La mia vita con i primati

Abbiamo incontrato Silvia La Gala, giovanissima primatologa italiana che ha trascorso un anno in Congo, nella Kokolopori Bonobo Reserve per osservare il comportamento e le relazioni sociali di due comunità di questa specie di primati. La sua è una storia di caparbietà e resistenza, di passione e duro lavoro, di momenti ed esperienze incredibili che l’hanno portata prima a studiare i macachi di Kuala Lumpur per un anno e poi subito dopo, per un altro anno, nella fitta foresta del Congo ad analizzare la vita dei bonobo.
Micron

Se c’è una scienza che capovolge lo stereotipo di genere è certamente la primatologia. Le donne in questo settore sono molto presenti e a lasciare il segno più profondo in questa disciplina sono state tre donne: Jane Goodall, Dian Fossey e Birutė Galdikas. Le cosiddette Trimates.

L’inglese Goodall è di certo la più nota: ha dedicato la sua vita allo studio degli scimpanzé nel parco del Gombe in Tanzania. È stata lei a scoprire che gli scimpanzé sanno utilizzare strumenti per catturare prede come le termiti o per rompere i gusci. Ha anche rivoluzionato i protocolli convenzionali: è stata la prima a chiamare per nome – invece che con un codice alfanumerico – gli esemplari dei gruppi studiati. E ha documentato la cosiddetta “guerra degli scimpanzé” del Gombe. La statunitense Dian Fossey ha invece letteralmente consacrato la sua vita alla protezione dei gorilla di montagna in Ruanda. Mentre Birutė Galdikas ha contribuito – e contribuisce ancora – enormemente alla conservazione degli oranghi del Borneo, a cavallo tra Indonesia e Malesia.

Proprio qui, in Malesia, inizia il percorso di Silvia La Gala, giovanissima primatologa italiana che ha trascorso un anno in Congo, nella Kokolopori Bonobo Reserve per studiare il comportamento e le relazioni sociali di due comunità di questa specie di primati. Il suo impegno sul campo le ha fatto guadagnare un dottorato all’Università di Osnabrück, nel dipartimento di Comparative BioCognition, ora purtroppo sospeso a causa dell’emergenza Covid-19 in corso.
La sua è una storia di caparbietà e resistenza, di passione e duro lavoro, di momenti ed esperienze incredibili che l’hanno portata prima a studiare i macachi di Kuala Lumpur per un anno e poi subito dopo, per un altro anno, nella fitta foresta del Congo a osservare la vita dei bonobo.

La Gala, naturalista di formazione, è cresciuta sin da piccola in una famiglia di amanti della natura ed escursionisti. Viaggiare zaino in spalla e risalire sentieri di montagna tra le foreste, per Silvia La Gala è sempre stata la normalità. Finchè un libro ha segnato la sua vita. «La mia passione per i primati è nata in un mercatino dell’usato. Quando il mio occhio è caduto su un libro: Gorilla in the mist. Era il diario di Dian Fossey. Da quel momento ho deciso che quella sarebbe stata la mia strada: volevo diventare una primatologa a tutti i costi. Le Trimates sono state la mia fonte di ispirazione e forse avere una figura femminile a cui ispirarsi mi ha aiutata a perseverare» spiega La Gala a micron. «La strada per iniziare a lavorare con i primati non è stata per niente facile ed è stata lunga: ho iniziato a lavorare per la prima prima volta come assistente di ricerca in un progetto sui primati solo 8 anni dopo l’inizio della triennale».

Prima di avere il suo primo lavoro di primatologia in Malesia, La Gala ha lavorato a lungo su un altro ordine di mammiferi, gli ungulati. E, tra le altre cose, ha preso parte anche al Soay sheep Project dell’Università di Edimburgo, per monitorare le pecore di Soay nell’arcipelago scozzese di Saint Kilda, patrimonio naturale e culturale dell’Unesco che si trova nel bel mezzo del Nord Atlantico. E proprio qui La Gala ha dovuto superare una “prova di coraggio”. «A SaintKilda si arriva solo in elicottero. Per questo tra le prove preselettive bisogna superare il corso HUET, che sta per addestramento per la fuga subacquea in elicottero. In pratica ti insegnano cosa fare nel caso di un atterraggio di emergenza in mare o anche nel caso in cui l’elicottero si capovolga una volta atterrato sull’acqua. L’addestramento ovviamente viene fatto in una piscina con un simulatore, tute termiche e in alcuni momenti anche la bomboletta d’ossigeno. Ero spaventata a morte, lo ammetto, ma la passione e la mia testardaggine mi hanno spinto a superare la paura» racconta La Gala. «La parte più terrificante – ancora rabbrividisco quando ci penso – è quando il simulatore impatta con l’acqua e si capovolge sottosopra. Una volta sott’acqua, prima di sganciare cintura, bisogna aspettare 10 secondi in apnea per far sì che l’aria esca dalla tuta: altrimenti si sbatte contro il soffitto del simulatore ed è ancora più difficile uscirne. Poi bisogna rimuovere con forza il vetro e uscire fuori, per poter finalmente respirare. È incredibile come lo spirito di sopravvivenza e l’adrenalina in questi momenti ti rendano così lucida nelle azioni» continua La Gala. «DiSaint Kilda non dimenticherò mai le camminate contro vento, un vento tanto forte da dover avanzare quasi strisciando, e il canto delle foche grigie».

