La “sostenibilità” negli accordi internazionali

Conservazione, sostenibilità, limiti ecologici: negli accordi internazionali che si occupano di protezione dell’ambiente questi termini sono più che ricorrenti, e costituiscono il fulcro normativo di molti target dei trattati. Il linguaggio usato in questi accordi dovrebbe essere sempre preciso e la terminologia scientificamente corretta. Il rischio, in caso contrario, è di scadere in proclami vuoti e azioni inefficaci. Ma quanto sono rigorosi scientificamente i termini sulla salvaguardia ambientale all’interno delle policy?
Simona Marra, 01 Settembre 2016
Micron
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Comunicazione della scienza

Sostenibilità, conservazione, limiti ecologici: negli accordi internazionali che si occupano di protezione dell’ambiente questi termini sono più che ricorrenti, e costituiscono il fulcro normativo di molti target dei trattati.
Il linguaggio usato in questi accordi dovrebbe essere sempre preciso e la terminologia scientificamente corretta. Il rischio, in caso contrario, è di scadere in proclami vuoti e azioni inefficaci.
Quanto sono rigorosi scientificamente, dunque, i termini sulla salvaguardia ambientale all’interno delle policy?
Un team internazionale di scienziati dell’ambiente, coordinato da Ian Donohue, ricercatore al Trinity College Dublin, ha esaminato quarantadue tra accordi internazionali e principi fondativi di organizzazioni che hanno l’obiettivo di proteggere l’ambiente evitandone l’alterazione e la degradazione – o che, in altre parole, si prefiggono di mantenere la stabilità degli ecosistemi.
Nel loro studio “Navigating the complexity of ecological stability”, pubblicato su Ecology Letters, i ricercatori hanno appurato che molti vocaboli relativi al concetto di stabilità sono stati usati in maniera ambigua, senza una definizione chiara, ma soprattutto privi di una precisa connotazione quantitativa.
Sono sedici in totale, quelli individuati dal team di ricerca. Tra questi è emerso che “sostenibile” è di gran lunga il più diffuso: non ha un significato ecologico definito, ma in base al contesto in cui viene inserito può assumere accezioni scientificamente valide.
Per quanto riguarda gli altri termini, invece, ne sono stati trovati alcuni che hanno più di una definizione ma non sono caratterizzati da precise unità di quantificazione: è il caso di “limiti ecologici sicuri” o “degradazione”.
Dei sedici solo due vocaboli (“stabilità” e “resilienza”) hanno una definizione netta in ambito ecologico; all’interno dei testi, però, entrambi sono stati utilizzati con un significato diverso da quello fissato in ecologia. Ciò lascerebbe intendere che in realtà gli ecologi hanno meno influenza di quanto ci si aspetti nel determinare come questi termini vengano utilizzati nel linguaggio non specialistico; e pone un ulteriore ostacolo nel momento della comunicazione tra scienziati e legislatori.
Un esempio rappresentativo del problema lo si trova tra gli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile fissati dalle Nazioni Unite. L’obiettivo 14.2 stabilisce che “Entro il 2020 (i Paesi dovranno) gestire in maniera sostenibile e proteggere gli ecosistemi marini e costieri ed evitare effetti avversi significativi, rafforzandone la resilienza”.
Nello studio queste righe vengono definite ambigue al punto di risultare senza senso. Non è chiaro cosa vogliano indicare “sostenibile”, “effetti avversi significativi” e “resilienza” in questo contesto. Nessun aspetto del target è di fatto misurabile, quindi verificabile.
Naturalmente esistono esempi di testi con target definiti e quantificabili, ma secondo l’analisi di Donohue e colleghi, rappresenterebbero la minoranza. Per quasi tutti i casi analizzati, le azioni e i target fissati nella maggior parte degli accordi risulterebbero impossibili da misurare e da monitorare, rappresentando nei fatti obiettivi vuoti.
Queste imprecisioni, però, hanno radici più profonde, che vanno oltre le responsabilità delle scelte lessicali dei legislatori.
Proteggere l’ambiente vuol dire provare a mantenere la stabilità degli ecosistemi. Dall’altra parte, comprendere cosa succede quando l’equilibrio di un ecosistema viene alterato (uno sversamento di sostanze inquinanti, l’estinzione di una specie, ecc.) è assai complesso; la ricerca ha molta strada davanti a sé prima di chiarirne tutte le dinamiche. Esiste pertanto un limite conoscitivo che si riflette poi nella formulazione delle misure previste nelle policy.
Su questo punto si innesca un’ulteriore complicazione: gli ecologi che si occupano di teorie e quelli che invece effettuano studi sul campo seguono approcci differenti nello studio della stabilità: questo crea non solo dispersione nella ricerca e una difformità intrinseca nella produzione degli studi, ma anche una sovrapproduzione di definizioni di singoli termini che coincidono solo in parte con il resto della letteratura scientifica.
In sostanza, dunque, la difficoltà è duplice: la terminologia non accurata negli accordi sulla conservazione è sì una questione di policy, ma è anche un problema di consensus interno alla comunità scientifica. Gli autori dello studio propongono alcune possibili soluzioni.
Il primo passo per consentire un approccio scientificamente rigoroso alla protezione dell’ambiente è raggiungere un’intesa sul significato dei termini, intesa che va raggiunta innanzitutto nella comunità degli ecologi. C’è bisogno, al contempo, di una maggiore collaborazione tra ecologi teorici ed empiristi, con l’obiettivo di produrre teorie più realistiche, testate da misure empiriche. In questo modo lo studio della stabilità si muoverebbe verso una direzione congiunta, con linguaggio omogeneo.
Sull’altro versante, quello dei legislatori, è indispensabile che i target siano formulati di modo da essere misurabili, così che sia possibile verificare i progressi e valutare i fallimenti o i successi; così si potrà garantire l’efficacia delle misure stabilite.
Insomma, perché le policy in materia di ambiente siano valide e robuste serve il supporto delle scienze ecologiche. Per questa ragione, conclude lo studio, fondare un dialogo proficuo e duraturo tra scienza e politica è indispensabile; e a tal fine è necessario individuare un linguaggio condiviso, scientificamente accurato, che possa essere efficacemente integrato nei testi chiave per la protezione ambientale.

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