Lise chi?

Per Pagine di Scienza ripercorriamo la storia di Lise Meitner. Una vita straordinaria, contraddistinta dal successo dell’intelligenza e dalla determinazione. Quella di Lise è però una storia di doppia discriminazione: di genere e di razza che troppe volte è stata dimenticata.
Pietro Greco, 23 Marzo 2020
Micron

Hiroshima, Giappone, 6 agosto 1945. Una bomba col cuore di uranio esplode sulla città giapponese e in un attimo la distrugge, mietendo decine di migliaia di vittime. È iniziata l’era delle armi nucleari.
Dalecarlia, Svezia, 7 agosto 1945. Lise Meitner viene svegliata da una telefonata. È il centralino dell’albergo dove risiede nel corso delle vacanze estive. C’è un giornalista dell’Expressen di Stoccolma che chiede di lei, le dicono dalla reception «Frau Meitner – le annuncia con voce trafelata il reporter – una bomba all’uranio è scoppiata in Giappone sulla città di Hiroshima. Dicono che ha avuto una forza esplosiva equivalente a 20.000 tonnellate di petrolio. Lei ne sa qualcosa?».
Lisa scopre presto che il giornalista, come spesso capita, ha commesso un errore materiale. La capacità esplosiva della bomba all’uranio che ha distrutto Hiroshima è pari a 20.000 tonnellate di tritolo, non di petrolio. Ma intanto prende tempo. «Mi richiami». Non ne sa nulla.
Cosa è successo? Come è potuto succedere? Io che c’entro?  Le domande e i ricordi si affastellano nella testa di Fräulein (Lise non è sposata) Meitner senza trovare risposta. Meglio uscire, prendere aria, passeggiare. Così l’ormai anziana donna (67 anni) esce dall’albergo, respira a pieni polmoni l’aria ormai fresca dell’estate che in Svezia ormai volge al termine e cammina per ore, senza venirne a capo. Quando rientra, trova ad attenderla il redattore di un giornale locale e una lunga lista di persone che l’hanno cercata al telefono. Tutti vogliono sapere. Cosa è successo? Lei ne sa qualcosa?
Il numero dei richiedenti cresce nei giorni successivi, fino a diventare una valanga. Una valanga che frana il giorno in cui l’Expressen pubblica in prima pagina un articolo intitolato Flyende Judinna: l’ebra fuggitiva. C’è scritto, né più e né meno che lei, Lise Meitner, è fuggita dalla Germania di Hitler per portare in occidente il segreto della “bomba”. È lei, Lise Meitner, la «madre della bomba» esplosa a Hiroshima e poi ancora, il successivo 9 agosto, a Nagasaki.

LA MADRE DELLA BOMBA?
La notizia è di quelle che oggi definiamo virali. In poche ore dalla lontana Svezia si diffonde in tutto il mondo. Per mesi sarà un mantra planetario: Lise Meitner, la madre ebrea della bomba. In quei minuti, in quei mesi dopo la mattina del 7 agosto, Fräulein Lise scopre le logiche per nulla lineari del giornalismo e i meccanismi infernali della comunicazione di massa. «Io non c’entro nulla. Anzi, ho rifiutato di partecipare al progetto per costruirla. Perché vogliono farmi passare per la madre della bomba?», chiede sia in privato a sé stessa sia, inutilmente, in pubblico.
È il sarcasmo tragico della storia. Anzi, un doppio sarcasmo. Visto che molti suoi colleghi scienziati non vogliono riconoscerle il ruolo decisivo che ha avuto, meno di sette anni prima, nella scoperta della fissione dell’atomo – non solo la teoria ma anche il nome sono suoi – che è alla base della costruzione della bomba all’uranio (quella esplosa a Hiroshima) e al plutonio (quella esplosa a Nagasaki). E visto che pochi sanno e ora nessuno le riconosce che, su esplicito invito del nipote, Otto Frisch, lei ha detto “no alla bomba” – è tra i pochissimi che, richiesti, hanno detto no – e si è rifiutata di partecipare al progetto che ha portato alle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki. Un pensiero amaro le frulla continuamente per la testa: rifiutano di riconoscermi per quella che sono, “la madre della fissione”, e vogliono farmi passare per quella che ho esplicitamente rifiutato di essere, la “madre della bomba”.
I nostri lettori lo avranno intuito, Lise Meitner è di professione un fisico. È ebrea, ma di fede protestante, ed è nata a Vienna il 7 novembre 1878. Dei suoi 67 anni, una quarantina abbondante li ha dedicati alla fisica. È, con Marie Curie e con la figlia Irène Curie, una delle pochissime donne ammesse nel “collegio invisibile” dei grandi della fisica mondiale. È stata proposta dieci volte per il Nobel. È tra i maggiori esperti al mondo di fisica del nucleo atomico. Ha diretto per anni la Sezione di Fisica di quell’Istituto di Chimica di Berlino Dahlem dove, nel dicembre 1938, è stata fisicamente ottenuta e in parte riconosciuta la fissione dell’atomo di uranio.

