La scuola napoletana e la guerra al vaiolo

Per Pagine di Scienza ripercorriamo la storia della lotta al vaiolo. Un risultato straordinario, frutto del programma di vaccinazioni per l’eradicazione globale, lanciato dall'OMS nel 1967. La guerra combattuta dal genere umano contro il vaiolo, è però ben più lunga e risale al XVIII secolo.
Romualdo Gianoli, 01 Marzo 2020
Micron
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Giornalista Scientifico

Se oggi il SARS-CoV-2 suscita tanto allarme, antiche malattie come il vaiolo sono state un vero flagello. Oggi questo virus non esiste più in natura, ma solo conservato in pochissimi laboratori nel mondo per scopi scientifici Questo straordinario risultato è il frutto del programma di vaccinazioni per leradicazione globale del vaiolo, lanciato dallOMS nel 1967, che in soli dieci anni (lultimo caso conosciuto di vaiolo è stato diagnosticato nel 1977 in Somalia) ha portato alla scomparsa della malattia, dichiarata ufficialmente eradicata dall’OMS nel 1980. Tuttavia, la storia della guerra combattuta dal genere umano contro il vaiolo è ben più lunga e risale al XVIII secolo, quando il medico inglese Edward Jenner eseguì con successo la prima vaccinazione su un bambino nel 1796.

In Italia i primi esperimenti di vaccinazione furono eseguiti da Luigi Sacco, medico dell’Ospedale Maggiore di Milano, che alla fine del 1799 vaccinò prima sé stesso e poi cinque bambini con il pus raccolto dalle pustole di due vacche affette dal cow-pox. Il cow-pox o vaiolo bovino, è una malattia lievemente eruttiva delle mucche in grado di indurre immunità al vaiolo, se introdotta in esseri umani sani. A distanza di tempo Sacco verificò, con linnesto del pericoloso vaiolo umano, l’avvenuta immunizzazione sua e dei bambini vaccinati. Nonostante questi primi successi avessero avuto luogo a Milano, sarà al Sud che la profilassi antivaiolosa troverà nuove strade che faranno scuola in tutt’Europa, grazie soprattuto all’intuizione di un medico napoletano, il cui successo sarà tardivamente riconosciuto.

 Appena cinque anni dopo il primo esperimento di Jenner e soltanto due dopo quello di Sacco, il 14 marzo 1801, a Palermo vengono eseguite le prime vaccinazioni del Sud Italia. A praticarle, su richiesta della regina Maria Carolina che aveva perso una sorella per il vaiolo, sono due medici inglesi, Jospeh A. Marshall e John Walker, venuti al Sud per vaccinare i marinai britannici che proteggevano Ferdinando IV di Borbone, riparato in Sicilia dopo l’invasione del Regno di Napoli. Convinto della validità del metodo, il re fa inoculare anche i suoi stessi figli e dopo aver verificato il successo dell’operazione, istituisce la vaccinazione gratuita per il popolo, nei giorni di lunedì e giovedì di ogni settimana.

FERDINANDO IV E IL PROGRAMMA DI VACCINAZIONE
Al suo ritorno a Napoli, il re Ferdinando decide di estendere il più possibile la pratica della vaccinazione e a tale scopo, nell’agosto del 1802, istituisce un apposito organismo sanitario: la Direzione Vaccinica. É composta da 10 professori vaccinatori e ha sede nel Real Albergo dei Poveri, l’enorme edificio costruito per accogliere i poveri e i senzatetto della capitale. Alla sua direzione il re pone il proprio chirurgo personale, Michele Troja, affiancato dal suo più stretto collaboratore, il medico salentino Antonio Miglietta. La Direzione Vaccinica provvederà alle vaccinazioni nella capitale, a coordinare le attività nelle province, a istruire i medici attraverso la pubblicazione di apposite guide e condurrà una capillare azione di promozione della nuova pratica nelle campagne, avvalendosi dell’aiuto di levatrici, medici condotti e parroci. Artefice del successo di quell’iniziativa sarà proprio il dottor Miglietta, tanto da essere poi soprannominato: l’apostolo della vaccinazione. Ciononostante, Miglietta non mancherà di scontrarsi con un altro medico napoletano, autore di un diverso approccio alle vaccinazioni, che farà scuola nel mondo.

UN’IMPRESA DI SUCCESSO
Intanto i primi benefici della vaccinazione a Napoli non tardano a manifestarsi, dando buoni risultati in occasione delle ricorrenti epidemie che colpiscono la città. Tuttavia, non mancano i pregiudizi verso la vaccinazione, né i no-vax del tempo, tant’è che per convincere gli scettici, nel 1803 la Direzione Vaccinica organizza presso l’Ospedale della Santissima Annunziata di Napoli, delle controprove”, come già aveva dovuto fare lo stesso Jenner in Inghilterra. E così, davanti a molte persone, chirurghi di prima reputazione, non appartenenti al Corpo de’ pubblici Vaccinatori sono invitati a inoculare il vaiolo umano in 18 ragazzi dell’infanzia abbandonata già vaccinati: 6 provengono dalla Ruota degli Esposti dell’Annunziata, 6 dal Real Albergo dei Poveri, 6 dal popolo e nessuno di essi contrae la malattia. Grazie a questo successo, a Napoli e nelle province, tra il 1808 e il 1819, vengono eseguite quasi 400.000 vaccinazioni, più del 17% di tutti i nati vivi nel Regno. Il decreto n. 141 del 6 novembre 1821 renderà la vaccinazione obbligatoria per legge: è la prima volta che ciò accade in Italia.

