Migranti, da due milioni di anni

Le popolazioni umane migrano, per necessità o per scelta, da milioni di anni. È così che ci siamo evoluti. Homo sapiens ha conquistato una libertà di migrare che riguarda potenzialmente ogni individuo della specie, libertà affermata dalla Dichiarazione universale dei diritti umani firmata a Parigi il 10 dicembre 1948.
Telmo Pievani, 02 Giugno 2016
Micron
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Università degli studi di Padova

Fra oceani e terre emerse, le popolazioni biologiche si sono da sempre spostate, riposizionate, distribuite. È il “fiume della vita” descritto a metà Ottocento da Charles Darwin, già a suo tempo consapevole del fatto che la Terra è un pianeta in movimento e che le specie in tempi passati hanno migrato a causa del clima: «le migrazioni hanno avuto una parte importante nella prima comparsa di nuove forme in ogni area e in ogni formazione», scrive nell’Origine delle specie (p. 425)[1].
Nel capolavoro del naturalista inglese leggiamo che i cambiamenti di clima, in particolare le oscillazioni tra periodi glaciali e interglaciali, hanno alimentato continue migrazioni, tali da mescolare estesamente le flore e le faune su tutto il mondo. Le alternanze di caldo e freddo hanno infatti spostato le fasce di vegetazione e gli habitat, facendo convergere verso l’equatore ora le specie boreali ora quelle australi, e poi facendole ritirare di nuovo verso i poli. Le specie adattate al freddo, durante la ritirata, avranno cercato rifugio sulle catene montuose e questo spiega perché si trovano organismi simili alla sommità di zone di montagna lontanissime fra loro, dall’Asia alle Americhe. Una montagna è come un’isola sulla terraferma e conserva le tracce di antiche migrazioni.
Nel grande scenario geografico ed ecologico dell’evoluzione, la corrente della vita fluisce e rifluisce sulla superficie terrestre: «Il fiume della vita durante un periodo è fluito da nord e durante un altro da sud, per raggiungere in entrambi i casi l’equatore; … Come la marea lascia strati di detriti che raggiungono altezze maggiori sulle coste dove la marea è più alta, così la corrente della vita ha lasciato il suo deposito vivente sulle cime dei nostri monti» (p. 458).
Confermando questa “teoria della migrazione” darwiniana, oggi i paleontologi sanno che in ogni continente troviamo stratificazioni di faune e flore originarie (raramente sopravvissute fino al presente), poi troviamo i primi rappresentanti di migrazioni antichissime, poi altri immigrati successivi che estinguono i discendenti degli immigrati precedenti (nel frattempo naturalizzati in loco), poi nuovi invasori alloctoni, e così via. Chiunque pensi di essere il vero “nativo” di un luogo è allertato: basta andare indietro abbastanza nel tempo e c’è sempre qualcuno più nativo.
Per confutare la teoria dei “centri di creazione” speciali in ogni regione, Darwin dedicò anni di lavoro allo studio dei mezzi di dispersione e di trasporto di piante e animali, con esperimenti di ogni tipo a Down House, in particolare sulla resistenza di semi galleggianti e di uova di molluschi terrestri in acqua di mare. Voleva dimostrare la possibilità (non solo teorica, ma anche sperimentale) di ampie disseminazioni di specie simili (soprattutto piante, ma anche pesci e molluschi) in giro per il globo.