Dopo l’esperienza in Scozia, per La Gala inizia finalmente la sua “vita con le scimmie”. Viene assoldata nel progetto di Brenda McCowan e Pascal Marty dell’università UC Davis in California e parte per la Malesia. L’obiettivo era studiare le interazioni tra gli umani e i macachi di Giava (Macaca fascicularis) in due luoghi turistici di Kuala Lumpur: le Batu Caves e una foresta primaria appena fuori la capitale. «In Malesia ho trascorso un anno, lavorando come assistente di ricerca del progetto analizzando le interazioni – spesso negative – tra umani e macachi. I turisti cercavano spessissimo di avvicinare i macachi locali per scattarsi selfie, per accarezzarli, come fossero animali domestici e non selvatici. I macachi invece miravano al cibo, che rubavano spesso dagli zaini o dalle mani dei turisti incauti. Una situazione pericolosa per i macachi, quanto per gli umani. È stata un’esperienza incredibile e allo stesso tempo difficile: non ero mai stata un anno lontana dalla mia famiglia e dai miei amici, ma almeno avevo internet. L’anno dopo – questo ancora non lo sapevo – non avrei avuto neanche quello». È infatti in Malesia che La Gala ottiene un contratto come manager di ricerca per studiare le due comunità di bonobo Pan paniscus nella stazione di Kokolopori, in Congo, fondata nel 2016 da Martin Surbeck dell’Università di Harvard.
«Ero felicissima, non potevo chiedere di meglio: stavo realizzando il mio sogno di lavorare con i primati. L’anno in Congo è stato uno dei più estremi e più sensazionali della mia carriera: la vera foresta, il cuore dell’Africa, le persone locali e soprattutto i bonobo… Il mio sogno era diventato realtà».

Dopo le profilassi vaccinali obbligatorie e un corso accelerato di francese (l’unica lingua per comunicare con i locali coinvolti nel progetto), La Gala nel maggio del 2018 parte per Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo. Arrivare alla stazione di Kokolopori non è semplice: ci vogliono cinque ore di volo in elicottero per arrivare a Djolu, altre sei in sella a una motorbike per raggiungere Yetee e poi un ora e mezzo di cammino per arrivare al campo base. Da quel momento, tutt’intorno, c’è solo la foresta. E i bonobo.
«Il campo è costituito da una decina di capanne in paglia e legno. Avevo portato con me la mia amaca e devo dire che è la prima cosa che ho sistemato per godermi la vista sulla foresta. Al campo sei isolato dal mondo: l’unico modo per comunicare con l’esterno, docenti, amici e familiari è un sistema antenna radio. Possiamo solo ricevere e inviare mail, senza foto e allegati. Ma in foresta si porta sempre un telefono satellitare per qualsiasi emergenza».

Silvia La Gala ha vissuto nella Kokolopori Bonobo Reserve per un anno, insieme a una manciata di altri ricercatori, due cuochi (uomini ndr.) e ai pisteur, letteralmente “apripista”: congolesi che hanno lavorato per circa dieci anni con la BCI, la Bonobo Conservation Initiative, e aiutano i ricercatori ad addentrarsi nella foresta, a seguire i bonobo e raccogliere i dati necessari. Sono “gli angeli dei bonobo” come li definisce La Gala.

«A Kokolopori, la sveglia suona ogni giorno alle 3.30 del mattino. Alle 5.00 siamo già in foresta, dai bonobo che si stanno svegliando: dobbiamo seguirli tutto il giorno, annotando spostamenti, comportamenti e relazioni, fino a che non vanno a dormire al nest, il loro dormitorio. Di ritorno dalla foresta, ci si lava al fiume prima le donne, poi gli uomini. E qui si incontrano spesso altre donne, che si lavano cantando o che magari sono venute a pescare. In Congo c’è una cultura molto maschilista: sono le donne ad occuparsi di tutto, anche di cacciare e pescare».

Grazie al lavoro del responsabile del campo, che si occupa dei rifornimenti di cibo, medicinali, attrezzature e dei pagamenti, a Kokolopori non è mai mancato nulla. «Avevamo tre menù diversi, che si ripetevano due volte a settimana. Alla base c’era sempre quanga – una sorta di pane – e pondu, entrambi fatti con la manioca. E poi pollo, pesce o uova. La cosa sicuramente più buona era il caffè: ci arrivavano i chicchi freschi, da tostare e macinare: mai bevuto caffè più buono. Eppure ero abituata a quello napoletano».

A dimostrazione che la primatologia è donna, Silvia La Gala non era l’unica al campo di Kokolopori. «Ho trascorso quasi tutto l’anno con Leveda e Anais, con cui si è creato un rapporto molto speciale: sei a contatto 24 ore su 24 ed è fondamentale trovare persone con cui sei a tuo agio. Il gruppo di lavoro in queste situazioni così estreme diventa una specie di nuova famiglia: devi poter contare su tutti, si lavora in squadra e ci si conosce in fretta. Le serate trascorrono chiacchierando come fossimo tutti vecchi amici» racconta entusiasta La Gala, che è riuscita a gestire bene anche il rapporto con i pisteurs congolesi.