DA VIENNA A BERLINO CON UNO SGUARDO A PARIGI
La sua è una storia, straordinaria, di successo dell’intelligenza e della determinazione. Ma anche una straordinaria storia di doppia discriminazione: di genere e di razza.
Questa storia di successo e di tenace lotta per battere la doppia discriminazione inizia nell’autunno 1901, quando Lise Meitner, a 23 anni, riesce finalmente a inseguire la sua passione per la matematica e la fisica e, con la benedizione del padre, un avvocato che si batte per i diritti civili, anche delle donne, riesce a iscriversi alla Facoltà di Scienze dell’Università di Vienna. È la prima donna a entrare in quella facoltà, nella storia semimillenaria dell’ateneo austriaco. Tra i suoi maestri c’è un grande della fisica di tutti i tempi: Ludwig Boltzmann.

Lise è anche la prima donna a laurearsi in fisica a Vienna e la prima a interessarsi dei nuovi fenomeni della radioattività. Ma per lei nella capitale dell’impero non ci sono grandi prospettive. Chiede cosi a Marie Curie – che merita il titolo di “madre della radioattività” – se può andare a Parigi a lavorare con lei. No, non c’è posto, è la risposta. A Vienna la ragazza ha modo di conoscere un altro dei titani della fisica del tempo, Max Planck, l’uomo che ha scoperto il quanto elementare d’azione. La ragazza chiede di poter seguire i suoi corsi, a Berlino. Ma a Berlino le donne non possono iscriversi all’università. Tutto quello che possono fare, ammesso che il docente lo consenta, è ascoltare le lezioni tenute da maschi per studenti maschi. Ma a te non servirebbe seguire le mie lezioni, le risponde gentile Planck: sei già laureata.

Lise è determinata. Mi serve per approfondire e tenermi aggiornata, risponde. Di fronte a una così forte volontà, Planck acconsente. E così nel 1907 Lise, ancora una volta con il consenso e i soldi del padre, lascia Vienna per Berlino. Studia e continua a occuparsi di radioattività. Entra a far parte del “giro di Planck”. È persino ammessa, unica donna, ai seminari che si tengono all’Istituto di Fisica dell’università. Ma non ha alcuna prospettiva di ricerca. Fino a quando non le presentano un giovane chimico, Otto Hahn, che ha i suoi stessi interessi: la radioattività.

I due iniziano a lavorare insieme, presso l’Istituto di Chimica dell’università. Ma c’è da superare un piccolo (si fa per dire) ostacolo. Le donne non possono fisicamente mettere piede nell’istituto di chimica, per cui i due vengono fatti accomodare in uno scantinato che ha un ingresso indipendente. Per andare in bagno, la ragazza deve chiedere gentilmente a un bar vicino. Non facciamola tanto lunga, nel corso di trent’anni la coppia si afferma come uno dei gruppi più esperti al mondo prima di radioattività, poi nello studio del nucleo atomico, tanto da essere candidati svariate volte al Nobel.

