Il racconto dell’evoluzione 135 anni dopo Darwin

Quella evoluzionistica è una scienza in continuo arricchimento e che ha destato critiche e dibattiti fin da quando, Charles Darwin concluse la sua più celebre opera con una semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria frase: «...luce si farà sulle origini dell'uomo e la sua storia».
Giuseppe Nucera, 19 Aprile 2017
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Il 19 aprile del 1882 moriva a Londra il biologo e naturalista Charles Darwin. Oggi, oltre 130 anni dopo la sua scomparsa e 158 anni dall’uscita de L’origine delle specie, quella dell’evoluzione è uuttora un racconto valido e molto più che affascinante. Una particolare narrazione della storia biologica dell’uomo, basata su elementi scientifici provenienti sempre più da diverse discipline, con l’intento di dare risposta alla domanda che da sempre ci accompagna: chi siamo e da dove veniamo?
Definire l’evoluzione un racconto, infatti, non vuole assolutamente scalfire la validità scientifica di tale fatto, l’evoluzione della nostra specie, e delle teorie che lo spiegherebbero, dalla selezione naturale di Darwin alla genomica dei nostri tempi. Piuttosto sottolinea il ruolo fondamentale che, a fianco al valore della prova scientifica, assumono la narrazione e la discussione per un ambito scientifico, la scienza evoluzionistica, in continuo arricchimento e che ha destato critiche e dibattiti fin da subito; da quando, cioè, Charles Darwin concluse la sua più celebre opera con una semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria frase: «…luce si farà sulle origini dell’uomo e la sua storia».

DAL DISEGNO DIVINO ALL’EVOLUZIONE BIOLOGICA
È proprio con la frase di Darwin che nasce nel 1859 la rivoluzionescientifica e culturale che vedrà il concetto di evoluzione biologica rivendicare il posto e il ruolo dell’unica spiegazione, almeno secondo i naturalisti fino ad allora, valida per comprendere lo sviluppo della natura e dell’uomo, il «disegno divino». Prima di Darwin, infatti, era piuttosto radicata tra i naturalisti la concezione secondo cui tutte le specie viventi rientrassero all’interno di un grande progetto o disegno che aveva come finalità ultima l’uomo. Con l’evoluzione biologica, basata sulla teoria della selezione naturale, assumono sempre meno significato quelle narrazioni volte a costruire, attraverso una classificazione di piante e animali mirata, un’origine dell’uomo viziata da quello che, nel suo libro Il racconto dell’antenato, il biologo evolutivo contemporaneo Richard Dawkins definisce la “presunzione del senno di poi”: pensare al creato e alla sua storia biologica come una successione di eventi che abbia l’uomo «come meta finale di tutta l’impresa evolutiva».
L’opera di Dawkins, Il racconto dell’antenato, è l’esempio per antonomasia di come la storia evolutiva della vita biologica possa essere narrata attraverso un forma di narrazione quasi romanzata: un intreccio di storie evolutive in cui quella di Homo sapiens non assume più valore di quella degli altri esseri viventi; una versione evolutiva dei Racconti di Canterbury in cui uomo, animali, funghi, batteri percorrono a ritroso e narrano la propria evoluzione conducendo il lettore a 4 miliardi di anni fa: alla scoperta della comune origine biologica da cui le diverse vicende evolutive hanno inizio. Un percorso evolutivo che, come sottolinea Dawkins, non «colma divari» in quanto «porre come obiettivo finale della nostra narrazione storica Homo sapiens non ha più (o meno) senso che porre come obiettivo finale qualsiasi altra specie moderna.»

Come afferma il paleontologo italiano Giorgio Manzi, «studiare e comprendere l’evoluzione umana e poterla poi raccontare, significa poter narrare la più grande storia che si possa raccontare: cioè la nostra». Nel suo libro Il grande racconto dell’evoluzione umana, Manzi riassume la peculiarità delle teorie scientifiche che trattano dell’evoluzione umana: dividersi tra l’essere un po’ scienza e un po’ «narrativa». Una narrazione che non si limita a raccontare le nostre origini, ma che necessita dati concreti, modelli proposti e messi alla prova di nuove evidenze. Infatti, Manzi definisce quello dell’evoluzione un racconto scientifico multidisciplinare e tuttora sperimentale.
Una narrazione messa in atto dagli stessi protagonisti della storia narrata. «É pur sempre un racconto: si tratta della narrazione di tutto quello che fino adesso abbiamo pensato di capire. Sulla base di questi dati noi ricostruiamo una storia e questa storia diventa di fatto un racconto, perché é lo svolgersi di vicende della nostra specie e di quelle che ci hanno precedute».

