L’approccio evolutivo alla medicina

Secondo la medicina evolutiva, la malattia non deve essere più vista soltanto come un tratto svantaggioso che sfugge alla selezione naturale ma, al contrario, può essere una componente necessaria di un meccanismo di adattamento.
Michele Bellone, 08 Novembre 2015
Micron
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Giornalista scientifico

Ci sono casi in cui una malattia può essere vantaggiosa. L’anemia falciforme, per esempio, riduce la mortalità delle persone affette da malaria e potrebbe quindi essere stata “premiata” dalla selezione naturale in quelle aree dove la malaria è endemica. Le malattie sono fenomeni complessi nei quali entrano in gioco diversi fattori. Ciò nonostante, è idea diffusa che per debellarle sia sufficiente sconfiggere l’agente patogeno o correggere il malfunzionamento genetico che le provoca. Questo approccio è molto radicato nella medicina moderna e si basa su una visione ingegneristica del corpo e delle sue funzioni: l’organismo è come una macchina e la malattia non è altro che un guasto di una delle sue componenti. Per curare un individuo è quindi necessario capire come sia avvenuto questo guasto e intervenire per ripararlo, cercando di ripristinare le condizioni ottimali della macchina.

MA È DAVVERO COSÌ?
Che un virus possa essere responsabile di un’infezione è innegabile, ma ridurre una malattia a una sola e unica causa significa perdere di vista molti altri fattori, dalle condizioni ambientali e culturali alla storia filogenetica dell’uomo e dei microrganismi con cui interagisce. Lo studio integrato e multidisciplinare di questi elementi è alla base della medicina evoluzionistica, una disciplina fondata all’inizio degli anni Novanta combinando biologia evolutiva, antropologia, genetica e microbiologia, con lo scopo di sviluppare un approccio più completo alla comprensione e alla cura delle malattie.
La medicina si è sempre concentrata soprattutto sul come ci si ammala. I sostenitori della medicina evolutiva sono anche interessati a comprenderne il perché. Fondatori di questa disciplina furono il biologo George Williams e lo psichiatra Randolph Nesse, che nel 1991 firmarono un articolo intitolato “L’alba della medicina darwiniana. Alla base del loro approccio c’era l’assunto che ciascuna patologia potesse essere spiegata in termini evolutivi. Già negli anni Quaranta iniziava a emergere l’idea che alcune malattie potessero fornire vantaggi agli individui infetti, come nel caso già citato dell’anemia falciforme. Secondo Williams e Nesse, la malattia non doveva più essere vista soltanto come un tratto svantaggioso che sfugge alla selezione naturale, o uno strumento tramite il quale la selezione stessa elimina gli individui più deboli. Al contrario, essa poteva anche essere una componente necessaria di un meccanismo di adattamento o una conseguenza accidentale del suo funzionamento. In altre parole, un vero e proprio compromesso evolutivo. Sintomi patologici come febbre e tosse vanno interpretati come strumenti di adattamento che consentono di uccidere virus e batteri estranei o di espellerli dalle vie respiratorie. Il che significa che, in alcuni casi, combattere la febbre potrebbe rallentare il processo di guarigione.
Secondo Williams e Nesse, per comprendere le malattie è quindi necessario non limitarsi alla ricerca delle cause prossimali, caratteristica della medicina tradizionale, ma dedicarsi anche allo studio delle cause evolutive. Le prime sono quelle che spiegano come un determinato meccanismo funziona (o smette di funzionare). Un’infezione virale o batterica rientra in questa categoria, come pure la descrizione anatomica di un tessuto e delle sue componenti biochimiche. Le cause evolutive hanno invece una prospettiva più ampia, che abbraccia la storia biologica di un determinato processo: la sua origine, i suoi cambiamenti, le sue funzioni, le sue interazioni con l’ambiente e gli eventuali vantaggi adattativi che conferisce.
È anche importante sottolineare l’influenza del pensiero popolazionale, introdotto da Darwin e approfondito da Ernst Mayr a partire dagli anni Ottanta. Il pensiero popolazionale è basato sull’idea che ogni individuo di una specie a riproduzione sessuata è definito dalla sua storia evolutiva e dal suo corredo genetico. La varietà di tratti e parametri biologici diventa più importante della loro standardizzazione. Diverse popolazioni, così come gli individui che le compongono, hanno diverse sensibilità e possono quindi rispondere in maniera diversa a malattie o terapie.
Verso la fine del XX secolo, la medicina evolutiva è andata incontro a una forte rinnovamento. Uno dei principali cambiamenti è stato il ridimensionamento del ruolo (che rimane comunque importante) giocato da selezione naturale e adattamento nell’origine e nello sviluppo delle malattie, a favore di altri importanti processi evolutivi come la deriva genetica o i vincoli di sviluppo.
Si è intensificata la componente sperimentale, che ha tradotto in pratica molti degli aspetti finora rimasti teorici e integrato la prospettiva evoluzionistica in diversi ambiti medico-sanitari: l’interazione fra esseri umani e microrganismi; l’adattamento degli agenti patogeni e l’emergere della resistenza ai farmaci; i meccanismi evolutivi alla base del cancro e di diverse malattie autoimmuni. Dal punto di vista antropologico, è emersa anche l’importanza di studiare come i rapidi cambiamenti avvenuti nel corso della storia evolutiva umana – agricoltura, scrittura, allevamento, urbanizzazione – abbiano portato grandi miglioramenti ma anche reso l’uomo più vulnerabile alle cosiddette malattie da civilizzazione, come diabete, problemi cardiovascolari, ipertensione, depressione, osteoporosi, probabilmente sconosciute ai nostri antenati cacciatori-raccoglitori.
Iniziò inoltre a diffondersi, anche in campo medico, un cambiamento nella concezione dell’organismo: non più una macchina composta da singole parti da riparare individualmente ma un corpo plasmato da lunghi e complessi processi evolutivi che non seguono un progetto ottimale ma tendono invece a improvvisare, in un bricolage evolutivo di prove ed errori filtrato dalla selezione naturale.
Pur essendo un fondamentale principio unificante della biologia, la teoria dell’evoluzione è ancora poco presente, se non addirittura assente, nei corsi di medicina. Come sostengono alcuni dei suoi più importanti esponenti, la medicina evolutiva non è una sorta di specializzazione nell’ambito medico, confinabile in specifici dipartimenti. Non è uno dei tanti argomenti da includere nel curriculum dei dottori. Al contrario, essa rappresenta una cornice interdisciplinare che raccoglie contributi provenienti da discipline diverse per individuare nuove chiavi di lettura per la comprensione e la cura delle malattie, cercando di superare la forte impronta meccanicista e riduzionista della medicina moderna, focalizzata sull’intervento terapeutico a livello dei singoli componenti danneggiati.

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