chiarezza”.
Ma è in un secondo test, tre giorni dopo, che Hofmann constata appieno gli effetti dell’assunzione della sostanza, ingerendone una dose ben maggiore, pari a 0,25 mg, e intraprendendo la leggendaria corsa in bicicletta consegnata poi alla storia.
“Dovetti lottare per parlare in maniera intelligibile. Chiesi al mio assistente di laboratorio, che era al corrente dell’esperimento, di accompagnarmi a casa. Andammo in bicicletta -non c’erano automobili in vista, durante la guerra solo pochi privilegiati potevano permettersele. Sulla via del ritorno, cominciai a sentirmi perseguitato. Ogni cosa nel mio campo visivo fluttuava ed era distorta, come se fosse vista in uno specchio ricurvo. Avevo inoltre la sensazione di essere bloccato nello stesso posto, anche se il mio assistente mi disse, in seguito, che avevamo pedalato di gran lena. Alla fine arrivai a casa sano e salvo; riuscii appena a chiedere al mio compagno di chiamare il medico di famiglia e di farsi dare un po’ di latte dai vicini”.

Illustrazioni di Francesco Montesanti

La Sandoz mise Lsd sul mercato nel 1949, sotto il nome di Delysid. Visto che la condizione vissuta sotto il suo effetto era simile a una “malattia mentale sperimentale”, venne considerato uno strumento prezioso nella psicoterapia.
Nei tre eroici decenni successivi – come scrive Agnese Codignola nel suo libro “Da Albert Hofmann a Steve Jobs, da Timothy Leary a Robin Carhart-Harris: storia di una sostanza stupefacente” –  l’Lsd è stato studiato a fondo, prima come uno dei tanti psicofarmaci che si stavano affacciando nel panorama della nascente psichiatria farmacologica, poi come potente facilitatore del dialogo tipico della psicoanalisi, quindi come straordinario moltiplicatore di esperienze creative, mistiche e artistiche, e infine come possibile terapia per situazioni specifiche come quella dei malati terminali o degli alcolisti. Ma l’Lsd ha inoltre scontato, e ancora sconta, il fatto di essere arrivato in un momento complicato della storia del Novecento, ovvero pochi anni dopo la seconda guerra mondiale, e di aver conosciuto la sua massima diffusione durante un’altra guerra devastante, quella del Vietnam, nei confronti della quale probabilmente la fuga verso uno stato alterato di coscienza è sembrata a migliaia di ragazzi la via più immediata per rimuovere, almeno per qualche ora, la realtà. A diversi governi è invece parsa una via da chiudere per sempre, a ogni costo e con ogni mezzo: non solo cancellando qualunque programma di ricerca, ma anche incarcerando chi osava continuare a studiare quelle sostanze sovversive.
Nel 1966 la Sandoz cessò la vendita e un anno dopo l’Lsd venne messo al bando. Nel 1969 il festival di Woodstock, rappresentò il culmine del movimento psichedelico ma al tempo stesso l’inizio della sua fine.
Nel 2006, in occasione del suo centesimo compleanno, Hofmann ne condannò la distribuzione: “Il modo in cui l’Lsd viene distribuito nel mondo è criminale. Già nel 1950 scrissi che si trattava di una sostanza molto potente, che avrebbe potuto servire a un ottimo scopo in medicina, se somministrato secondo rigidi criteri. Invece si è sempre cercato di spingerlo nel sottobosco delle sostanze illegali. Oggi avrebbe senso parificarlo alla morfina.”

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