L’impresa maggiore prende però corpo solo alla metà del 1938, quando Lise Meitner progetta un esperimento per cercare di capire cosa succede davvero ai nuclei di uranio quando vengono bombardati con i “neutroni lenti” di Enrico Fermi. Ma, mentre si accingono a effettuarlo, quell’esperimento decisivo, Adolf Hitler si annette l’Austria e Lise, che aveva conservato la nazionalità austriaca e per questo aveva potuto continuare a lavorare a Berlino malgrado fosse ebrea, si ritrova tedesca, soggetta alle leggi tedesche e alle pratiche naziste. Insomma, deve riparare all’estero. Ci riesce, in maniera piuttosto rocambolesca, fuggendo prima in Olanda e poi in Svezia.

A Berlino intanto Otto Hahn e il giovane assistente di Lise, Fritz Strassmann, portano a termine l’esperimento progettato. E nel mese di dicembre 1938 ottengono dei risultati molto strani, difficili da spiegare. Uno dei prodotti di reazione, verifica Hahn, chimico di eccezionale talento, è il bario. Com’è possibile che l’uranio, numero atomico 92, si sia trasformato in bario, numero atomico 56?

È anche per chiedere lumi, che Otto Hahn da Berlino scrive a Lise Meitner, in Svezia. La donna sta passando le vacanze di Natale a Kungälv, un paesino sulla costa occidentale, dove è stata raggiunta dal nipote Otto Fischer, un fisico anche lui ebreo che ha riparato in Danimarca dove lavora con Niels Bohr, il grande teorico protagonista della rivoluzione quantistica. I due si mettono insieme e forniscono la spiegazione in punta di fisica degli strani risultati ottenuti da Hahn e Strassmann con l’esperimento progettato a Lise Meitner: l’atomo di uranio si è spaccato in due grossi frammenti (bario e kripton), liberando un bel po’ di energia.

La storia poi procede rapida. La comunità dei fisici in occidente scopre che con la fissione dell’uranio è possibile innescare una reazione nucleare a catena che produce una quantità così alta di energia da poter mettere a punto una bomba migliaia di volte più potente di quelle chimiche. La domanda è: e se Hitler si dota di una simile arma di distruzione di massa? La risposta quasi unanime, fatta propria anche dal pacifista Albert Einstein è: occorre dotare le nazioni libere della “bomba atomica” non perché la usino sul campo ma la brandiscano come deterrente contro un eventuale analoga arma in mano ai nazisti. Molti fisici dicono sì al progetto, compreso Otto Frisch che intanto è andato in Gran Bretagna. Otto chiede alla zia se vuole essere della partita. Ma Lise Meitner risponde di no: non posso partecipare alla realizzazione di un’arma di distruzione di massa. Tra i grandi fisici, solo il tedesco Max Born e l’italiano Franco Rasetti, fanno altrettanto. Ma il no etico dei primi due verrà spesso ricordato. Quello di Lise viene subito dimenticato.

L’esito del progetto lo abbiamo ricordato. Dopo Hiroshima e Nagasaki, Lise è sempre più convinta di aver fatto la scelta giusta. Di non aver partecipato alla costruzione della bomba. La rattrista però il fatto che la comunità scientifica attribuisca solo a Otto Hahn la scoperta della fissione e premi solo lui con il Nobel nel dicembre 1945. La rattrista ancor di più il fatto che l’amico Hahn giustifichi quella scelta: sono io che ho rilevato con la mia bravura da chimico il bario, scoprendo la fissione. Hahn dimentica che l’esperimento è stato progettato da Lise, che è stato realizzato senza di lei solo perché Lise è dovuta scappare dalla Germania per evitare di finire in un lager, e che inoltre è stata Lise, insieme al nipote, a spiegare cosa fisicamente era successo. Quel Nobel Lise lo meritava come e, forse, più dello stesso Hahn.

E ora ecco che l’Expressen di Stoccolma e mezzo mondo la considerano la “madre della bomba” che ha portato la morte a Hiroshima e Nagasaki. È un po’ come se i fratelli Wright, che hanno messo a punto il primo aereo, fossero considerati i “padri del bombardamento di Dresda”. No, non è giusto. Ma i fratelli Wright sono maschi. E lei, Lise Meitner, porta con sé un peccato originale che nessuno le perdona: è una donna.

 

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X