Ipazia e la spirale dell’intolleranza

Ripercorriamo la storia di Ipazia e la fine di un'epoca. La fine di un’epoca. La donna di Alessandria è, infatti, l’ultima esponente della scienza ellenista. L’ultima esponente di una rivoluzione culturale nata e sbocciate nel Mediterraneo e che, dopo di lei, verrà dimenticata. Quell’epoca che viene a termine con la vita di Ipazia ha cambiato la storia – non è esagerato dirlo – dell’Europa, se non del mondo intero.
Pietro Greco, 08 Giugno 2020
Micron
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Giornalista e scrittore

È una tiepida sera di marzo, ad Alessandria d’Egitto. Nascosti nell’ombra, i monaci cristiani guidati da Pietro, il lettore, restano in agguato sotto casa, in attesa che lei rientri. Quando il carro infine si ferma, la tirano giù e la trascinano fino alla chiesa di San Cesario. Qui le strappano le vesti. Poi, con pochi cocci e metodica ferocia, iniziano a farla letteralmente a pezzi, membra a membra, che è ancora viva. Infine, racconta Socrate Scolastico, ne bruciano i resti.

Così muore Ipazia nell’anno ben poco di grazia 415. Lei, la sfortunata, dirige la scuola di alta formazione voluta e fondata settecento anni prima da re Tolomeo I. È una filosofa, ma soprattutto un’astronoma e una matematica. La più grande matematica e astronoma dell’antichità. Ipazia è una pagana. Una persona laica, che teorizza la separazione tra scienza e religione. Ancora oggi, a oltre un millennio e mezzo dal suo truce assassinio, assurge a icona del martirio cui spesso, nella storia, sono fatte oggetto ragione e laicità.

Non sappiamo se a ordinarne l’assassinio sia stato il vescovo di Alessandria in persona, strenuo e influente difensore dell’ortodossia cristiana. O se, invece, il patriarca si sia limitato a coprire i suoi assassini, un gruppo di monaci aggressivi noto per agire come una sorta di sua milizia privata. Certo è che, per mano dei cristiani, quella sera di marzo del 415 non muore solo la bella, colta e sapiente Ipazia. Ma, come scrive lo storico della matematica, Morris Kline, si chiude un’intera epoca. Perché, con la vita della grande matematica e filosofa alessandrina, ha termine anche la scienza ellenistica. E inizia il periodo di un declino culturale – e non solo culturale – che sarà relativamente breve in Africa (due secoli o poco più), ma molto lungo (almeno un millennio) nelle terre più occidentali dell’Eurasia.

Socrate Scolastico è entusiasta di Ipazia. E ricorda come, questa figlia del matematico Teone, ad Alessandria d’Egitto «ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo». E sì che Alessandria era, da ben settecento anni, la capitale mondiale della scienza. E Ipazia, prima donna in quella lunga e gloriosa storia, fu chiamata a guidare la sua Accademia filosofica più prestigiosa, quella platonica.
Questa straordinaria figura femminile è diventata nota al grande pubblico dopo che, nel 2009, Alejandro Anenábar le ha dedicato un film di grande successo, Agora. Interpretata da Rachel Weisz, nella fiction d’autore, Ipazia appare per quella che è realmente stata: un’eroina del libero pensiero, vittima dell’intolleranza religiosa e politica.

Alejandro Anenábar e Rachel Weisz hanno contribuito non poco a fare di Ipazia una figura di donna nota a tutti. Certo meno conosciuti sono i contributi creativi che Ipazia ha dato alla matematica e all’astronomia e la cesura che la sua morte ha segnato nella storia della scienza e della cultura tout court.
La ragazza nasce proprio ad Alessandria in un anno che non consociamo con precisione, ma non lontano dal 370. Il padre, Teone, è il direttore del Museion, da secoli la più famosa Accademia del Mediterraneo. L’uomo, matematico e astronomo di gran vaglia, è esponente di quella scienza ellenistica nata proprio ad Alessandria sei secoli prima che, secondo molti studiosi, non ha nulla da invidiare alla scienza moderna, sia sul piano del metodo sia sul piano dei risultati raggiunti e che – da Euclide ad Archimede a Ipparco a Eratostene – vanta alcuni degli uomini di scienza più grandi di tutti i tempi.

Chi proprio volesse sapere sui vertici toccati dalla scienza ellenistica nell’arco di sette secoli, rilegga La rivoluzione dimenticata di Lucio Russo. E chi proprio volesse ravvisare un limite in quella straordinaria attività di ricerca, indichiamo quello di non aver superato il pregiudizio aristotelico, secondo cui le donne non sono capaci di fare scienza. E, infatti, negli oltre sei secoli della loro storia, tra i grandi scienziati ellenisti non c’è stata alcuna donna. O, almeno, non c’è stata alcuna donna il cui nome sia giunto sino a noi. Ma Teone è uomo senza pregiudizi e non esita ad assecondare la fame di conoscenza di Ipazia. Inoltre il direttore del Museion è un buon insegnante e trova nella figlia la migliore degli studenti. In breve, Ipazia non solo apprende giovanissima la scienza dei numeri e la fisica dei cieli, ma diventa la prima collaboratrice del padre.

La ragazza ha una curiosità e un’intelligenza più uniche che rare. Così si dedica anche alla filosofia, aderendo alla corrente neoplatonica, e per approfondirla si reca anche in Italia e ad Atene. Poi ritorna nella sua città. Pare che Ipazia sia non solo molto bella ed erudita, ma anche molto saggia. Così non solo entra a far parte della Scuola neoplatonica di Alessandria, la più importante del Mediterraneo, dove insegna matematica e filosofia, ma ne diventa, a soli 31 anni, la direttrice. Ormai è il punto di riferimento culturale nella città più dotta del mondo.