«In Congo la cultura maschilista è imperante. Mogli e figli sono delle proprietà e le donne, anche incinte, devono far tutto: una volta ho incontrato una coppia locale al fiume e lei – incinta agli ultimi mesi – trasportava sulle spalle un pesce gatto di oltre venti chili. Lo abbiamo pesato. Se invece sei una donna bianca le cose cambiano completamente: il solo fatto di avere la pelle bianca significa doverti rispettare. E con la maggior parte dei pisteurs è andata sempre bene. Gestirli in foresta non è stato difficile, anzi è stato divertente decidere giorno per giorno il da farsi e vedere che si fidavano di una donna. Invece gli altri congolesi uomini, incontrati nelle rare passeggiate a Yetee (il villaggio più vicino ndr.) ti chiedono in tutti i modi di sposarli. Io ho sempre risposto che ero già sposata, anche se non è vero: era l’unica cosa che li zittiva» ricorda ridendo La Gala.

L’anno in Congo, però, oltre alla lontananza dagli affetti è stato piene di sfide e di momenti molto duri. «Essere malati in Congo è terribile e io purtroppo mi sono ammalata di malaria e ho avuto anche un’ulcera tropicale: un’infezione che non mi ha fatto camminare per giorni. Ero spaventatissima: si era creato un enorme buco infetto, avevo dolori lancinanti. Ma sono guarita e sono tornata a camminare in foresta dopo due settimane e più. Sono stati giorni molto difficili fisicamente e psicologicamente» continua l’italiana «e solo la voglia di continuare a studiare i bonobo e di tornare in foresta mi hanno fatto andare avanti fino all’ultimo giorno. La foresta è meravigliosa, così fitta e a tratti impenetrabile: persino con i machete non si riesce a proseguire. E proprio in uno di questi tratti irraggiungibili per noi umani, si nascondevano a volte i bonobo. Non dimenticherò mai le emozioni provate in foresta, la risata dei bonobo, i loro litigi e il loro modo di risolverli, tra grooming e coccole. Con la mente sono ancora lì, quando attorno me c’erano più di 100 bonobo che socializzavano a 50 metri d’altezza: si erano appena incontrati quattro gruppi diversi».

Come ormai insegnato dalla Goodall, agli esemplari si danno dei nomi. Anche La Gala ha dovuto imparare a riconoscere tutti i bonobo della riserva. «Oltre alle dimensioni corporee, conta la forma del volto e degli occhi, la forma che assumono i peli intorno al viso. Si guarda poi l’andatura ed eventuali ferite. E poi la forma e il colore dello swelling: ovvero il rigonfiamento dei genitali. Per dare i nomi ai bonobo delle due comunità sotto osservazione c’era una regola: per una si usavano solo nomi di cantanti. C’erano Sting, Adele e Armstrong, Madonna e Muse: ovvero coppie di madre-figlio.

All’altra comunità assegnavamo invece nomi dei colori, ovviamente in francese: c’erano per esempio la neomamma Peche (Pesca) e la sua piccola Pistache (Pistacchio) che ho visto nascere e poi il vecchio Rouge, che restava sempre indietro e ogni tanto spariva per giorni, facendoci preoccupare». Ma per la giovane primatologa essere una donna in foresta non è mai stato difficile. «Non l’ho mai considerata un’impresa impossibile. Anzi, credo che noi donne abbiamo una marcia in più: siamo molto più caparbie e grintose, e abbiamo una maggiore resistenza rispetto ai colleghi uomini. Siamo brave in campo, soprattutto quando si tratta di studiare specie sociali. Siamo più empatiche in genere e più determinate a portare le cose a termine, forse anche per dimostrare che ne siamo all’altezza» conclude La Gala. «Sicuramente avere degli esempi e dei modelli femminili, come le Trimates, aiuta. La primatologia è molto femminile: ci lavorano tantissime donne. Magari non tutte hanno posizioni di rilievo, ma mi sento fiduciosa che anche questo cambierà: oramai siamo in netta maggioranza» conclude La Gala.

Commenti dei lettori


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  1. Elena Guidi
    Un articolo meraviglioso. Mi dà la speranza di poter davvero trovare il mio posto nel mondo delle scienze ambientali e naturali. Caparbietà e perseveranza sono sempre la chiave.
  2. Giuseppe Ragozzino
    Grande the best sei la migliore continua così siamo fieri che una nostra concittadina sia impegnata in una cosa così importante
  3. Giuseppe Ragozzino
    Grande the best sei la migliore continua così
  4. Maura Tronci
    Sei una grande donna.Un vero orgoglio
  5. Antonio Restaino
    Un viaggio verso le origini che arricchisce enormemente. Si sente dal tono del racconto la pienezza che lascia un'esperienza del genere. Complimenti per la scelta, anche se, credo sia amore quello che porta a vivere in un modo così estremo
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