Il Nobel per la medicina agli scopritori dell’Epatite C

Una scoperta che ha permesso di salvare milioni di vite e dare la speranza di eradicare una malattia. I vincitori del premio Nobel per la Medicina 2020 i virologi sono Harvey J. Alter , Michael Houghton e Charles M. Rice.
Francesco Aiello, 05 Ottobre 2020
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Biologia e Comunicazione della Scienza

Il virus dell’epatite C rappresenta ancor oggi un importante problema di salute pubblica mondiale in quanto è  la principale causa di epatiti virali croniche e di trapianti di fegato. Stime a livello mondiale confermano che circa 170 milioni di persone nel mondo sono infettate con tale virus.
In Italia la prevalenza del virus è stimata nell’ordine del 2-3% con picchi del 5-10% nelle regioni del Sud d’Italia. L’epatite C è particolarmente pericolosa anche perché in gran parte asintomatica fino alle sue ultime fasi.
Insomma, un problema sanitario su una scala paragonabile all’infezione da HIV e alla tubercolosi. Ecco, perché il 111esimo Nobel per la Fisiologia o la Medicina rappresenta un riconoscimento per tre scienziati che hanno dato un contributo decisivo alla lotta contro l’epatite aprendo la strada per la creazione di farmaci in grado di salvare la vita a milioni di persone in tutto il mondo.

I VINCITORI
Ma facciamo ordine  e partiamo dai vincitori di quest’anno, che si divideranno un premio di denaro di 10 milioni di corone svedesi (circa 950mila euro), lascito di Alfred Nobel datato ormai 124 anni fa .
A vincere la prestigiosa medaglia, disegnata dall’artista svedese Erik Lindeberg, sono Harvey J. Alter, 85 anni, nato nel 1935 a New York. Dopo la laurea presso l’Università di Rochester, dal 1961 ha lavorato per i National Institutes of Health (NIH). Con  lui il sessantacinquenne Charles M. Rice che negli anni ha fatto ricerca alla Washington University School of Medicine a St Louis e alla Rockefeller University di New York. A  fare compagnia ai due statunitensi troviamo Michael Houghton, scienziato britannico che attualmente occupa la cattedra di virologia all’Università dell’Alberta, in Canada.

