Lost in translation. Le sfide della produzione scientifica nell’epoca della globalizzazione

La questione dei diversi modi di esprimersi, che sono anche diversi modi di percepire e di conoscere la realtà, assume oggi un’importanza capitale anche in relazione alla produzione scientifica. E questo per due motivi. Il primo riguarda la comunicazione all’interno delle équipe di ricerca, che sono sempre più internazionali. Il secondo riguarda la produzione scientifica vera e propria, che oggi come mai prima d’ora si rivolge, a un contesto largamente internazionale e a una comunità scientifica anch’essa fortemente internazionalizzata.
Irene Sartoretti, 12 Agosto 2016
Micron
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Architetta e sociologa

ualche anno fa ho seguito un corso sui metodi della ricerca sociologica qualitativa cui partecipavano giovani ricercatori e studenti di dottorato, come me all’epoca, provenienti da Paesi diversi, sia europei che extra-europei. La parte finale del corso era dedicata al modo in cui presentare i risultati della propria ricerca.
L’ultima diapositiva aveva un titolo che suonava più o meno così “Per i ricercatori italiani, spagnoli e di Paesi di lingua neolatina”. Al titolo seguiva una lista di consigli da seguire per aumentare le chance di essere pubblicati su riviste statunitensi con un alto ranking.
Veniva in sostanza sconsigliato di usare un linguaggio verboso, allusivo più che diretto, nonché carico di elementi impliciti, favoriti dall’uso di frasi particolarmente lunghe, ricche di incisi e subordinate.
Tutte caratteristiche che evidentemente l’insegnante, forte di un’esperienza personale e di insegnamento largamente internazionale, aveva finito con l’associare al modo di scrivere tipico delle persone di lingua neolatina. Venivano poi aggiunti altri consigli sulla struttura argomentativa da dare al testo, sempre riferiti ai ricercatori della medesima provenienza linguistica.
L’aneddoto non è così anodino se lo si lega ad alcune considerazioni.
La prima è che il linguaggio non solo riflette un diverso modo di comunicare, ma una diversa maniera di percepire e di conoscere la realtà, che è inscritta in una determinata cultura (Foucault 1965, Eco 1976).
La seconda considerazione, in parte legata alla prima, è che la ricerca scientifica può essere considerata, in alcuni suoi aspetti, come una costruzione sociale, ossia qualcosa che va ricondotto alle circostanze storiche in cui è prodotta. Senza sconfinare pericolosamente nel relativismo, che toglie alla conoscenza scientifica ogni possibile valore assoluto, va detto che la produzione scientifica si fonda su un sistema di convenzioni altamente elaborate, imbevute dello spirito del proprio tempo e di un certo clima sociale, ideologico ed economico che ne orienta temi, approcci, valori e forme del discorso. E ciò riguarda maggiormente la ricerca in scienze umane e sociali, non a caso definite come scienze morbide.
La questione dei diversi modi di esprimersi, che sono anche diversi modi di percepire e di conoscere la realtà, assume oggi un’importanza capitale in relazione alla produzione scientifica.
E questo per due motivi. Il primo riguarda la comunicazione all’interno delle équipe di ricerca, che sono sempre più internazionali.
Il secondo riguarda la produzione scientifica vera e propria, che oggi come mai prima d’ora si rivolge, nel caso di un numero sempre più crescente di ricercatori, a un contesto largamente internazionale e a una comunità scientifica anch’essa fortemente internazionalizzata. Il fiorire di testi che insegnano ai manager come gestire le problematiche derivanti da equipe di lavoro multiculturali è una significativa testimonianza riguardo l’interesse del tema. Così come il fatto che i canoni per una buona produzione scientifica possono subire variazioni da un contesto nazionale all’altro rappresenta uno scoglio per i ricercatori.
E ciò, a mio avviso, spiega perché alcuni ricercatori che all’interno del proprio contesto nazionale godono di un grande riconoscimento fatichino a trovare spazio in altri contesti.
Erin Meyer, esperta di management interculturale, mette brillantemente in luce alcune differenze culturali nella comunicazione, considerandole per quanto riguarda il rapporto che intessono con il relativo sistema percettivo e cognitivo della realtà. In un brano dal titolo When Philosophy Meets Business, l’autrice spiega come i diversi sistemi di apprendimento, riferiti a contesti nazionali diversi, influenzino la vita intellettuale e in particolare la produzione scientifica. Nello specifico mostra come le radici filosofiche su cui si fonda una cultura abbiano delle ripercussioni importanti nel modo di analizzare la realtà (2014, cap.3).
Semplificando, il sistema anglosassone si distingue per essere debitore di due figure principali, quella di Ruggero prima e di Francesco Bacone poi. I due filosofi hanno diffuso un metodo di apprendimento e di produzione scientifica basato essenzialmente sull’induzione. Si tratta di un procedimento che, a partire dai casi particolari, stabilisce una legge universale.
