Margaret Rossiter e l’“Effetto Matilda”

“Effetto Matilda” è la famosa espressione utilizzata dalla storica della scienza Margaret W. Rossiter per indicare il pregiudizio verso il riconoscimento dei contributi delle donne alla ricerca scientifica. Partendo da questa vicenda, con questa nuova rubrica vogliamo raccontare storie di gender-gap, di donne che lavorano nel mondo dell’innovazione, della scienza e della ricerca, di menti brillanti che ancora fronteggiano ostacoli legati al proprio sesso o alla propria sessualità.
Valentina Spasaro, 11 Febbraio 2019
Micron

1993. Federico Fellini ritira l’Oscar alla carriera. Il 7 ottobre ad Altamura, in Puglia, vengono ritrovati i resti di quello che verrà chiamato volgarmente l’Uomo di Altamura, unico esemplare di Homo Arcaicus. Il Bloque de Búsqueda, unità istituita appositamente per catturare Pablo Escobar, riesce a scovare e uccidere il narcotrafficante colombiano ad un anno dalla sua fuga dalla prigione de La Catedral.
Quello che non troverete facilmente citato tra gli avvenimenti più importanti del 1993 è ciò che è legato alla figura della storica della scienza Margaret W. Rossiter, che in questo anno è la prima a descrivere il ‘Matilda effect’. Il nome dell’effetto deriva da Matilda Joslyn Gage, attivista statunitense del XIX secolo, che spese la sua intera vita battendosi per un sempre maggiore riconoscimento del naturale diritto della donna all’autogoverno e in particolar modo per il suffragio femminile.
Nel suo saggio Woman As Inventor, pubblicato nel 1870 sul North American Review, la Gage, con una scrittura estremamente lucida, ripercorre la storia nascosta dell’inventiva femminile e di come diverse scoperte scientifiche ed invenzioni fossero il risultato del lavoro intellettuale di donne rimaste nell’anonimato. Complice una situazione politico-sociale che non annoverava la valutazione dei diritti femminili tra le priorità. L’“effetto Matilda”, come descritto dalla Rossiter, è il pregiudizio contro il riconoscimento dei contributi delle donne alla ricerca scientifica ed è spesso collegato a due tipi di fenomeni: l’attribuzione del lavoro di una donna ai colleghi uomini e il minor numero di citazioni ricevute da lavori realizzati da scienziate rispetto ad analoghi lavori realizzati dai colleghi uomini (per sostenere questa tesi la Rossiter analizza oltre 1.000 articoli pubblicati nel periodo tra il 1991 e il 2005 su diverse riviste scientifiche).
Durante la sua borsa di studio al Charles Warren Center, Margaret inizia a concentrarsi su centinaia di storie di donne della scienza americana quando, mentre approfondiva le sue ricerche per un post-doc, si imbatte nell’American Men of Science – ora American Men and Women of Science – una raccolta di biografie sui principali scienziati del Nuovo continente. Dentro trova circa 500 “biografie nascoste” di scienziate e, contestualmente al loro studio, nascerà Women scientists in America before 1920 che verrà pubblicato sulla rivista American Scientist dopo essere stato rifiutato da Science e Scientific America.
L’opera viene accolta tiepidamente. Nel 1982, dopo aver pubblicato il suo primo volume Women Scientists in America, Struggles and Strategies to 1940, alla Rossiter viene chiesto di gestire il programma della National Science Foundation (NSF) sulla storia e la filosofia della scienza. Margaret accetterà e successivamente farà richiesta per la NSF’S Visiting Professorships for Women program, spostandosi così alla Cornell University per i seguenti due anni. La Cornell accetta di prolungare il lavoro di Margaret per altri tre anni ma con la condizione di dividere i fondi destinati alla sua ricerca tra tre dipartimenti: women’s studies, agricoltura e storia. In più occasioni la Rossiter commenterà questo periodo così: “Mi sento come un disco da 78 giri in un mondo di 33 giri”.
Dagli anni ’80 Margaret Rossiter, per comprendere la massa delle statistiche sulle donne nella scienza, si è soffermata sul concetto cruciale di hierarchical segregation, segregazione gerarchica. Tale fenomeno ha come conseguenza il proporzionale diminuire di volti femminili all’aumento del grado di potere e responsabilità che si acquista in una determinata carriera, soprattutto nell’ambiente scientifico. Le scienziate soffrono dinamiche di segregazione di genere che determinano una maggiore invisibilità femminile nei contesti lavorativi, specialmente quelli scientifici.
Secondo i dati dell’UNESCO Institute for Statistics (UIS), meno del 30% dei ricercatori mondiali sono donne.
Superare, diminuire, contrastare il gender gap, sono azioni che devono oltrepassare le cifre allarmanti e indagare gli elementi di merito che distolgono l’attenzione delle donne dall’intraprendere carriere in scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (STEM). Per questo motivo l’UIS sta sviluppando una serie di nuovi indicatori per comprendere le dinamiche che determinano le decisioni delle donne di perseguire carriere STEM. L’obiettivo è utilizzare questi dati a favore di politiche globali maggiormente inclusive, attraverso un nuovo progetto, noto come SAGA (STEM e Gender Advancement), finanziato dall’Agenzia svedese SIDA (International Development Cooperation Agency).
Nonostante siano numerosi gli studi che hanno rilevato una differenza notevole tra il basso numero di pubblicazioni ad opera di donne nei campi STEM (ne abbiamo parlato su micron qui) , il loro stipendio e il loro avanzamento di carriera rispetto a quello dei colleghi uomini, ci sono ancora pochissimi dati a livello internazionale che mostrano la portata di queste disparità. Attraverso SAGA, l’UIS sta lavorando per sviluppare un tool-kit che includa risorse metodologie, indicatori e quadri basati su standard internazionali, per produrre dati più precisi e fare un uso migliore delle informazioni esistenti.
Ad esempio, è stato sviluppato un sondaggio che indaga i driver e gli ostacoli a una carriera nel campo della scienza e dell’ingegneria. Confrontando le risposte per uomini e donne, i risultati mostreranno in quale misura le decisioni familiari, le considerazioni finanziarie, le culture sul posto di lavoro e la discriminazione possono dare forma alle rispettive carriere nei campi STEM.
Secondo il MIUR, nel 2016 in Italia le donne iscritte a corsi di laurea in ambito scientifico erano il 36,6%, numeri che seguono l’andamento mondiale. In controtendenza poche eccezioni, come l’America latina che nel 2015 registrava il 44% di donne attive nella ricerca.
Seguono le studentesse cinesi che nel 2016 erano per il 53% impegnate in un master e per il 39% in un dottorato. Escludendo queste mosche bianche, la media delle donne occupate nella ricerca è molto bassa. Le ricercatrici del Giappone, dell’Arabia saudita e dell’India sono meno del 15%, nell’Unione Europea solo il 33%. In Italia la percentuale di donne che esercitano professioni scientifiche è tra le più esigue dei paesi Ocse (31,7% contro il 68,9% degli uomini).

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