Manipolazioni social nella corsa alla Casa Bianca

Il fatidico 3 novembre è arrivato, il giorno delle presidenziali USA. Hanno già votato in quasi 100 milioni: due terzi del totale del 2016 ma se negli ultimi mesi un cittadino statunitense si è informato sulla politica leggendo i social network, potrebbe fondare la propria scelta elettorale su un’immagine distorta - e priva di fondamento - della realtà. A dirlo è uno studio appena pubblicato, che rivela che in occasione di queste presidenziali il dibattito in rete è stato drogato da notizie e account falsi. Emilio Ferrara, autore dello studio e professore presso la University of Southern California, riassume in due parole che cosa si sono trovati di fronte gli scienziati quando hanno analizzato il mare magnum di conversazioni a tema elettorale su Twitter: “Automazione e distorsione”.
Viola Bachini, 03 Novembre 2020
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Se negli ultimi mesi un cittadino statunitense si è informato sulla politica leggendo i social network, potrebbe fondare la propria scelta elettorale su un’immagine distorta – e priva di fondamento – della realtà. A dirlo è uno studio appena pubblicato, che rivela che in occasione di queste presidenziali il dibattito in rete è stato drogato da notizie e account falsi. Era già successo nel 2016 (quando inchieste giornalistiche e delle autorità portarono alla luce il caso della “fabbrica di troll” russa) e ancora durante la campagna delle elezioni di midterm del 2018.
Emilio Ferrara, autore dello studio e professore presso la University of Southern California, riassume in due parole che cosa si sono trovati di fronte gli scienziati quando hanno analizzato il mare magnum di conversazioni a tema elettorale su Twitter: “Automazione e distorsione”.

DIETRO LO SCHERMO, L’ALGORITMO
Sui social, mai dare per scontato che lo sconosciuto con cui si sta interagendo sia una persona in carne e ossa. Sono infatti sempre più numerosi i profili falsi automatici (in gergo tecnico “bot”), dove un algoritmo è programmato per controllare tutte le attività dell’account. Il robot scrive frasi, condivide post e mette “mi piace” alle foto degli altri. Insomma, fa di tutto per far sì che gli altri utenti (umani) non nutrano sospetti sulla sua natura artificiale.

In ambito politico i bot sono utilizzati in modo massiccio per amplificare messaggi. Trattandosi di programmi automatici, possono postare la stessa frase centinaia di volte nell’arco di una giornata, agendo singolarmente o in squadre coordinate. Nel 2016, quando la sfida si giocava tra Clinton e Trump, un vero e proprio esercito di bot made in Russia avrebbe lavorato incessantemente per mesi con il preciso scopo di indebolire la prima e far vincere il secondo.

A quattro anni di distanza, saltano fuori nuovi tentativi di influenzare le opinioni degli americani da parte di governi stranieri, per la precisione Arabia Saudita, Cina, Russia, Turchia Honduras, Indonesia, Nigeria e Ghana. I bot si sono infiltrati nelle conversazioni sui temi connessi con la campagna elettorale, come per esempio il dibattito nato intorno al movimento black lives matter.

COMPLOTTO!
A completare il quadro, c’è poi il fatto che a essere falsi sono anche i contenuti dei post. I ricercatori si sono accorti che nel dibattito pubblico sulle elezioni sono entrati anche post a sfondo complottista. Storie false basate su voci, leggende metropolitane o informazioni non verificabili, che a un certo punto compaiono sui social e vengono condivise da un numero sempre crescente di persone, che credono che ciò che hanno appena letto sia vero.

“Abbiamo distinto tre tipi di teorie cospirazioniste presenti nelle discussioni politiche: QAnon, -gate, Covid19”, racconta Ferrara. La prima è una pseudo-religione che sostiene che Trump sarebbe in lotta contro i poteri occulti che vogliono dominare il mondo. Con il suffisso -gate i ricercatori intendono una serie di finti scandali, tra cui il pizzagate, secondo il quale personalità politiche USA e diversi ristoranti statunitensi sarebbero legati a traffici di esseri umani e abusi di minori. Infine, ci sono anche i complotti che riguardano la pandemia in atto, dalla presunta genesi artificiale del virus alle trame su farmaci e vaccini. “Le false narrazioni circolano sui social grazie alle persone e ai bot”, spiega Ferrara. Tra gli umani, la maggior parte di chi condivide post di questo genere è politicamente schierato a destra (anche se sono presenti complottisti social tra le fila di tutti gli schieramenti).

Quando ci sono in gioco le teorie cospirazioniste, un ruolo importante lo giocano i bot. Una notizia verificata ottiene in genere un 5% di retweet da parte di bot, ma la percentuale sale al 13% in caso di teorie del complotto. “I bot compaiono in tutte le posizioni politiche, specialmente in quelle polarizzate”. Questo è normale, perché chi programma questi algoritmi lo fa con lo scopo di coinvolgere utenti e scatenare discussioni infuocate.

L’IMPATTO
Questa non è un’elezione come le altre. In piena propaganda, la pandemia ha cambiato le carte sul tavolo, ma non è facile dire quanto e come il Covid abbia impattato sul voto.
Lo stesso vale per bot, fake news e dintorni. Chi mastica di campagne elettorali sa bene che scindere una sola variabile è impossibile, di conseguenza nessuno potrà mai misurare quanti voti si spostano grazie ai social e alla disinformazione che circola lì sopra. Uno studio della Duke University qualche tempo fa aveva concluso che gli effetti della propaganda social sono tutto sommato modesti, ma aveva attirato diverse critiche dagli studiosi dell’ambito, che avevano rilevato alcuni limiti nell’esperimento.

Il fatto che teorie strampalate come QAnon siano arrivate in TV e sui giornali blasonati (che si sono sentiti in dovere, visto che tutti ne parlavano, almeno di spiegare in che cosa consistono e come sono nate) la dice lunga sull’eco che possono avere i social al di fuori delle piattaforme stesse.

È anche per questo che Ferrara e colleghi pressano le Big Tech affinché cedano dati utili per poter approfondire le loro ricerche: “Di recente Twitter è riuscita a limitare la circolazione di teorie cospirazioniste, ma per fermare la marea servono maggiori sforzi condivisi”, conclude.

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