La città contemporanea e le nuove metafore del discorso urbanistico

L’urbanistica e le trasformazioni urbane si fondano su miti discorsivi e su narrazioni collettivamente appropriate. Immagini e metafore usate per descrivere la città, nel momento stesso in cui descrivono, danno forma al nostro immaginario, ai nostri desideri e alle nostre paure trasformandosi presto in azione concreta.
Irene Sartoretti, 31 Gennaio 2018
Micron
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Architetta e sociologa

Nel 1955 il linguista e filosofo John Langshaw Austin, nel suo libro How to do things with words1 si interessò per la prima volta non tanto a come il linguaggio rappresenti la realtà, ma a come riesca a darle forma. Alla nozione di enunciato constativo affiancò la nozione di enunciato performativo.
Mentre l’enunciato constativo può essere vero oppure falso, l’enunciato performativo è quel tipo di discorso che realizza esso stesso ciò che enuncia. Austin fa l’esempio delle formule di matrimonio pronunciate dall’officiante: adesso siete marito e moglie, è uno degli enunciati performativi esemplari. Oggi sono tanti gli antropologi urbani, i geografi, i linguisti e i sociologi che, nell’ambito delle ricerche in scienze umane che sono sempre più interdisciplinari, si interrogano sulla performatività che i discorsi hanno nel dare forma alla città, ai nostri desideri, alle nostre paure e, in definitiva, alle azioni concrete.
Vengono passati al setaccio discorsi pubblici, narrazioni, ideologie, metafore e dottrine che danno forma alla nostra percezione della città e al modo di trasformarla. In proposito, gli studiosi sono oggi inclini a credere che non ci sia una distinzione cosí netta fra enunciati constativi e performativi. Un enunciato constativo, ovvero descrittivo, ha quasi sempre una componente performativa, perché orienta percezioni e successivi modi di agire, soprattutto quando è promosso da gruppi dominanti della società.

QUANDO LA PAROLA GENERA LA CITTÀ
Nel suo recente libro Dire la ville est faire la ville (Dire la città è fare la città), il sociologo Yankel Fijalkow2 ha raccolto una serie di saggi che mostrano come l’urbanistica sia prima di tutto un discorso fatto di miti e di racconti e come questo discorso diventi presto performativo.
Nel libro vengono analizzate alcune delle narrazioni più in voga portate avanti da ricercatori, decisori, progettisti, media o semplici abitanti, che danno forma tanto alle scelte urbanistiche quanto a quelle dei cittadini.
Vengono colti soprattutto i luoghi comuni e i cliché, che si trasformano presto in stereotipi spaziali contribuendo in modo forte, per esempio, all’accentuazione dei fenomeni di gentrificazione in certi quartieri e di pauperizzazione in altri.
Circolando fra ricercatori, urbanisti, politici e semplici cittadini, nel libro, si vede come miti e discorsi finiscono per diventare qualcosa di omogeneo e per ancorarsi in modo cosí forte alla realtà da darle forma. Dalla parte dei decisori, si vede come miti e narrazioni vengano mobilitati per giustificare certe operazioni urbanistiche, specialmente quelle sui quartieri cosiddetti sensibili.
Dalla parte dei semplici cittadini, si vede come le scelte residenziali vedano come protagonisti miti e narrazioni che riguardano per esempio la ricerca di autenticità nei quartieri popolari centrali da parte delle classi medie. Alla stregua dei Miti d’oggi di Roland Barthes e delle pubblicità, le immagini stereotipiche della città hanno la caratteristica di fornire una lettura della realtà semplice, immediata ed enfatica, priva di contraddizioni interne. La loro immediatezza non si presta alla riflessione. A forza di essere utilizzate, le immagini stereotipiche entrano nel discorso comune e vengono naturalizzate. Diventano cioè un’evidenza talmente interiorizzata che va da sé e che, perciò, non ha più bisogno di essere né discussa né messa in questione.

