Le donne nei media: più guardate che ascoltate

È il più ampio studio sulla parità di genere nell'informazione. Più di due milioni di articoli dei principali giornali del mondo analizzati con sofisticati sistemi di intelligenza artificiale per confermare ciò che già si sospettava: la donna non fa notizia, compare più nelle immagini che nei testi e lascia spesso, suo malgrado, la scena agli uomini.
Giovanna Dall’Ongaro, 15 Febbraio 2016
Micron

Nessuno se ne stupirà. Che le donne siano meno rappresentate nei media rispetto agli uomini è noto da tempo. E’ stato motivo di animate discussioni femministe negli anni Settanta per poi diventare argomento di studi filosofici e sociologici fino ai nostri giorni. I dati, anche recenti, non mancano: il mondo dell’informazione è prevalentemente declinato al maschile, sono gli uomini a decidere cosa “fa notizia” e sono loro le voci più ascoltate.
Insomma da quando la sociologa Gaye Tuchman nel 1978 parlava di “annullamento simbolico” nel saggio del 2011 eloquentemente intitolato “Women and News: a long and winding road”, ben poco è cambiato. La strada è rimasta tortuosa ed è ancora bene in vista sotto gli occhi di tutti. Allora, la domanda è legittima, dove è la notizia? Perché, contravvenendo alla prima regola di qualunque manuale giornalistico, scegliamo di parlare di un fatto che non è nuovo e né tantomeno sconosciuto? Lo facciamo perché su Plos Oneè appena stato pubblicato uno studio che giunge alle stesse conclusioni dei precedenti presentando però una quantità di prove mai raccolte prima: la disparità di trattamento tra le donne e gli uomini nell’informazione viene, infatti, confermata dall’analisi di più di 2 milioni di articoli pubblicati online tra l’ottobre del 2014 e l’aprile del 2015.
I ricercatori dell’Università di Bristol e di Cardiff hanno quindi consegnato ai lettori un verdetto difficilmente contestabile: la notizia, con buona pace della grammatica, è un sostantivo maschile.

PROVE SCHIACCIANTI DI DISPARITÀ
Si tratta della tipica ricerca multidisciplinare: gli esperti di comunicazione e giornalismo dell’Università di Cardiff hanno lavorato affianco agli ingegneri informatici dell’Università di Bristol.
La raccolta dei dati è stata infatti affidata a un sistema di Intelligenza Artificiale accuratamente “addestrato” a distinguere i due generi nelle notizie, a individuare i nomi maschili e quelli femminili in un testo, ma anche a identificare il sesso delle persone rappresentate nelle fotografie.
Sì perché gli autori dello studio volevano verificare se anche nelle immagini esiste lo stesso squilibrio. Dopo aver spiegato nei dettagli come hanno “insegnato” il lavoro di analisi ed estrapolazione dei dati ai vari software (per i lettori interessati rimandiamo al testo originale) i ricercatori ci rivelano cosa hanno scoperto.
I protagonisti indiscussi sono i maschi, sia all’interno degli articoli che nelle fotografie.

Si guadagnano l’attenzione dei giornalisti (ma anche delle giornaliste) in tutte e 12 le categorie in cui è stata catalogata l’informazione: dallo sport, all’intrattenimento, alla politica. In generale la probabilità di trovare nomi maschili negli articoli è del 77%, mentre nelle foto è del 69,6%. Più in particolare: se si tratta di intrattenimento è del 69,5%, mentre sale al 91,5% nello sport. Lo stesso vale per le immagini: il volto di un uomo compare nel 59,3% dei casi quando si parla di spettacolo, cinema e televisione e nel 79,9% se l’argomento affrontato è la politica. L’onnipresenza maschile è imponente.
Le donne finiscono per sentirsi minacciate persino nell’unico settore ancora, e forse per poco, di loro appannaggio: la moda. E’ vero che qui le femmine hanno la meglio sull’altro sesso, sono più citate negli articoli e più presenti nelle immagini, ma farebbero bene a guardarsi le spalle perché la rimonta dei maschi è già cominciata: gli uomini possono contare sul 45,9% di citazioni nei testi e sul 36,1% di presenze nelle foto. Sono ben lontani, cioè, dall’“annullamento simbolico” sperimentato dalle donne negli altri settori.
Ma c’è dell’altro. Ferma restando la supremazia maschile sia nei testi che nelle immagini, se guardiamo esclusivamente alla presenza femminile nelle notizie ci accorgiamo che le donne sono più guardate che ascoltate, finiscono cioè più probabilmente in una foto che in un articolo. Torna così il peggiore incubo delle femministe: le donne interessano per il loro volto e per il loro corpo, più che per la loro opinione. Vale per tutte le categorie tranne che per la politica. Solamente in questo caso la presenza delle donne nel testo supera quella nelle immagini.

È LA STAMPA, BELLEZZA
A questo punto dobbiamo fare una precisazione: qui non si sta parlando di giornali locali, di testate più o meno conosciute, di quotidiani o settimanali sfogliati da una manciata di lettori, ma del gotha del giornalismo mondiale.
L’elenco delle fonti analizzate nella ricerca parla da solo: The Guardian, New York Times, Reuters, Forbes, USA Today, New York Post, CNN, Washington Post, Fox News solo per citarne alcune.
I 2 milioni e 353mila articoli scandagliati in sei mesi dai cervelli elettronici dell’Università di Bristol provengono da 950 testate giornalistiche di questo calibro. Grazie ai dati estrapolati dai software abbiamo la classifica delle fonti di informazione più sbilanciate: al vertice c’è Forbes, dove la probabilità di trovare nomi maschili tra le righe degli articoli è dell’81%, seguito dalla BBC con l’80,9% di presenza maschile nelle news. A Fox News va invece il primato per la sproporzione nella scelta delle immagini: il 76,5% delle foto ritrae un uomo.
E se qualcuno sollevasse il legittimo sospetto che Forbes preferisce i maschi perché gli argomenti che tratta sono generalmente più “da uomini” che “da donne”, gli scienziati sono pronti a dimostrargli che si sbaglia.
Affinando i sistemi di intelligenza artificiale in modo da riuscire a ottenere i dati generali delle quote maschili e femminili nelle notizie divise per argomento, gli autori dello studio hanno constato che le scelte di Forbes non rispecchiano la media che ci si aspetterebbe. La rivista americana di economia supera del 5% la previsione sulla presenza maschile calcolata dai computer.
Come abbiamo detto il fenomeno non è una novità. I “sospetti” della sotto rappresentazione femminile nei media negli ultimi anni sono costantemente cresciuti. Se nel 2010 dall’analisi di 580 programmi televisivi emergeva che la maggior parte degli esperti chiamati in studio era di sesso maschile, altri studi più recenti  accendevano i riflettori sulla carta stampata dove gli uomini sembrano farla da padroni, firmando la maggior parte di articoli in cui finiscono per parlare di altri uomini che si occupano di cose che interessano sempre e solo gli uomini. Non si salva neanche Wikipedia. Passando al setaccio 124.824 voci, un gruppo di ricercatori ha notato che anche l’enciclopedia più consultata del Web usa due pesi e due misure. Questa volta le donne e gli uomini sono ugualmente presenti, hanno cioè lo stesso numero di pagine dedicate, ma ricevono un trattamento visibilmente diverso: le biografie femminili abbondano di notizie sulla famiglia e di aneddoti romantici, informazioni quasi assenti in quelle maschili. Sarà un caso?

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