La scienza come strumento di progresso culturale: l’insegnamento di Maria Montessori

Il progetto di Maria Montessori di fare della scienza e della conoscenza la leva per il riscatto sociale dei poveri e delle donne appartengono, ormai, al mondo. Ma, come troppo spesso accade a molte persone capaci di grandi innovazioni e idee, restano estranee e incomprese nel distratto paese in cui sono nate: l’Italia.
Pietro Greco, 17 Febbraio 2020
Micron
Maria Montessori nel 1913 (Pubblico dominio, httpscommons.wikimedia.orgwindex.phpcurid=20978536)
Micron
Giornalista e scrittore

«The most interesting woman of Europe», la donna più interessante del Vecchio Continente. Quando Maria Montessori sbarca in America, viene salutata dal New York Tribune non solo come la donna italiana ma come la donna europea più in vista.

È il 1913. Venti anni dopo «la bella italiana» deve però lasciare l’Italia perché i principi di libertà che sono alla base del suo pensiero e della sua prassi educative mal si conciliano con il fascismo. E con il nazismo. A partire dal 1933, le scuole Montessori vengono infatti chiuse sia nell’Italia di Mussolini che nella Germania di Hitler.

Maria Montessori nasce a Chiaravalle, nei pressi di Ancona, centocinquanta anni fa: il 31 agosto 1870, per la precisione. Ha uno zio illustre, per parte di madre: Antonio Stoppani, l’abate e naturalista autore di un libro, Il Bel Paese, che ha avuto grande successo e che ha contribuito non poco a erigere la nostra identità nazionale. Forse è da lui che Maria ottiene lo stimolo a dedicarsi alla scienza. Bambina, Maria Montessori si trasferisce con la famiglia a Roma dove segue tutto il percorso di studi finché, a vent’anni, si iscrive all’università La Sapienza. Quando, nel 1896, discute brillantemente la sua tesi, Maria diventa la prima donna ad essersi laureata in medicina nella capitale.

La sua vocazione è la ricerca. Dapprima si interessa di psichiatria e inizia a frequentare quelli che lei chiama i “bambini deficienti”. Scoprendo almeno tre cose. Primo: i bambini con problemi psichici non sono affatto deficienti ma detengono una carica di umanità e una creatività che possono letteralmente esplodere non appena li lascia liberi di esprimersi. Secondo: la scienza è sia uno strumento di progresso culturale sia di emancipazione dei deboli. Un elemento di democrazia, che può fornire un contributo – certo non sufficiente, ma assolutamente necessario – per restituire dignità e piena cittadinanza a quei bambini. Terzo: è dai bambini, dalla loro protezione e dalla loro educazione, che è possibile avviare “la rigenerazione del mondo”.

Ecco, dunque, che nel 1896, Maria fonda la ‘Lega nazionale per la cura e l’educazione dei deficienti’, grazie alla sua volontà e all’aiuto del Ministro e suo ex maestro, Guido Baccelli, e di Giuseppe Ferruccio Montesano, il collega e compagno di vita da cui, fuori dal matrimonio, avrà un figlio. In quel medesimo anno la giovane ricercatrice fonda l’‘Associazione femminile di Roma’, con un obiettivo preciso: avvicinare le donne alla scienza. Sempre nel 1896 si reca a Berlino per partecipare al Congresso Femminile, dove si impone non solo per la sua grazia ma anche per l’indignazione con cui denuncia la condizione delle donne lavoratrici in Italia. È necessario, sostiene, che le ragazze ottengano sia un più facile accesso al sistema educativo sia la parità di diritti e di salario con i maschi sui posti di lavoro.

Sì, in quel 1896 è definitivamente nata una donna di scienza con una marcata “visione politica”. Un’autentica pioniere nel campo della psichiatria infantile, dell’educazione e dei diritti delle donne. Dieci anni dopo, nel 1906, questa pioniere con una cultura sempre più eclettica, crea la ‘Casa dei bambini’ nel quartiere romano di San Lorenzo per rampolli di famiglie povere. Fedele al suo pensiero, inizia la sperimentazione di una “pedagogia scientifica”, il che significa applicare ai “bambini normali” tutto quanto ha compreso nella cura dei “bambini deficienti”. Questo pensiero altro non è che la libertà, se vincolata a una chiara disciplina, è la fonte della creatività. Ne deriva che il rispetto dell’identità individuale è la precondizione per lo sviluppo armonico della socialità del bambino.

