La scienza rosa e sexy: a misura di quale donna?

Una riflessione sull’immagine della scienza e la sua femminilizzazione nella comunicazione e negli approcci narrativi  del gender gap.
Nicole Ticchi, 10 Novembre 2020
Micron
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Chimica Farmaceutica di formazione, si è dedicata per anni alla ricerca industriale presso l'Università di Bologna, coltivando la passione per la divulgazione scientifica e trasformandola nella sua occupazione principale. Oggi, da libera professionista, cura la comunicazione scientifica istituzionale di enti di ricerca e associazioni e si dedica alla progettazione di attività di divulgazione per ragazzi e adulti. Nel 2017 ha fondato il progetto She is a scientist, grazie al quale studia e comunica la percezione delle donne nella scienza per sensibilizzare le attuali e le nuove generazioni ad una maggiore equità e pari opportunità nel settore scientifico e nella ricerca.

“La scienza è donna, sexy e si tinge di rosa”

Uno spot della Comunità Europea del 2012, concepito per incoraggiare le ragazze a intraprendere la carriera scientifica, aveva puntato proprio su questo aspetto: “la scienza è una cosa da ragazze”. Su una passerella illuminata da riflettori con luci colorate, in abiti succinti e su tacchi vertiginosi sfilavano ragazze con fare provocante. A guardarle muoversi, comodo su una sedia, c’era un uomo, in camice davanti ad un microscopio, che aveva tutta l’aria di essere incuriosito e ammaliato da questo spettacolo. Quale fosse l’oggetto dello spettacolo, se la scienza o le ragazze, può essere lasciato all’immaginazione.
Cosa si vedeva sotto la lente di quel microscopio? Glitter, ombretti e rossetti, ovviamente. Che da scienziati e scienziate lo sappiamo, non sono altro che pigmenti, polimeri e grassi sapientemente lavorati per dare luogo a uno dei miracoli della cosmesi moderna. Ma se cambiamo contesto e li guardiamo con un’altra lente, quella del significato sociale, la domanda sorge spontanea: cosa voleva comunicare, esattamente, questo spot? Sono davvero quegli oggetti a rappresentare una donna? E ancora: abbiamo davvero bisogno di questo per attirare la sua attenzione. Il video è stato rimosso e sui canali della comunità europea non vi è più traccia di quella che, oggi come allora, la maggior parte di noi considera una caduta di stile nella comunicazione di un tema così importante. Ma si parla del 2012, non di un secolo fa. Viene quindi spontaneo chiedersi, per chi si occupa di studiare l’approccio comunicativo al gender gap nella scienza e nella ricerca, cosa abbia spinto un ente di tale importanza a portare l’attenzione su un aspetto così specifico: la femminilità nella sua versione più stereotipata. L’obiettivo, a livello macro, era intuibile: il numero di donne nel campo delle STEM è ancora drammaticamente basso, vogliamo che la situazione cambi e che quel numero cresca. Ma il risultato?

A onor del vero gli esempi di questo approccio, seppur in maniera meno plateale, non si sono esauriti con il video di cui sopra. E, a distanza di otto anni, la linea comunicativa rischia ancora di scivolare facilmente in quella corsia più di quanto ci piaccia pensare. Con l’accensione dei riflettori sulla necessità di concepire azioni politiche, sociali ed economiche per rendere sempre meno accentuato il divario di genere nella scienza, sono fiorite numerose iniziative e campagne che operano, con attivismo, comunicazione ed eventi, in una precisa direzione: dare risalto alle donne e al loro contributo.
In questo contesto assistiamo però spesso ad una “genderizzazione” della scienza stessa, un processo teso a renderla più affine a quelle caratteristiche che, secondo la nostra cultura, dipingono al meglio la sfera femminile: un misto di sensuale e sinuoso, con una immancabile sfumatura di rosa.  Si sa, no? Alle donne piace il rosa. 

Un immaginario, questo, da contrapporre a quello che, sempre secondo la nostra cultura, ha tipicamente e da sempre descritto la scienza: mistero, austerità, pericolo e colori ben poco accattivanti. Una infausta rappresentazione e un misto di caratteristiche che forse, per contrapposizione, potrebbero essere più affini ad un contesto maschile, composto da quegli uomini che dalla narrazione attuale abbiamo visto monopolizzare il palcoscenico della scienza per secoli. Ecco allora che si fa strada, tra le idee per reclutare più donne tra le fila di chi vive la scienza, l’idea di spingere l’acceleratore proprio su questa pista: la stessa che, a rigor di logica, andrebbe forse abbandonata a favore di toni più neutri e inclusivi.

Nel tentativo di guidare le donne verso qualcosa che la nostra cultura dipinge come decisamente poco attraente, le idee comunicative non si fanno attendere. Ma cosa accade se la strategia mainstream adottata decide in un colpo solo che la scienza è donna e che le donne sono per natura e per categoria tutte attratte da una nuvola di rosa e da oggetti ben determinati? Il risultato è facilmente prevedibile. 