A quell’epoca il vaccino veniva ottenuto con due sistemi diversi: lo si ricava da altri soggetti umani o dalle vacche. D’altra parte, era stato lo stesso Jenner, nel suo An inquiry into the causes and effects of the variolae vaccinae, a disease known by name of cow pox del 1798, a dimostrare che l’immunità contro il vaiolo umano può essere ottenuta tanto con la somministrazione di vaccino di derivazione animale quanto da quello di derivazione umana. Nel Regno di Napoli la maggior parte delle vaccinazioni viene eseguita utilizzando il vaccino di derivazione umana, perché la tecnica della vaccinazione da braccio a braccio permette di ottenere dosi esponenziali di vaccino e garantisce per lungo tempo l’approvvigionamento necessario a effettuare vaccinazioni su larga scala. Il più convinto sostenitore di questo sistema è il dottor Miglietta, a cui si contrappongono quelli che invece credono che questa pratica comporti grossi rischi, come la trasmissione di alcune gravi malattie quali la sifilide. Tra questi c’è il giovane Gennaro Galbiati, chirurgo ostetrico dell’Ospedale napoletano degli Incurabili, convinto che il vaccino derivato dalle vacche sia, invece, esente da tali pericoli e molto superiore.

Intanto con il nuovo arrivo a Napoli dei francesi, Giuseppe Napoleone (che ha sostituito sul trono Ferdinando I delle Due Sicilie rifugiatosi nuovamente in Sicilia) nel 1807 trasforma la Direzione Vaccinica nel Comitato Centrale di Vaccinazione che ha per presidente il famoso Domenico Cotugno e per segretario proprio Miglietta, di fatto, il vero capo. Tra lui e il giovane Galbiati scoppia ben presto un’accesa diatriba scientifica, con pubblicazioni da una parte e contropubblicazioni dall’altra. Miglietta attacca ferocemente Galbiati e, forte della sua posizione, tenta addirittura di introdurre il divieto per legge della vaccinazione col vaccino animale. Galbiati risponde all’attacco pubblicando, nel 1810, una memoria scientifica molto ben argomentata a sostegno del suo metodo, che risulta essere il più antico documento conosciuto sull’argomento. Non contento di ciò, apre addirittura un impianto di produzione di vaccino ricavato dalle giovenche, sviluppando e standardizzando tutta la procedura relativa alla sua produzione.

L’impresa ha un tale successo che diventa il punto di riferimento per i membri della corte reale e per le famiglie facoltose della capitale. Napoli si trova, così, ad avere ben due servizi di vaccinazione: quello pubblico e gratuito, gestito da Miglietta e quello privato, di Galbiati, riservato alle classi sociali più elevate che possono permettersi di pagare il suo metodo più innovativo, più sicuro, ma anche più costoso. Il metodo per ottenere vaccino di derivazione animale sviluppato da Galbiati viene seguito ininterrottamente per circa quarant’anni e non si ferma neanche alla sua morte. La sua attività, infatti, viene proseguita da Giuseppe Negri, un suo fidato allievo, che continua le inoculazioni su mucche di proprietà del re, allevate nei parchi delle residenze reali di Portici e Capodimonte e continua anche dopo l’Unità d’Italia.

LA SCUOLA NAPOLETANA
Negli anni seguenti è un altro brillante allievo di Galbiati, Ferdinando Palasciano, a rendere nota in ambito internazionale l’ormai sessantennale esperienza napoletana, durante un convegno medico a Lione nel settembre del 1864. Al termine del suo intervento, Palasciano invita a Napoli chiunque voglia studiare e approfondire il metodo di Galbiati. La sua relazione suscita grande curiosità e interesse tra i membri del congresso e l’invito viene raccolto dal medico francese E. Chambon che invia un suo allievo, Gustave Lanoix, a Napoli con l’intenzione di riprodurre in Francia l’esperienza partenopea. Lanoix effettivamente va a Napoli, visita gli stabilimenti dove si usa il metodo Galbiati e, dopo averne appresi tutti i dettagli, torna a Parigi con un giovane bovino vaccinato quattro giorni prima. È da questo animale che nasce a Parigi il primo stabilimento francese per la produzione di vaccino dalle giovenche.

Agli inizi del ‘900 Chambon riesce a procurarsi una rara copia della memoria di Galbiati del 1810 e ne resta talmente colpito che decide di rendere omaggio al medico napoletano traducendola in francese e ristampandola a sue spese, con una sua prefazione dove scrive: «L’opera sembra essere stata scritta ieri: la nitidezza della lingua, le sue qualità letterarie, lo stato d’animo dell’autore hanno prodotto per me un grande fascino e ho sviluppato una profonda ammirazione per il dotto filantropo napoletano. Aveva superato di mezzo secolo le conoscenze mediche del suo tempo e nel 1810 aveva trovato la soluzione al grave problema igienico che nel 1864 aveva quasi messo a repentaglio la grande scoperta di Jenner».

Nei decenni seguenti la vaccinazione da braccio a braccio” finirà per essere vietata dalle leggi degli Stati europei e la comunità scientifica mondiale adotterà, di fatto, il metodo Galbiati del vaccino di derivazione animale, che sarà prodotto dalla moderna industria farmaceutica, fino alla totale scomparsa del vaiolo, facendo dell’esperienza napoletana un modello nella storia della medicina mondiale.

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