“La sesta estinzione”: dalla scoperta dei big five all’Antropocene

Nelle scorse settimane ci siamo occupati dei risultati di uno studio, pubblicato su Pnas, che sottolinea l’impatto devastante, su scala globale, della fortissima annichilazione biologica osservabile in modo pressoché trasversale nel subhylum dei vertebrati. In realtà l’allarme è purtroppo molto più esteso, riguarda milioni di specie animali e vegetali ed è stato lanciato da decine di ricercatori e ricercatrici da ormai diversi anni. Abbiamo approfondito il tema con Elizabeth Kolbert autrice del libro “La sesta estinzione – Una storia innaturale”.
Marcello Turconi, 05 Agosto 2017
Micron
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giornalista scientifico

Nelle scorse settimane ha avuto una vasta eco mediatica la pubblicazione, sulla rivista statunitense PNAS, di uno studio che sottolinea l’impatto devastante, su scala globale, della fortissima annichilazione biologica osservabile in modo pressoché trasversale nel subhylum dei vertebrati.
In realtà l’allarme è purtroppo molto più esteso, riguarda milioni di specie animali e vegetali ed è stato lanciato da decine di ricercatori e ricercatrici da ormai diversi anni.
Nel 2014 l’opera di una giornalista, Elizabeth Kolbert, ha contribuito in maniera significativa affinché questi appelli valicassero gli ambienti universitari, raggiungendo il grande pubblico: si tratta de “La sesta estinzione – Una storia innaturale” [ed. Neri Pozza], libro con la quale la Kolbert ha vinto il premio Pulitzer nel 2015.
Nel suo libro Kolbert ci accompagna per mano in un viaggio, che si espande sia a livello meramente geografico, sia a livello cronologico, alla scoperta di un concetto relativamente nuovo: quello di estinzione.
È possibile così rivivere le diatribe avvenute tra alcuni dei più grandi pionieri dello studio della vita (uno su tutti, Charles Darwin); dal racconto di tali discussioni emerge come, allora ma anche ai giorni nostri, scienziati e scienziate possano difendere le proprie idee – o attaccare quelle altrui – con veemenza ben lontana dalla compassata calma accademica con cui siamo abituati a pensare loro.
Il libro si presenta quindi come un mix ben collaudato tra giornalismo d’inchiesta e storia della scienza, rappresentando un ottimo strumento per capire come determinate teorie scientifiche vengano ideate, promulgate, discusse e, a volte, rigettate: «la Scienza, in quanto tale, è un processo – spiega l’autrice – e penso che sia davvero importante che le persone capiscano questo punto: la Scienza è un metodo, che ci permette di testare le nostre idee sul mondo fisico, compreso il mondo degli esseri viventi.
Non è infallibile, ma si auto-corregge: nel corso del tempo la nostra comprensione del mondo diventa sempre migliore, e senza questo meccanismo di correzione non potremmo avere satelliti che ruotano intorno alla Terra, vaccini per la polio, test genetici o iPhone, giusto per fare alcuni esempi».
Perché “sesta” estinzione? Perché nel corso della storia della Terra, milioni e milioni di anni prima della comparsa dell’uomo, sono avvenuti cinque eventi che hanno portato a una perdita di biodiversità così marcata ed impattante da essere definiti come estinzioni di massa. Si tratta dei cosiddetti “Big Five”, che Kolbert descrive illustrando le tracce geologiche, e le conseguenti ricerche, che hanno permesso di identificare il periodo in cui sono avvenute (e, in alcuni casi, la causa).
Quella che stiamo osservando ora è quindi, secondo gli esperti, la sesta estinzione di massa, con due differenze sostanziali, però, rispetto agli eventi precedenti: la rapidità con cui sta avvenendo, e il fatto che essa sia dovuta all’azione di una specie animale, ossia l’uomo.
Non a caso la Kolbert introduce il concetto di antropocene, l’epoca geologica in cui  a farla da padrone è, appunto, l’essere umano, spiegandoci come moltissime – per non dire tutte – le attività umane influiscano sul territorio, causando profonde modifiche che influenzano la biodiversità: dal surriscaldamento globale all’acidificazione degli oceani, dalle migrazioni di animali e piante (sì, piante!) alle invasioni di specie alloctone, favorite dai potenti mezzi di trasporto dell’uomo, tutto contribuisce alla perdita pressoché irreversibile di biodiversità.
Attraverso una serie di casi studio raccolti in giro per il mondo nel corso degli anni, Kolbert ci mette in guardia sul rischio di considerare questi elementi come fattori separati: «Negli Stati Uniti c’è molto scetticismo riguardo al cambiamento climatico, per la maggior parte dovuto a campagne di disinformazione orchestrate ad hoc. Ma non c’è la stessa resistenza organizzata nei confronti di una tematica strettamente correlata, che è quella della riduzione delle specie esistenti».
Lo scenario tratteggiato da Elizabeth Kolbert nel suo libro è a tratti scoraggiante, soprattutto se si pensa alle fortissime forze in gioco nella definizione di questi processi: «il cambiamento climatico può essere ricondotto al massiccio utilizzo di combustibile fossile, l’azione delle specie invasive al commercio globale, la distruzione di determinati habitat alle nostre abitudini di consumo».
Cosa fare, quindi, a livello di singolo individuo? Innanzitutto essere consapevoli (e questo libro è sicuramente un utile aiuto) dei cambiamenti di cui l’uomo è responsabile, e delle posizioni prese a riguardo da chi ci governa (a livello locale e nazionale).
Ma non solo: «il meglio che un individuo possa fare – conclude infatti l’autrice – è impegnarsi per ridurre al minimo il proprio impatto sull’ambiente, limitando i propri consumi (in termini sia di beni/prodotti, sia di energia)».

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