L’era dell’Antropocene

Databile all’inizio della rivoluzione industriale, l’Antropocene è quel periodo storico in cui l’impronta umana inizia a competere sull’ambiente globale con alcune grandi forze della natura e l’umanità stessa diventa un marcatore geologico. Il risultato è che buona parte della superficie terrestre sarà interessata a condizioni climatiche mai conosciute prima dagli organismi viventi. Esiste la possibilità che il tempo per cambiare rotta, come sostengono i più pessimisti, sia già scaduto e che l’Antropocene rappresenti per il genere umano ciò che fu il Cretaceo per il 76% delle specie viventi.
05 Gennaio 2021



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La storia della Terra inizia circa 4,5 miliardi di anni fa, ma solo dopo 2,6 milioni di anni, in Africa, si ha la comparsa del genere Homo habilis. Se consideriamo 24 ore la storia geologica del pianeta, quindi, questa specie occupa l’ultimo minuto. È con Homo sapiens, 200.000 anni fa, che iniziò per la Terra una nuova era. Un tempo infinitesimale ma, come vedremo, sufficiente a determinare uno sconvolgimento del globo.

All’inizio l’umanità è vissuta adattandosi alle ragioni del pianeta: alle stagioni, ai cambiamenti climatici dovuti a cause naturali, alle variazioni biologiche. I disequilibri iniziarono con la nascita dell’agricoltura quando, circa 11.000 anni fa, l’uomo cominciò a manipolare il proprio habitat e a modificare i lineamenti del territorio. Il passaggio da raccoglitore/cacciatore a coltivatore/allevatore, determinò, infatti, anche una rivoluzione urbanistica e accrebbe le esigenze della specie umana: 6.000 anni fa nacquero in Medioriente le prime città, a corollario delle grandi trasformazioni geografiche, economiche e sociali della regione. Ciò determinò un forte incremento demografico e un esteso sistema infrastrutturale. Tutto questo fu il frutto dell’intervento umano sul territorio e, in particolare, della regimazione e dello sfruttamento dei grandi fiumi: il Nilo in Egitto, il Tigri e l’Eufrate in Mesopotamia. 

Illustrazioni Francesco Montesanti

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Il massimo livello di squilibrio tra uomo e natura, comunque, si raggiungerà con la rivoluzione industriale iniziata nella seconda metà del XVIII secolo con il passaggio dall’uso delle energie rinnovabili alle fonti fossili. Una rivoluzione che cambierà il nostro modo di vivere e di produrre recando grandi benefici alla collettività, ma incrementando al contempo anche un consumo spropositato delle risorse naturali che erano state accumulate sulla Terra da milioni di anni. 

Illustrazioni Francesco Montesanti

Da ciò deriverà l’eccesso di gas serra che contribuirà in maniera determinante ai cambiamenti del clima. La composizione dell’aria contenuta nei ghiacci ci mostra dà una prova di come, dall’invenzione della macchina a vapore, l’uomo abbia modificato profondamente il pianeta. Dal 1750 il metano in atmosfera è aumentato del 150%, il protossido di azoto del 62% mentre l’anidride carbonica, aumentata del 43%, è passata come concentrazione da 280 a 410 ppm, un livello mai raggiunto in tre milioni di anni. 

Illustrazioni Francesco Montesanti

A metà dell’Ottocento il termometro era già salito di 0,8 °C; oggi l’Ipcc prevede tra 1,2 e 6 °C l’incremento di temperatura per la fine del XXI secolo. Un riscaldamento dell’atmosfera le cui conseguenze si stanno manifestando in termini di ritiro dei ghiacci, aumento degli eventi atmosferici estremi, crescita del livello dei mari, impatto sugli ecosistemi e perdita di biodiversità, diffusione di malattie, desertificazione. 

Illustrazioni Francesco Montesanti

 

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A questa nuova fase dello sviluppo umano sono state attribuite molte definizioni. La più popolare si deve al premio Nobel per la chimica dell’atmosfera Paul Crutzen e prende il nome di Antropocene.
Databile all’inizio della rivoluzione industriale, l’Antropocene è quel periodo storico in cui l’impronta umana inizia a competere sull’ambiente globale con alcune grandi forze della natura e l’umanità stessa diventa un marcatore geologico. Il risultato è che buona parte della superficie terrestre sarà interessata a condizioni climatiche mai conosciute prima dagli organismi viventi. 

Esiste la possibilità che il tempo per cambiare rotta, come sostengono i più pessimisti, sia già scaduto e che l’Antropocene rappresenti per il genere umano ciò che fu il Cretaceo per il 76% delle specie viventi. Probabilmente non faremo la fine dei dinosauri, ma dovremo reinventarci la vita e, soprattutto, un nuovo modello di sviluppo che almeno questa volta risulti compatibile con il futuro del pianeta.

Illustrazioni Francesco Montesanti

 

 

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