L’Europa continentale è invece largamente debitrice del pensiero di Cartesio. Si tratta di un pensiero che, all’opposto, accorda primaria importanza al metodo deduttivo, ossia a un procedimento razionale che parte dalla formulazione di ipotesi generali, di postulati e principi primi per poi scendere, attraverso un sistema di concatenazioni logiche, fino al caso particolare. Quest’ultimo ha il compito di dimostrare l’ipotesi generale o, al contrario, di smentirla. In seconda battuta, l’Europa Continentale è debitrice della dialettica hegeliana.
Questa rappresenta uno specifico modello di deduzione che inizia con una tesi cui viene opposta un’antitesi, ossia un argomento contrario al primo, e che si chiude con la riconciliazione operata attraverso una sintesi.
Per Meyer il diverso approccio alla realtà lo si ritrova in modo esemplificativo nei due diversi sistemi legali, quello anglosassone, fondato sulla common law, e quello Europeo, che trae invece le sue origini dal codice romano prima e da quello napoleonico poi. Nel primo sistema, ogni caso di giudizio funge da precedente per i casi successivi, secondo una logica cumulativa.
Nel secondo, al contrario, un principio generale viene declinato caso per caso.
Il diverso tipo di impostazione è riscontrabile anche nella costruzione dell’argomentazione, e mi riferisco qui al caso particolare delle scienze umane e sociali, che sono quelle che conosco più da vicino. Il metodo induttivo parte dal fatto specifico e, solo in un secondo momento, perviene a un’esplicazione più generale. In genere privilegia un’esposizione dal taglio pratico, semplice e concreto.
Ogni capitolo e ogni paragrafo si aprono con l’annunciazione di ciò che verrà mostrato e si chiudono con un riassunto di quanto detto. Il metodo deduttivo, al contrario, si fonda sull’argomentazione teorica come elemento primo del ragionamento. Solo successivamente si passa ai singoli casi, in modo che questi risultino come declinazione particolare del principio generale.
Un’altra differenza nella costruzione dell’argomentazione risiede nel livello di esplicitazione dell’informazione veicolata. Anche qui possiamo individuare un modello tipicamente utilizzato nel mondo anglosassone, statunitense in particolare, in cui ci troviamo di fronte a quella che è un’informazione estremamente semplice, chiara, il più possibile esplicita e la cui prima preoccupazione è quella di ridurre ogni possibile ambiguità, anche a rischio che in alcuni punti il discorso possa risultare ovvio.
E non a caso è proprio nel contesto statunitense che la filosofia analitica del linguaggio, che vede in Wittgenstein il proprio padre, sia stata maggiormente ripresa e abbia conosciuto il massimo del suo sviluppo. Nel secondo caso ci troviamo invece di fronte a un’informazione veicolata in modo estremamente sofisticato, ricco di nuance e capace di svilupparsi su molteplici livelli che richiedono necessariamente che una parte del discorso resti implicita, sottintesa. In taluni casi ciò può portare a un’informazione che si presta a interpretazioni piuttosto libere, come avviene per la cosiddetta corrente postmoderna della filosofia.
L’antropologo Edward Hall riconduce lo stile di comunicazione estremamente semplice, chiaro e votato alla massima disambiguazione possibile del senso a un contesto, come quello statunitense, caratterizzato fin dalle sue origini da un melange di persone dalle storie, dalle lingue e dal background completamente differente.
In assenza di elementi condivisi era dunque importante, per Hall, che il messaggio fosse il più evidente e il più semplice possibile (1976).
È chiaro poi che la realtà non si presenta in modo così estremo, ma si situa in maniera più ambigua e carica di sfumature nella distanza fra questi due poli opposti dell’interpretare e del comunicare la realtà. Nell’attuale contesto di globalizzazione della produzione scientifica, gli autori che si occupano di inter-cultura sottolineano però l’importanza di essere consapevoli di queste differenze, sia per divenire maggiormente efficienti e competitivi, sia per instaurare buoni rapporti di cooperazione all’interno di team multiculturali.
Ma soprattutto per non risultare lost in translation nel caso in cui si comunichi, in via orale o per iscritto, utilizzando una lingua comune.

Per approfondire:
– Eco, U. (1975), Trattato di Semiotica Generale, Milano, Bompiani
– Foucault, M. (1966), Les mots et les choses, trad.it (1968) Le parole e le cose, Milano, Rizzoli.
– Hall, T. E. (1976), Beyond Culture, Anchor Press/Doubleday, Garden City (NY).
– Meyer, E. (2014), The Culture Map, Breaking through the Invisible Boundaries of Global Business, New York, Public Affairs.

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