Vogliamo uscire da un contesto fortemente minato da stereotipi e bias legati al modo in cui la nostra cultura concepisce da secoli le donne e lo facciamo impugnando come arma nientemeno che gli stessi stereotipi. Abbiamo l’assoluta sicurezza che le donne siano attratte da ciò che è sensuale e che abbiano, allo stesso tempo, necessità di sentirsi tali?
Diciamo alle ragazze di non temere la scienza e di considerarla un contesto familiare, ma lo facciamo portando come argomentazione a favore di ciò il fatto che sia sexy, senza prima aver fatto una riflessione sui significati che questo termine assume nella nostra lingua e sull’immaginario evocato nel contesto reale e virtuale dove attualmente vivono quelle stesse ragazze.

I titoli degli articoli scientifici e divulgativi che parlano di gender gap nella scienza sono sempre più numerosi e campeggiano sui media cavalcando un tema caldo e complesso, con dati che oscillano tra l’incoraggiamento e lo sconforto, perché la situazione sta lentamente cambiando e la percentuale di donne nel settore scientifico si sta faticosamente alzando. Ma allo stesso tempo è sempre più numeroso anche il paniere di riferimenti che questo divario contribuiscono, subdolamente, ad aumentarlo. Se l’intento è quello di rendere la scienza un contesto caratterizzato da pari opportunità, che evochi un immaginario finalmente equo e privo di connotazioni maschili, perché giocare proprio sul genere, questa volta femminile, per perseguire lo scopo? Perché rendere ancora meno inclusivo ciò che già, proprio a causa degli stereotipi, lo è poco di per sé? E perché attribuire alla scienza un genere ben definito caratterizzandolo con elementi così univoci e peculiari con i quali non è matematico che tutte le donne si sentano a proprio agio?

UN CIRCOLO VIZIOSO
Il classico risvolto della medaglia, presente anche in questa situazione, è forse ancora più perverso.
Perché se è vero che stiamo vendendo un’immagine della scienza femminile, accattivante e sexy per acquisire una clientela sempre più ampia e variegata, è altrettanto vero che il nostro immaginario culturale non è ancora sufficientemente pronto a fare lo scatto inverso, ovvero ad accostare l’aspetto di una donna attraente e sexy all’immagine della scienziata, alle sue competenze e alla sua credibilità. La letteratura scientifica e le migliaia di testimonianze di ragazze che raccontano la propria quotidianità come scienziate parlano molto chiaro: l’aspetto fisico e il modo in cui ci vestiamo e curiamo dice molto di noi e, in alcuni casi, entrano a gamba tesa fra gli elementi su cui le persone si basano per valutare le nostre capacità. Una tendenza molto accentuata quando si parla di donne, ma decisamente meno frequente nel caso di scienziati di sesso maschile.
Se da una parte, quindi, la femminilizzazione della scienza dovrebbe ipoteticamente includere maggiormente le donne in un contesto che le ha viste escluse, la stessa femminilità le vede penalizzate quando a dover essere riconosciuta e valorizzata è la loro competenza, distaccata dalla fisicità. Un circolo che rischia di diventare vizioso e che rende evidente la necessità di impostare la comunicazione del gender gap e delle potenziali strategie per colmarlo su un piano diverso, più neutrale e costruttivo.

PER UNA UNA NARRAZIONE EQUA
Quindi la scienza è donna? La risposta più ovvia è no. La scienza è delle persone, prima ancora che di un genere. Ha quindi senso parlare di “scienza al femminile”?La desinenza, se consideriamo la semplice parola, ha certamente giocato il suo ruolo nell’ipotizzare il fatto che la scienza abbia nelle sue radici una decisa connotazione femminile, che non sia prettamente linguistica ma anche concettuale.

Se facciamo però lo sforzo di considerarla come un contesto ampio, uno spazio virtuale, ma anche un approccio e un terreno di crescita e necessaria collaborazione, ecco che la possibilità di concepire una narrazione della scienza più equa, che guardi effettivamente ad una diminuzione del divario fra i generi, diventa più concreta e costruttiva.

Nel tentativo di ridare lo spazio narrativo, impropriamente sottratto, al contributo che le scienziate hanno dato ai secoli di una storia scritta al maschile, non ci si è forse soffermati abbastanza a pensare che tutto quello che caratterizza la scienza è vincolato al sacro valore della collaborazione, che difficilmente il processo di scoperta può essere ascritto ad una singola persona e che quando etichettiamo un contesto come femminile stiamo operando una discriminazione simmetrica a quella che tanto arduamente stiamo combattendo. 

Occorre dare spazio, quindi, a una narrazione che sia inclusiva di tutti i contributi e di tutte le sfaccettature che il lavoro quotidiano nella scienza può offrire, esaltando le sinergie e la complementarietà piuttosto che accentuando le differenze e le segregazioni.

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