Sul piano scientifico si dimostra sia grande studiosa, sia matematica creatrice (ovvero produttrice di nuove conoscenze), sia fisica capace di progettare e costruire strumenti di ricerca. Che sia una grande studiosa di matematica, Ipazia lo dimostra nei tredici volumi dell’Aritmetica con cui commenta l’opera di Diofanto, vissuto nel II secolo, e in particolare quelle sue equazioni indeterminate note agli esperti come “diofantee”. Ma in quel medesimo libro, Ipazia dimostra di essere anche una matematica creativa, sia perché trova soluzioni nuove a vecchi problemi sia perché propone (e risolve) problemi nuovi.

Un’altra opera significativa di Ipazia è il commento in otto volumi a Le Coniche di Apollonio di Pergamo, anch’egli vissuto nel II secolo. Come recita il titolo del suo libro, Apollonio sviluppa la matematica delle varie sezioni in cui è possibile tagliare un cono. Queste sezioni hanno forma ellittica e saranno utilizzate in Europa oltre un millennio dopo, verso la fine del Cinquecento, per descrivere cicli e orbite dei pianeti. È interessante notare che nel suo commento Ipazia introduce un originale Corpus astronomico, una serie di tavole originali sul moto degli astri da lei stessa elaborate con proprie osservazioni. A dimostrazione che, come il padre, è abile astronoma, oltre che matematica. D’alta parte non ha forse Teone richiesto il suo aiuto per compilare insieme, padre e figlia, sia un commento in tredici volumi all’Almagesto, l’opera astronomica di Tolomeo, sia un commento agli Elementi di Euclide?

Ma tutto questo non basta. Come tutti i grandi scienziati ellenisti, infatti, Ipazia progetta, costruisce e utilizza anche nuovi strumenti scientifici, perché in quell’epoca, proprio come oggi, scienza e tecnologia sono ciascuna figlia dell’altra: ciascuna genera l’altra. Alla ragazza di Alessandria si devono, secondo il suo ammirato allievo Sinesio, almeno tre diversi strumenti scientifici: un nuovo e più avanzato astrolabio (strumento che consente di calcolare la posizione degli astri), un idroscopio (strumento per misurare il peso specifico dei liquidi) e un aerometro (strumento per la misura della densità dei gas).

Ipazia, dunque. È scienziata che riunisce teoria e pratica. Aggiungete a tutto questo la profonda conoscenza della filosofia e quella creatività filosofica che la rende, con Plotino, una delle maggiori esponenti del pensiero neoplatonico, e capirete che razza di intellettuale sia la ragazza di Alessandria. Non a caso, pare, Raffaello la inserisca, unica donna, in quella sorta di paradiso del pensiero che è La scuola di Atene, uno dei dipinti più famosi del pittore urbinate di cui quest’anno ricordiamo il cinquecentesimo anniversario dalla prematura morte.

Ma, a proposito di morte, quella tragica di Ipazia rappresenta molto più che la scomparsa di una grande donna di scienza e di filosofia. Rappresenta, come sostiene lo storico della matematica Morris Kline, la fine di un’epoca. La donna di Alessandria è, infatti, l’ultima esponente della scienza ellenista. L’ultima esponente di una rivoluzione culturale nata e sbocciate nel Mediterraneo e che, dopo di lei, verrà dimenticata. Quell’epoca che viene a termine con la vita di Ipazia ha cambiato la storia – non è esagerato dirlo – dell’Europa, se non del mondo intero. Se, infatti, in Africa e in Medio Oriente la scienza ellenistica sarà ripresa, studiata e diffusa due secoli dopo a opera degli arabi, contagiando anche l’India e la Cina, in quello che sarà definito il Vecchio Continente occorrerà attendere quasi ottocento anni prima che venga riscoperta da un gruppo nutrito di traduttori che a Toledo e a Palermo, a partire dal nel XII secolo, riscrivono dall’arabo in latino i classici ellenisti.

L’Europa è, infatti, l’ultimo dei continenti connessi a scoprire la scienza. E dopo Archimede, siciliano di nascita ma di cultura ellenistica, il primo europeo scienziato creativo è stato Leonardo Pisano, detto il Fibonacci, vissuto a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Ovvero quando la scienza islamica, ma anche quella indiana e cinese, riprendendo in maniera significativa la scienza ellenistica, avevano raggiunto da secoli vertici altissimi.

La verità è che dopo la morte di Ipazia, quella piccola appendice occidentale dell’Eurasia che oggi chiamiamo Europa resta del tutto esclusa dallo sviluppo della scienza. E non a caso questi secoli di black out del Medio Evo sono definiti bui. Mentre altrove nel mondo risplende il Medio Evo è un periodo di splendore.Non è certo solo l’assassinio della grande Ipazia ad aver provocato il black out in Europa. La fine di un’epoca si sarebbe consumata, magari con qualche ritardo, anche se Ipazia avesse potuto concludere la sua vita e il suo lavoro in maniera naturale. Ma è anche vero che quel truce omicidio di cui fu fatta oggetto ricorda, soprattutto a noi in Europa, il prezzo altissimo che, in termini umani e culturali, paga che si lascia catturare dalla spirale dell’intolleranza.

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