LA POTENZA DELL’IMMAGINE
Nel libro La ville prise aux mots (la città colta dalle parole) i geografi Francis Beaucire e Xavier Desjardins3 provano a interrogarsi su alcune delle immagini discorsive più in voga del momento, di quelle che rimbalzano dai testi dei ricercatori ai discorsi dei politici fino alle narrazioni dei media e che poi diventano azione concreta.
La città diffusa (Bernardo Secchi), la città compatta (Pierre Merlin), la città creativa (Richard Florida), la città sostenibile, la città intelligente, la città divisa (Susanna Magri), la città insostenibile (Augustin Berque), la città generica (Rem Koolhaas), la città globale (Saskia Sassen).
Sono queste alcune delle immagini discorsive, sospese fra sogno e incubo, che più circolano e di cui i due geografi francesi ricostruiscono la genesi.
Si tratta di immagini dal forte potere evocativo che, per la loro immediatezza e per la loro potenza immaginifica, si prestano bene a essere facilmente memorizzate, mediatizzate e a dare forma ai nostri immaginari. I due autori notano come, a partire dagli anni Sessanta, la città, nei testi di sociologi e urbanisti, smette di essere la città tout court e comincia ad avere sempre un aggettivo qualificativo che la accompagna, come se dire semplicemente città non bastasse più a dire cosa sia veramente una città. Gli epiteti che accompagnano la parola città vogliono esprimere la sparizione delle forme storiche, l’aumento incontrollato della taglia urbana, le ripercussioni della globalizzazione sullo spazio fisico e sociale, le preoccupazioni che riguardano la segregazione spaziale, le sfide ecologiche, l’iperconnettività delle reti e cosí via.

RAPPRESENTAZIONI CULTURALI EMERGENTI: LA CITTÀ DEL FUTURO TRA DESIDERIO E REALTÀ
Fra le rappresentazioni culturali emergenti, interessanti sono, oltre a quelle che descrivono la situazione attuale, anche quelle proiettate al futuro. Su tutte domina sicuramente quella della smart city. Si tratta di un’etichetta possente che marca le politiche urbane, anche se il suo significato è cosí esteso e sfocato da essere utilizzato più come un’operazione di immagine che come un concetto operativo. La definizione del Parlamento Europeo certo non aiuta. La smart city è definita come una città che cerca di risolvere i propri problemi pubblici grazie a soluzioni fondate sulle ICT, mobilitando, allo scopo, partner pubblici, privati e attori del terzo settore. La definizione è tale che ciascuno può vederci quello che vuole, inserendosi fra controversie universitarie, considerazioni politiche e, non da ultimo, idée commerciali.
Quanto all’idea di città sostenibile, questa spazia dalla configurazione geografica alle questioni economiche e sociali, dalla relazione con l’ambiente naturale e l’atmosfera fino ai problemi legati all’energia. Nel suo libro Urbatopie, l’economista Jean Haëntjens definisce le quattro componenti dell’utopia sostenibile: la componente del «profitto», per cui la città sostenibile è quella che produce ricchezza esportabile; la componente del «desiderio» per cui la città sostenibile è tanto piacevole da essere desiderabile; la componente dell’«accessibilità» per cui non deve esserci una discriminazione di accesso alle risorse e, infine, la componente di «sostenibilità ambientale».
Se su questa schematizzazione degli elementi che fanno di una città una città sostenibile, in linea di principio, tutti sono d’accordo, la realtà vede invece scontrarsi il problema della produzione di beni comuni con quello di una restrizione delle risorse pubbliche, i discorsi sull’accesso generalizzato con la crescente privatizzazione di ciò che è pubblico, il richiamo a una sobrietà energetica con la forte impronta ecologica data dagli stili di vita contemporanei improntati sul consumo.
Nelle sue versioni più recenti poi, la città sostenibile sta abbracciando sempre più il tema della biodiversità. Philippe Clergeau ha scritto in proposito un manifesto per la città biodiversitaria4, dove si sostiene la necessità di un ritorno della natura “selvaggia” in città. Questa presenza selvaggia si traduce in operazioni che vanno dalla creazione di pareti verdi, alla messa in opera di forme di agricoltura urbana fino alla preservazione della vera e propria biodiversità, come se la città fosse un ecosistema naturale da preservare. Riuscirà questa nuova metafora, facendosi fisicamente concreta, a conciliare la densità urbana col sogno di natura?

Note
1. John Langshaw Austin (1987), Come fare cose con le parole, Marietti, Genova.
2. Yankel Fijalkow (2017), Dire la ville c’est faire la ville: La performativité des discours sur l’espace urbain, Villeneuve d’Ascq, Presses Universitaires du Septentrion.
3.  Francis Beaucire e Xavier Desjardins (2017), La ville prise aux mots, Paris, Editions de la Sorbonne.
4.  Jean Haëntjens (2010), Urbatopies: ces villes qui inventent l’urbanisme du XXIe siècle, Paris, l’Aube.

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