GLI STUDI
Negli anni ’40 diventa chiaro che esistevano due tipi principali di epatite infettiva. La prima, chiamata epatite A, trasmessa da acqua o cibo inquinati con un impatto limitato a lungo termine sul paziente. Un secondo tipo molto più serio e solitamente trasmesso attraverso il sangue e altri liquidi corporei. Negli anni Sessanta, grazie a Baruch Blumberg, si scoprì che  la forma di epatite trasmessa col sangue era di originale virale, nota poi come epatite B.
Lo scienziato statunitense era arrivato a questo risultato ben prima dell’avvento delle tecniche di sequenziazione genomica, raccogliendo migliaia di campioni biologici in tutto il mondo. Fu nel corso di uno di questi viaggi che, nel sangue di un aborigeno australiano, identificò l’antigene di superficie che caratterizza il virus e che infatti venne chiamato “antigene Australia”. Inizialmente Blumberg trovò scetticismo e fu osteggiato, poiché non era considerato un esperto di epatite, tanto che gli Annals of Internal Medicine rifiutarono di pubblicarne il lavoro, poi riconosciuto e confermato da altri.
Gli studi di Blumberg, premiato con il Nobel nel 1976, aprono la strada ad altre ricerche per comprendere meglio le cause dell’epatite ma sopratutto per sviluppare test diagnostici in grado di trovare nel sangue le tracce del virus dell’epatite B. In contemporanea a questi test Harvey J. Alter presso il National Institutes of Health studiava l’insorgenza di epatiti in pazienti che avevano ricevuto trasfusioni di sangue. Non era una ricerca causale ma mirata perché lo scienziato statunitense si era reso conto che qualcosa non tornava: i test contro l’epatite B condotti sul sangue dei donatori avevano ridotto le epatiti di questo tipo, ma non in modo significativo. Molti pazienti continuavano a sviluppare forme gravi di epatite senza che ne fosse nota la causa. Nei test di laboratorio, il loro sangue infettava quello delle scimmie, a ulteriore dimostrazione che ci fosse un agente infettivo ancora sconosciuto coinvolto nella diffusione della malattia.
Alter arrivò a segnalare che questo agente infettivo sconosciuto avesse caratteristiche paragonabili a quelle di un virus. In assenza di ulteriori evidenze, la malattia fu definita “epatite non-A, non-B”. Il lavoro di Alter rese evidente la necessità di identificare il prima possibile il virus che causava quella forma di epatite.
Inizia la grande caccia al virus, utilizzando tutto l’arsenale delle tecniche di ricerca e diagnostica dell’epoca ma il nemico era difficile da stanare fino all’arrivo di un astuto cacciatore proveniente dalla capitale della California.
Michael Houghton da Sacramento, che all’epoca era dipendente dell’azienda farmaceutica Chiron, inizia un lavoro certosino intraprese per isolare la sua sequenza genetica a partire da una collezione di frammenti di DNA trovati nel sangue di uno scimpanzé infetto. La maggior parte di questi frammenti proveniva dal genoma dell’animale, ma Houghton predisse – correttamente – che parte di questi doveva derivare dal virus sconosciuto.
 L’identificazione del nuovo virus era ora una priorità assoluta. Vengono utilizzate tutte le tecniche tradizionali per la caccia al virus ma, nonostante ciò, il nostro killer per oltre un decennio riesce a sfuggire all’isolamento . Michael Houghton, Michael Houghton, che lavorava per una casa farmaceutica, la Chiron, intraprese un lavoro certosino per isolare la sua sequenza genetica a partire da una collezione di frammenti di DNA di acidi nucleici trovati nel sangue di uno scimpanzé infetto. La maggior parte di questi frammenti proveniva dal genoma dell’animale, ma Houghton predisse – correttamente – che parte di questi doveva derivare dal virus sconosciuto.
Ulteriori studi sul siero di pazienti con epatite permisero di determinare che alla base della malattia doveva esserci un nuovo virus a RNA appartenente alla famiglia dei Flavivirus: il virus dell’epatite C. La presenza di anticorpi nel sangue dei pazienti colpiti dall’epatite misteriosa implicava che il virus fosse proprio l’agente sconosciuto che tutti cercavano.
Ma il virus da solo poteva causare l’epatite? Mancava ancora un tassello a questo puzzle. Ed ecco, entrare in scena il terzo protagonista della nostra storia di oggi: Charles M. Rice, ricercatore presso la Washington University di St. Louis. Rice si accorge che una regione non ancora caratterizzata alla fine del codice genetico del virus dell’epatite C poteva essere importante per la sua replicazione. Con tecniche di ingegneria genetica, Rice generò una variante del virus dell’epatite C che includeva questa regione appena descritta del codice genetico del virus e la iniettò nel fegato degli scimpanzé, causando alterazioni patologiche analoghe a quelle osservate nei pazienti. L’esperimento fornì la prova finale del fatto che il virus dell’epatite C, da solo, poteva causare la malattia misteriosa osservata nei pazienti reduci da trasfusione.

La scoperta del virus dell’epatite C – spiegano dal Karolinska Istitutet –   da parte dei premiati di quest’anno è una pietra miliare nella battaglia in corso contro le malattie virali . Grazie ai loro studi, sono ora disponibili esami del sangue altamente sensibili per il virus che hanno sostanzialmente eliminato l’epatite post-trasfusionale in molte parti del mondo, migliorando notevolmente la salute globale. La loro scoperta ha anche consentito il rapido sviluppo di farmaci antivirali diretti contro l’epatite C. Per la prima volta nella storia, la malattia può ora essere curata, facendo sperare nell’eradicazione del virus dell’epatite C dalla popolazione mondiale. Per raggiungere questo obiettivo, saranno necessari sforzi internazionali per facilitare gli esami del sangue e rendere disponibili farmaci antivirali in tutto il mondo.          

Sul Premio Nobel 2020, inevitabilmente, aleggia un altro virus quello del Coronavirus e forse l’assegnazione di quest’anno ce lo ricorda un po’. Non dal punto di vista tecnico ma come step di ricerca che accompagnano la battaglia con un virus sconosciuto: studi dei meccanismi di replicazione, analisi delle proteine prodotte sono state alla base per lo sviluppo di test e terapie specifiche che in assenza di un vaccino hanno permesso il controllo della malattia.                                                                                                                                                    

