Le storie che ispirano gli scienziati del futuro

Negli ultimi anni abbiamo visto la fantascienza cambiare. In film come Gravity, Interstellar e The Martian si raccontano storie di ricerca e sopravvivenza, dedicando molta cura alla verosimiglianza scientifica e celebrando l’intraprendenza dell’uomo che si spinge ad affrontare l’ignoto, armato della propria conoscenza.
Michele Bellone, 04 Dicembre 2015
Micron
Micron
Giornalista scientifico

Il futuro è un territorio singolare, un ecosistema altamente complesso i cui rapidi mutamenti sono spesso difficili da prevedere. Gli scenari che si profilano all’orizzonte – dal cambiamento climatico alla privacy dei dati, dall’esplosione demografica all’allungamento della vita – portano con sé una serie di conseguenze e di problematiche più o meno evidenti.
Tanti sono gli esperti che si avventurano nell’esplorazione di questo territorio per cercare di prevederne l’evoluzione e l’impatto sulla società: scienziati, politici, economisti, sociologi, filosofi, giornalisti.
Non ultimi fra questi esploratori sono i tanti scrittori, registi, sceneggiatori e disegnatori che hanno cercato di immaginare le possibili trasformazioni e derive cui potrebbe andare incontro il nostro mondo. Non è un caso, dunque, se le tante preoccupazioni per ciò che ci riserva l’immediato futuro abbiano condizionato l’immaginario fantascientifico degli ultimi decenni, caratterizzato da un pessimismo diffuso, quasi endemico.
Uno dei filoni più in voga è quello distopico, incentrato su società afflitte da sovrappopolazione e disuguaglianze sociali, dove la tecnologia spesso diventa uno strumento di controllo delle masse. Ben lontana dalla profondità di analisi di autori come George Orwell, Ray Bradbury, Philip Dick o William Gibson, solo per citarne alcuni, molta della fantascienza distopica odierna sembra essersi adagiata su facili semplificazioni narrative – complice anche il successo di film come Hunger Games e Divergent – pensate per un grande pubblico incline a preoccuparsi per il futuro.
Altro filone in buona salute è quello apocalittico e post-apocalittico. Disastri naturali, pandemie, guerre termonucleari, zombi o invasioni aliene: tutte minacce accomunate dal nostro bisogno di esorcizzare la paura per la catastrofe imminente.
Da questo trend si discostano le storie incentrate sull’esplorazione dello spazio che però, fino a qualche anno fa, sembravano uscite dai radar della fantascienza, salvo poche eccezioni.
Poi qualcosa è cambiato.
Se escludiamo un giocattolone di successo come Guardiani della galassia e l’imminente Episodio VII di Guerre Stellari – che i puristi considerano più un fantasy con astronavi che vera fantascienza – negli ultimi due anni sono usciti tre blockbuster ambientati nello spazio che si discostano dal resto della produzione fantascientifica recente, sia per i toni e le tematiche, sia per il loro rapporto con la scienza.
Gravity, Interstellar e The Martian raccontano storie di ricerca e sopravvivenza, dedicando molta cura alla verosimiglianza scientifica e celebrando l’intraprendenza dell’uomo che si spinge ad affrontare l’ignoto, armato della propria conoscenza. Scienza e tecnologia non sono più un potenziale mezzo di oppressione ma diventano lo strumento fondamentale per esplorare lo spazio e affrontarne i pericoli. Basti pensare a Mark Watneys, protagonista di The Martian, che fa appello alle proprie conoscenze per sopravvivere su Marte, coltivando patate e cercando un modo per farsi salvare. Non a caso, questi film sono stati realizzati in collaborazione con consulenti scientifici di primo piano.
Interstellar ha colpito tutti per la rappresentazione di un buco nero, tanto spettacolare quanto, a detta di molti, piuttosto verosimile dal punto di vista scientifico. Merito di Kip Thorne, astrofisico di fama mondiale che ha collaborato con il regista Christopher Nolan. Thorne ha anche pubblicato un libro, The science of Interstellar, nel quale sviscera molti dettagli relativi agli scenari geologici, astrofisici e cosmologici del film, distinguendo fra fatti e congetture, e spiegando in quali occasioni l’accuratezza scientifica ha dovuto cedere terreno di fronte alle necessità del racconto.
Per non parlare del ruolo giocato dalla NASA nella realizzazione di The Martian. L’ente spaziale americano ha collaborato attivamente con Ridley Scott nella fase di documentazione, nello sviluppo delle strutture e delle interfacce degli astronauti – cercando di immaginare come saranno fra qualche decennio, epoca in cui è ambientato il film – e nella promozione di quella che Matt Damon e lo sceneggiatore Drew Goddard hanno definito “una lettera d’amore per la scienza”. Pubblicità per il film, ma anche per la NASA stessa, sempre molto attenta alla sua immagine e alla comunicazione.
Film come questi arrivano in un momento di forte impatto mediatico delle esplorazioni spaziali. Le peripezie del lander Philae, che nel novembre 2014 è stato il primo manufatto umano ad atterrare sul nucleo di una cometa, hanno avuto un tale successo da spingere l’ESA ad attivare un profilo Twitter per la sonda, diventata un personaggio acclamato sui social network. Così come grande clamore hanno suscitato i recenti annunci della NASA sulla scoperta delle prove dell’esistenza di acqua su Marte.
In questo contesto, film come Gravity, Interstellar e The Martianparlano di uomini che grazie al loro ingegno, al loro spirito di intraprendenza e alle loro conoscenze scientifiche sopravvivono e progrediscono. Non sono soltanto storie ispirate dalla scienza ma possono a loro volta diventare fonti di ispirazione per futuri scienziati. “Fin dall’inizio credevamo fosse il momento di indurre una nuova generazione a tornare a guardare verso le stelle”, aveva dichiarato Christopher Nolan alla BBC, parlando del suo film. “Speravamo che raccontare la scienza, facendola diventare qualcosa che potesse intrattenere anche i più giovani, potesse ispirare qualcuno a diventare uno degli astronauti del domani. Questo sarebbe l’obiettivo finale del progetto”.
Parole che devono aver suscitato l’approvazione di Neal Stephenson, scrittore di fantascienza e curatore di Hieroglyph, un’antologia di racconti di fantascienza incentrati su una visione tecno-ottimista del futuro. Una visione di cui, secondo Stephenson, abbiamo bisogno per uscire dalla stagnazione e dalla paura per il futuro nella quale ci troviamo ora.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X