La lezione dei boschi

Nel settembre del 2018 Nature lo ha inserito tra gli 11 profili da tenere d’occhio, uno dei ricercatori con “il mondo ai propri piedi”. Ma Giorgio Vacchiano è abituato ad avere il mondo ai suoi piedi, letteralmente, perché se può preferisce guardarlo dall’alto di una montagna, sbucando dal bosco sui prati in quota. Abbiamo parlato con lui del suo ultimo libro.
Marco Boscolo, 17 Gennaio 2020
Micron
Micron
Giornalista scientifico

Nel settembre del 2018 il suo nome ha cominciato a circolare sui mezzi di comunicazione mainstream perché Nature lo aveva inserito tra gli 11 profili da tenere d’occhio. Per citare il titolo di quell’articolo, era uno dei ricercatori con “il mondo ai propri piedi”. Ma Giorgio Vacchiano è abituato ad avere il mondo ai suoi piedi, letteralmente, perché se può preferisce guardarlo dall’alto di una montagna, sbucando dal bosco sui prati in quota. A cominciare dai tempi della tesi di dottorato, quando ha studiato la relazione tra la mortalità degli alberi delle Alpi sud occidentali italiane con la siccità e di lì diventando un esperto di modellizzazione delle foreste nei 15 mesi che ha passato lavorando per la Commissione Europea a Ispra.

Uno sprazzo di quella vicenda è raccontato nel suo primo libro, uscito lo scorso novembre per Mondadori e intitolato La resilienza del bosco. Un titolo che fin da subito dà conto dell’interesse di Vacchiano, oggi all’Università di Milano, per lo studio di come i boschi e le foreste possano essere oltre che patrimoni naturali da preservare, anche organismi vivi e pulsanti, che se maneggiati adeguatamente possono dare una mano, tra l’altro, a contrastare il cambiamento climatico che stiamo vivendo.

«Concentrare il libro sugli aspetti resilienti dei boschi serviva a poter dare anche un po’ di speranza», ci racconta. «Volevo avere un approccio più positivo rispetto a certa comunicazione esclusivamente allarmistica». Il che non significa che le cose vadano bene: tutt’altro. «Intendiamoci: l’allarme è più che giustificato e dobbiamo intervenire presto e profondamente. Ma quando ho pensato di scrivere il libro, ho ritenuto che se non fossi stato del tutto negativo avrei avuto più chance di essere ascoltato».

Nella conversazione salta fuori l’immagine freudiana proposta dal filosofo Tim Morton a proposito della reazione dell’umanità di fronte ai rischi che sta correndo: un paziente in analisi per stress post traumatico che non si è ancora del tutto reso conto in che situazione si trovi. «Esatto! Mi pare una metafora più che adeguata», esclama. Ma può bastare un tono informato, preciso e serio (ne è un esempio il suo recente post sugli incendi australiani, non a caso ripreso da il Post) a riuscire a indurre una riflessione profonda, una revisione dello status quo e un effettivo cambiamento? Forse no, perché bisogna proprio cambiare punto di vista.

UNA SITUAZIONE COMPLESSA 
«Il problema è che continuiamo a pensare per compartimenti stagni», spiega. «Siamo convinti che non ci sia una relazione tra quello che avviene in Australia e dove viviamo noi, che non ci sia rapporto alcuno tra l’elettricità che utilizziamo in Italia e il consumo della foresta amazzonica, quando in realtà da tempo abbiamo imparato che tutte le cose sono collegate tra di loro». Non si tratta per niente di un superficiale punto di vista new age, ma proprio di rendere merito alla complessità del mondo che la scienza ha saputo rendere evidente.

«Però i nostri processi mentali rimangono legati a situazioni più semplici, forse eredità di quando eravamo minacciati da predatori e dovevamo prendere velocemente decisioni che potevano costarci la vita». Nonostante sia difficile, però, «oggi dobbiamo prendere in considerazione collegamenti che avvengono su scala spaziale e temporale molto grande: ne abbiamo gli strumenti, grazie alla scienza». Insomma, non ci sono scuse per non capire la situazione.