LA LUNGA STRADA VERSO LA GLORIA ETERNA
Harvey J. Alter, Michael Houghton e Charles M. Rice  sono risultati vincitori tra centinaia, migliaia di candidature. Ma come si sceglie un Premio Nobel per la Medicina?
Il primo passo verso Stoccolma sta nell’avere un collega o un amico che conosca, apprezzi il vostro lavoro  e che soprattutto faccia parte di quei oltre 3mila destinatari della lettera, che ogni anno a ottobre, i membri del Karolinska Institutet inviano per conoscere potenziali candidati. Le indicazioni vengono raccolte dal comitato del Karolinska, i cinque membri stilano una prima lista di potenziali candidati. Sui nomi che paiono più promettenti si chiedono pareri esterni a esperti del settore specifico. Durante l’estate sulla base dei report arrivati dagli esperti interpellati si inizia a stendere un rapporto sui singoli candidati che convoglia in un report finale, A questo punto, la rosa di nomi ristretta viene proposta ai cinquanta membri dell’Assemblea Nobel del Karolinska. Si arriva alla votazione finale che avviene abitualmente nello stesso giorno in cui annuncia il nome dei premiati, anche per evitare fughe di notizie. L’ultimo passo spetta al Segretario Generale che telefonerà al vincitore.

L’ITALIA ANCORA A MANI VUOTE
È vero, la grande corsa al Nobel 2020 è partita oggi ma il Bel Paese da questo primo round esce senza nessun riconoscimento.
Ormai sono tredici anni che gli scienziati e letterati del nostro paese non riescono a staccare il biglietto per Stoccolma. Un tempo troppo lungo perché non susciti riflessioni e amarezze. Gli ultimi due studiosi italiani a vincerlo – Mario Capecchi nel 2007 in Medicina e Fisiologia per i suoi studi sulle cellule staminali embrionali, e Riccardo Giacconi in Fisica nel 2002 per lo studio dell’universo ai raggi X – in realtà, hanno condotto le proprie ricerche negli Stati Uniti. Non è un caso, secondo la comunità scientifica italiana. Le ragioni? “L’indebolimento sistematico della ricerca di base italiana, ormai giunta allo stremo delle forze dopo decenni di sotto-finanziamento, e regolata da sistemi di reclutamento, funzionamento e valutazione non sempre adeguati”, spiegavano alcuni anni, in una lettera, alcuni presidenti di centri di ricerca, come il CNR e l’Istituto italiano di tecnologia, rettori, accademici dei Lincei e docenti universitari. Una lettera scritta all’indomani dell’assegnazione del Nobel per la Chimica 2016 ai ricercatori Jean-Pierre Sauvage, dell’Università di Strasburgo, Fraser Stoddart, della Northwestern University di Evanston, e Ben Feringa dell’Università di Groningen, per la “progettazione e sintesi di macchine molecolari”. Una scelta che aveva escluso l’italiano Vincenzo Balzani, uno dei padri di questo filone di ricerche, con importanti applicazioni in nanotecnologia e biomedicina. Balzani, che aveva firmato decine di pubblicazioni scientifiche con due dei tre neo-premiati ed è tra i cento chimici più citati al mondo, era risultato, per così dire, primo dei non eletti.
Ad oggi sono “solo” venti gli italiani premiati nella storia del Nobel, se si includono i riconoscimenti assegnati per le discipline non scientifiche. Prima di Capecchi ha vincere il Nobel per la Medina sono stati: Cammilo Golgi, Daniel Bovet, Salvatore Luria, Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco.
Il premio Nobel per la letteratura: l’ultimo è di Dario Fo nel 1997. Prima di lui Giosuè Carducci nel 1906 “a tributo della sua energia creativa, alla purezza dello stile e alla forza lirica che caratterizza il suo lavoro di poetica”. La prima donna italiana a vincere un premio Nobel fu Grazia Deledda, nel 1926 premio Nobel per la Letteratura per “la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”. Luigi Pirandello nel 1934. Salvatore Quasimodo nel 1959 ed Eugenio Montale nel 1975.
L’unico italiano che ha vinto il Nobel per la pace è Ernesto Teodoro Moneta nel 1907, giornalista e patriota italiano. Un unico riconoscimento anche nella chimica: Giulio Natta nel 1963 per la scoperta del Moplen.
E un Nobel per l’economia nel 1985 a Franco Modigliani per “le sue pionieristiche analisi sul risparmio delle famiglie e sui mercati finanziari”. Cinque i premi Nobel per la fisica conquistati: da Guglielmo Marconi nel 1909 a Riccardo Giacconi nel 2002. Oltre a Enrico Fermi per aver scoperto la radioattività artificiale, Emilio Segre e Carlo Rubbia.

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