Maria inventa così un modo affatto nuovo di educare. Ovvero, di fare scuola. Lì a San Lorenzo i bambini non sono costretti nei banchi e divisi classe di età, ma possono muoversi in spazi liberi, seguendo percorsi individuali di apprendimento la cui componente fondamentale è la propria inclinazione e volontà. L’insegnante si limita ad aiutare i ragazzi a seguire il percorso di apprendimento preferito, che per Maria Montessori è il percorso che ogni ragazzo preferisce.

La teoria alla base di questa prassi innovativa è contenuta in un libro che Maria Montessori pubblica nel 1909: Manuale della pedagogia scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei bambini. Lo butta giù in pochi giorni, mentre è ospite dei conti Franchetti a Città di Castello. Con altrettanta rapidità il Manuale ottiene un successo che travalica i confini italiani e si estende, in pratica, al mondo intero. È così che, in poco tempo, diventa la «donna più interessante» e tra le più note d’Europa.

Non è solo il successo di una scrittrice. È il successo di un’educatrice. Sbocciano come funghi in tutto il pianeta, dalla Germania agli Stati Uniti, scuole che si ispirano al “metodo Montessori”. È anche per questo che, all’inizio degli anni ‘20, il maestro elementare Benito Mussolini, che ha ormai assunto il potere, cerca una qualche forma di accordo con Maria Montessori. Ma come possono i principi di scienza positiva che informano il “metodo” della psichiatra, antropologa, pedagogista trovare un qualche punto di contatto con quell’idealismo con cui Giovanni Gentile informa la scuola dell’Italia fascista?

Domanda retorica. Per alcuni anni Mussolini tollera e persino protegge le scuole Montessori. Ma alla fine i principi di libertà entrano definitivamente in collisione con l’autoritarismo fascista. Maria e il figlio Mario sono di fatto costrette a lasciare l’Italia. Mentre in Germania Adolf Hitler ordina che le “scuole Montessori” vengano chiuse e i libri dell’italiana bruciati.

Maria ripara in Olanda. Poi, quando scoppia la seconda guerra mondiale, in India, dove non smette di annunciare il valore educativo della libertà e la forza emancipatrice dell’educazione. Sebbene internata, in quanto cittadina di una nazione nemica, dall’India la scienziata italiana inizia una nuova battaglia: contro l’«analfabetismo mondiale», perché, sostiene, l’ignoranza cristallizza le condizioni di povertà mentre solo l’educazione consente l’emancipazione. Dei poveri come delle donne.

Certo, quando la guerra finisce, può tornare in Italia. Ma ormai nel suo paese nativo si ferma poco. La sua terra adottiva è, ormai, l’Olanda. Dove muore il 6 maggio1952, a Noordwijk. D’altra parte l’Italia è uno dei paesi che meno hanno compreso adottato il “metodo Montessori”. Maria non è certo “profeta in patria”. Un’indagine condotta nel 2003 dimostra che, delle circa 22.000 “scuole Montessori” esistenti al mondo, solo 136 sono in Italia. Circa 4.000 negli Stati Uniti, 1.140 in Germania, 800 in Gran Bretagna, 375 in Irlanda, 220 in Olanda, 200 in India, 163 in Svezia e 150 in Giappone.

La «bella italiana» e il suo progetto di fare della scienza e della conoscenza la leva per il riscatto sociale dei poveri e delle donne appartengono, ormai, al mondo. Ma, come troppo spesso accade a molte persone capaci di grandi innovazioni e idee, restano estranee e incomprese nel distratto e irriconoscente paese in cui sono nate: l’Italia.

Commenti dei lettori


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  1. Rita Lena
    Purtroppo l'Italia è un paese che continua ad essere distratto e durante il fascismo non lo è stato più di ora. Continua a non valorizzare le persone che valgono veramente, capaci di proposte ed azioni innovative. Pensiamo solo ai tanti bravi ragazzi che se ne vanno perchè l'Italia non sa utilizzare i loro talenti. Una piaga che ha radici lontane: si preferisce rincorrere problemi piccoli che sembrano grandi. Complimenti per la scrittura, ha reso più avvincente la lettura di una bella storia.
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