NON SOLO UN SAGGIO
La resilienza del bosco è un libro originale nel panorama della divulgazione nostrana per la sua forma. Di fronte a un esperto che scrive ci aspettiamo il saggio, lo spiegone, come di un sapiente che dispensi ai comuni mortali le proprie conoscenze. Certo, ce ne sono tante che l’autore ha messo insieme nella sua carriera di scienziato forestale, ma Giorgio Vacchiano ha scelto una strada diversa: una sorta di raccolta di storie in cui le sue escursioni professionali e le sue riflessioni di essere umano sono la spina dorsale di un giro del mondo per boschi e foreste. È un modo di scrivere che si avvicina di più ai saggi anglosassoni, e non a caso lui stesso cita Bill Bryson e Richard Feynman tra i santini che tiene sul proprio comodino di divulgatore.

Il tono, che mescola emozioni e un piglio avventuroso, ha anche il pregio di rendere il giusto merito alla fatica quotidiana di chi, come lui, si arrampica sul fianco di una montagna per misurare i tronchi degli alberi, per georefenziarli, per analizzarne lo stato di salute: per capire come è fatto un bosco dal di dentro. «Anni di precariato nella ricerca, non solo nel mio ambito», ricorda con una punta di amarezza, «sono spesso visti come un prolungamento della condizione di studente, come se chi sta facendo un dottorato o sia alle prime fasi della carriera di ricercatore non stia in realtà lavorando. Non è così: c’è tanto lavoro e c’è tanta fatica!».

Ma c’è anche qualcos’altro che emerge dalla lettura, mostrando ancora una volta uno spunto originale nella divulgazione. Non si raccontano solo i risultati, che necessariamente ci sono, ma anche i processi, i ragionamenti, i percorsi che hanno portato lì. «Quando fai una scoperta scientifica», racconta Vacchiano, «hai alle spalle 100 fallimenti: non hanno senso quelle narrazioni in cui tutto va bene o, meglio, si omettono le frustrazioni e i vicoli ciechi che si è frequentato».

NON C’È LA RISPOSTA SEMPLICE
Una fatica, quella dello scienziato, che poi rischia di risolversi, nelle chiacchiere con la stampa, sempre con la solita domanda, quella richiesta di una soluzione semplice, comprensibile anche alla fantomatica casalinga di Voghera o all’inconoscibile Uomo Della Strada, la ricetta che rassicuri che la comunità scientifica, composta di tante persone così intelligenti, sappia come risolvere i problemi. Ma se Vacchiano ha ribadito, in un modo o in un altro, per duecento pagine che le spiegazioni di quello che accade sono complesse, che si sviluppano su tempi e distanze fuori dalla nostra esperienza quotidiana, la risposta facile e rassicurante non la può certo dare. Torna alla mente la riflessione del giornalista Henry Louis Mencken, acuto critico della morale americana d’inizio Novecento, per il quale per ogni problema complicato c’è sempre una soluzione facile, ed è immediata, comprensibile e sbagliata.

«Più che una singola soluzione, bisogna pensare a tante soluzioni. Ma soprattutto bisogna cambiare il modo di affrontare i problemi, a partire dal rendersi conto della complessità». Ovvero, se siamo riusciti – inconsapevolmente? – a incidere così tanto sul nostro pianeta da provocare questo surriscaldamento, ottenendo quindi un effetto generale negativo per la sopravvivenza della nostra specie, ora è il momento di impegnarsi perché la stessa protervia venga impiegata per capire come generare gli effetti positivi. Foreste e boschi, con la loro resilienza – «ma hanno dei limiti anche loro!» – sono un esempio e un’ispirazione. «Mi piace molto ricordare una frase che dice spesso Greta Thunberg: “non possiamo affrontare il cambiamento climatico con la stessa mentalità che lo ha generato”: errare humanum est perseverare autem diabolicum.

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