La “Minaccia dello stereotipo” sulle regine degli scacchi?

Il grande campione di scacchi Garry Kasparov, numero 1 del mondo per circa vent'anni, tra il 1986 e il 2005, aveva le idee chiare: "Le donne per loro natura, non sono delle eccezionali giocatrici di scacchi, non sono delle grandi combattenti". La recente miniserie Netflix "La Regina degli scacchi"  sembrerebbe voler contraddire questa impietosa opinione di Kasparov. In passato, numerosi studi hanno dimostrato che il genere sessuale è capace in parte di influenzare la risposta di una persona alla competizione. Capire perché e quando questo accada è importante in aree di ricerche come quelle che riguardano l'analisi del mercato del lavoro, e un "laboratorio" ideale in cui cercare risposte a domande di questo tipo potrebbe essere proprio il mondo degli scacchisti professionisti.
Stefano Pisani, 23 Novembre 2020
Micron
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Giornalista Scientifico

Il grande campione di scacchi Garry Kasparov, numero 1 del mondo per circa vent’anni, tra il 1986 e il 2005, aveva le idee chiare: “Le donne per loro natura, non sono delle eccezionali giocatrici di scacchi, non sono delle grandi combattenti”. La recente miniserie Netflix “La Regina degli scacchi” (The Queen’s Gambit) sembrerebbe voler contraddire questa impietosa opinione di Kasparov (che, a dirla tutta, dopo il suo ritiro si è battuto in favore dell’aumento della rappresentanza femminile nel mondo degli scacchi ed è stato anche consulente per la serie). 

Ne “La Regina degli scacchi”, arrivata da poco in Italia e subito di gran successo, Anya Taylor-Joy interpreta infatti Beth Harmon, una bambina prodigio degli scacchi, orfana, di cui seguiamo le vicissitudini dagli otto ai ventidue anni (da metà degli anni ’50 a tutti gli anni ’60), mentre lotta contro la dipendenza da alcol e psicofarmaci nel tentativo di diventare grande maestro (‘grandmaster’). Una serie, questa, che potrebbe contribuire a cambiare il modo in cui vengono guardate le ragazze che manifestano il desiderio di imparare a giocare a scacchi, gioco considerato da sempre un “affare da uomini”, proprio come un tempo succedeva per la matematica.

Sebbene gli scacchi, in linea teorica, sembrino un gioco in cui uomini e donne dovrebbero essere in grado di competere su un piano di parità, storicamente non è andata così. Le donne giocano a scacchi peggio degli uomini. È un fatto semplice e statisticamente verificabile. Nella storia del gioco delle 64 caselle, solo la grandmaster ungherese Judit Polgár è stata tra le prime 10 al mondo e attualmente la cinese Hou Yifan è l’unica rappresentante donna nella top 100, e ha sempre giocato di rado, anche prima della pandemia. Tra gli oltre 1700 grandmaster del mondo (il titolo più alto assegnato dalla FIDE, Fédération Internationale des Échecs, Federazione Internazionale degli Scacchi) solo 37 sono donne. Nei tornei, gli uomini giocano contro le donne e il successo è legato a capacità intellettuale, profondità di calcolo, concentrazione, abilità o impegno nello studio della teoria degli scacchi. In nessuno di questi elementi gli uomini sono diversi dalle donne e allora a cosa si devono i risultati peggiori?

In passato, numerosi studi hanno dimostrato che il genere sessuale è capace in parte di influenzare la risposta di una persona alla competizione. Capire perché e quando questo accada è importante in aree di ricerche come quelle che riguardano l’analisi del mercato del lavoro, e un “laboratorio” ideale in cui cercare risposte a domande di questo tipo potrebbe essere proprio il mondo degli scacchisti professionisti. 

In uno studio realizzato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Manchester e dell’Institut d’Economia de Barcelona, guidato da Peter Backus, gli scienziati hanno analizzato le differenze di genere nelle prestazioni effettuate in un ambiente competitivo ad “alta posta” in palio e dominato dai maschi come appunto quello dei tornei professionistici di scacchi. Durante la loro ricerca, gli scienziati hanno analizzato le statistiche dei tornei online in cui, a volte, gli avversari non conoscevano il sesso dei loro rivali. Un precedente studio sui giochi online aveva già sottolineato che “le donne giocavano peggio quando sapevano di giocare con un avversario maschio. Al contrario, quando, erroneamente, credevano di giocare contro un’altra donna, le differenze di genere scomparivano”. Le conclusioni a cui arriva il gruppo di Backus e colleghi hanno corroborato questo risultato. “Quando un giocatore di scacchi gareggia con qualcuno dello stesso sesso e abilità, la sua probabilità di vittoria è del 50%. Ma quando un uomo e una donna della stessa abilità si affrontano, la donna vince solo nel 46% dei casi” si legge nello studio dell’Università di Manchester, un dato che mette in discussione la teoria secondo cui agli uomini viene riconosciuto un netto vantaggio per ragioni di resistenza fisica. 

Ma se il fattore determinante non è il fisico, né ci sono prove certe di una differenza di tipo intellettuale, perché si verifica questa situazione? I ricercatori ritengono che i fattori decisivi siano individuabili nell’ambiente. La competizione scacchistica è altamente mascolinizzata e non è raro trovare riferimenti di tipo “machistico” presso alcuni dei più grandi maestri della storia, come il già citato Kasparov e, in misura maggiore, Bobby Fischer. Il peggior comportamento delle giocatrici di scacchi sarebbe dunque legato alla teoria della “Minaccia dello stereotipo”, che sostiene che quando un gruppo patisce uno stereotipo negativo, l’ansia provata quando si cerca di evitarlo – o il semplice sapere che quello stereotipo esista – riduce le capacità cognitive e aumenta la probabilità di confermare lo stereotipo stesso. L’impatto più evidente di questo aspetto può essere trovato, per esempio, anche nella politica, dove la rappresentanza femminile è inferiore a quella degli uomini. 

I ricercatori hanno trovato che le donne si rendono protagoniste di performance peggiori rispetto a quelle di uomini con le stesse capacità, e che erano le differenze di genere a determinare questi effetti. Utilizzando una sorta di parametro unico attraverso cui misurare la qualità di gioco, gli studiosi hanno scoperto che l’effetto della composizione di genere è più dovuto a donne che giocano peggio contro gli uomini, che non e uomini che giocano meglio contro le donne: come se le donne, quando si trovassero a giocare contro gli uomini, abbassassero la loro qualità di gioco. Il sesso dell’avversario, invece, non influiva sulla qualità di gioco di un giocatore maschio. Gli uomini, inoltre, quando giocavano contro donne, lottavano di più, prima di dichiararsi sconfitti. 

Questi risultati suggeriscono che la composizione di genere delle competizioni scacchistiche influisce sul comportamento di uomini e donne in modi diversi, che sono dannosi solo per le prestazioni delle donne. Dunque mentre alcuni (soprattutto uomini) ipotizzano che la ragione per cui ci sono così poche scacchiste di alto livello è che le donne non sono predisposte per questo gioco, altri pensano che i motivi siano da ricercare nelle aspettative culturali e nei pregiudizi. Un nuovo episodio de “La Regina degli scacchi” aiuterà a ingannare il tempo, nell’attesa di scoprire dove sta la verità. 

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