RACCONTARCI STORIE, UN BENE PER LA NOSTRA SPECIE
Nel libro L’istinto di narrare, come le storie ci hanno resi umani, Jonathan Gottschall, letterato americano specializzato su temi evoluzionistici, propone un esperimento fittizio portandoci a immaginare lungo la storia umana due possibili gruppi di uomini: un primo in grado, dopo aver terminato le fatiche quotidiane, di raccontare storie ai propri simili, e un secondo, invece, più pragmatico e concentrato a dedicare molto tempo ad azioni utili quali procurarsi cibo, costruire attrezzi e, nel tempo libero, riposare piuttosto che narrare storie. Secondo Gottschall, questo secondo gruppo privato del nostro “istinto di narrare” sarebbe quello destinato all’estinzione, mentre quella che lui definisce la Tribù delle storie, ossia noi, avrebbe prevalso.
In effetti, le storie, quindi il tempo che passiamo dentro mondi immaginari che costruiamo e ci raccontiamo, assumono un ruolo che nella vita umana si estende ben al di là dei comuni romanzi o dei film. Le storie, e tutta una serie di attività analoghe al narrare, dominano la vita umana, rappresentando un pilastro fondamentale della nostra vita, una strategia vincente in termini evolutivi. Il neuroscienziato Michael Gazzaniga afferma, in questo senso, che «siamo pronti per fare fronte agli eventi inattesi perché li abbiamo immaginati o ascoltati nei racconti. È questa una delle funzioni evolutive essenziali della narrazione».

LA RELIGIONE, NARRAZIONE DEL SACRO VISTA CON UNO SGUARDO EVOLUTIVO
Gottschall ritiene che «l’espressione massima del dominio della narrazione sulle nostre menti» sia la religione. Non solo perché è una narrazione di ciò che per l’uomo è inspiegabile, ma anche perché è una narrazione attraverso la quale si forma la stessa idea di comunità. Il padre della sociologia, Émile Durkheim, nella sua opera più conosciuta, Le forme elementari della vita religiosa, sostiene che il ruolo della religione è quello di offrire un «sistema coerente di credenze e pratiche»  che costituiscono il fondamento del vincolo comunitario. Un criterio morale sulla base del quale l’assetto della società può essere valutato ed eventualmente criticato. Allo stesso tempo, dunque, un coordinamento degli atteggiamenti individuali e un sistema di incentivazione alla collaborazione collettiva. Nel libro La cattedrale di Darwin, opera del biologo David Sloan Wilson, si sostiene in questo senso che la religione è una componente stabile di tutte le società umane, per un semplice motivo: le farebbe funzionare meglio. Indurre a mettere in atto comportamenti corretti e condivisi nei confronti dei propri simili sarebbe la chiave che porta la religione a essere ciò che Gustav Jager considerava “un’arma nella lotta per la sopravvivenza”.
Più recentemente l’antropologo Pascal Boyer ha voluto dare una risposta alla domanda se si possa considerare la religione frutto dei nostri geni. Seppure alcuni biologi evolutivi credono di sì, proprio per i vantaggi agli individui o ai gruppi derivanti dal sostenere alcune credenze religiose, secondo Boyer parrebbe «più prudente ed empiricamente giustificato dire che la religione è con molta probabilità un sottoprodotto di vari sistemi mentali che sono il risultato dell’evoluzione per selezione naturale». A differenza di ciò che sostiene Durkheim, Boyer sottolinea come le intuizioni morali nascano al di là della descrizione dei poteri di forze soprannaturali e che la religione debba esser considerata non tanto un fenomeno sociale ma, piuttosto, “naturale” nel senso che essa è «un sottoprodotto di vari sistemi mentali che sono il risultato dell’evoluzione per selezione naturale».


Scienza delle origini e fede: due binari paralleli ma distinti / Giorgio Manzi

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