LA MIGRAZIONE COME ELEMENTO CARDINE DELL’EVOLUZIONE
La migrazione è quindi un fattore evolutivo fondamentale, da sempre. Migrando e colonizzando un altro luogo nascono per separazione geografica nuove specie. Ma migrando le popolazioni biologiche si rimescolano pure e così si rafforzano perché nuove varianti genetiche vengono introdotte (la “purezza” di una popolazione o di una razza è l’anticamera dell’estinzione). Sulla superficie instabile del nostro pianeta, tra incessanti cambiamenti climatici e continue oscillazioni tra periodi caldi e freddi, migrare è dunque una strategia essenziale di adattamento e di flessibilità. Gli animali migrano in modo irreversibile, cioè si spostano in una nuova regione senza più tornare indietro, oppure in modo ciclico e stagionale come accade in molte specie di uccelli e di pesci.
Da alcuni anni i paleoantropologi hanno scoperto che questo “fiume della vita” riguarda anche le specie ominine, in particolare quelle del genere Homo. La nascita stessa del nostro genere sembra coincidere con una mobilità inedita in Africa e poi fuori dall’Africa. Gruppi di Homo ergaster – con il loro corpo slanciato, ossa più leggere, pienamente bipedi, capacità cranica in crescita e una stabile tecnologia di lavorazione della pietra – iniziarono ad allargare continuativamente il loro areale geografico. Intorno a 1,8 milioni di anni fa li troviamo già in Georgia, nel sito di Dmanisi. Non era mai successo prima, almeno fino a prova contraria, che esseri umani arcaici di origine africana raggiungessero quelle vallate caucasiche, passando con ogni probabilità dal Corridoio del Levante, cioè la valle del Giordano. Avevano una tecnologia semplice, fattezze arcaiche, un cervello ancora ridotto, ed erano molto diversi da individuo a individuo. Eppure sono stati capaci di espandere fino alla Georgia il loro territorio: evidentemente non abbiamo dovuto attendere l’evoluzione di un grosso cervello per diventare esploratori.
In tempi così antichi non si trattava certo di “migrazioni” nel senso moderno del termine: non erano spostamenti intenzionali e organizzati di gruppi, ma graduali allargamenti delle zone di insediamento, che in alcuni casi seguivano direzioni geograficamente vincolate (soprattutto vallate fluviali e coste). Fotografando nei fossili un processo durato decine o centinaia di migliaia di anni, a noi adesso sembrano grandi migrazioni quando in realtà erano processi lenti. Il motore di questo fenomeno espansivo non è noto. E’ possibile che nuove capacità cognitive e di mappatura dello spazio esterno abbiano coinciso con nuove necessità di spostamento imposte dai cambiamenti climatici. Le migrazioni antiche coincidono infatti abbastanza nettamente con i periodi di inaridimento del continente africano e cominciano proprio con le irregolari oscillazioni di periodi glaciali e interglaciali. Siamo insomma i figli, migranti, dell’instabilità climatica del Pleistocene.
La prima Out of Africa è gigantesca: porta esseri umani pressoché ovunque nel Vecchio Mondo, dal Sudafrica al Caucaso, dalla penisola iberica alla Cina e a Giava. Terre molto diverse tra loro vengono attraversate. I gruppi si disperdono a tal punto da rendere fisicamente impossibile il rimescolamento genetico dei ceppi umani, che divergono sempre più e danno origine a nuove specie. Ancora una volta vediamo come la dispersione geografica sia foriera di diversità e capiamo perché il cespuglio filogenetico del genere Homosia così ricco di ramoscelli.
Con ogni probabilità una seconda espansione fuori dall’Africa ha poi disseminato in tutto il Vecchio Mondo i gruppi di un’altra specie umana, Homo heidelbergensis, intorno a 800-700mila anni fa, dividendo altri ceppi regionali che hanno dato origine a nuove specie, in particolare l’uomo di Neandertal in Europa e l’uomo di Denisova in Asia centrale. Quindi il fenomeno migratorio fuori dall’Africa è stato ripetuto e continuativo, non occasionale, portando a stratificazioni di popolamenti successivi (per esempio in Estremo Oriente), esattamente come previsto nello scenario del “fiume della vita” di Darwin.

OUT OF AFRICA
Questo schema migratorio permette anche di inquadrare meglio la posizione di Homo sapiens e le sue relazioni con altre specie umane. Homo sapiens fino a poche decine di migliaia di anni fa ha condiviso la Terra con almeno altre quattro forme umane, migrate anch’esse precedentemente fuori dall’Africa. Il fenomeno, inaspettato nei modelli in voga fino ad alcuni anni fa, è possibile perché anche noi siamo migranti africani. Ci separammo come specie autonoma in Africa intorno a 200mila anni fa e dopo alcune decine di migliaia di anni, forse già a partire da 130mila anni fa, cominciammo anche noi a uscire dall’Africa, a ondate successive. Si configura quindi una terza Out of Africa, con dinamiche di spostamento questa volta più veloci e complesse, ma pur sempre innescata da cambiamenti climatici in Africa. Le prime ondate di espansione in Asia sembrano non avere successo, anche se i dati genetici non sono ancora del tutto chiari, mentre i gruppi di Homo sapiens fuoriusciti più tardi, intorno a 70-60mila anni fa, non trovarono più ostacoli e si espansero indefinitamente, giungendo in tempi successivi anche nei “nuovi mondi” dell’Australia e delle Americhe.
Passarono lungo una via meridionale, attraverso lo stretto di Bab el-Mandab (Gibuti), seguendo poi le coste della penisola arabica, e lunga una via settentrionale, seguendo le coste del Mar Rosso e il corridoio del Nilo, fino al Mediterraneo e poi verso il Levante attraversando la penisola del Sinai. La stratificazione migratoria prevede che i nuovi arrivati incontrino i discendenti di chi era migrato precedentemente e così successe anche per Homo sapiens, che incontrò e forse anche si incrociò occasionalmente con Neandertal e con i denisoviani. Se le ibridazioni multiple con individui di altre specie verranno confermate dai dati, cadrà un altro principio che si riteneva ben saldo: persino il nostro genoma non è “puramente nostro”, ma porta con sé i contributi di altre specie umane, con le quali evidentemente non si era ancora cristallizzata del tutto la barriera genetica di non-incrocio. Nascevano figli sani di coppie miste e questi cuccioli ibridi erano a loro volta fertili, trasmettendo così alle generazioni successive il loro mix genetico.
Le migrazioni umane produssero un’evoluzione umana plurale fino a tempi recentissimi. Il piccolo Homo floresiensis in Indonesia – probabilmente una propaggine orientale estrema della prima Out of Africa di due milioni di anni fa – sopravvisse nella sua isola da almeno 900mila anni fa fino a 12mila anni fa, una datazione sorprendente poiché sfiora la storia recente dell’umanità, il Neolitico, le prime civiltà urbane. Neandertal resistette all’ultima ondata di Homo sapiens in Europa fino a 40mila anni fa. Loro erano europei autoctoni, noi gli ultimi immigrati. Nello stesso periodo svanirono gli elusivi denisoviani e rimanemmo soli, unica specie umana sul pianeta, un evento unico e molto recente. La stragrande maggioranza dell’evoluzione umana ha visto una molteplicità di specie conviventi e solo l’ultimo miglio lo abbiamo percorso in solitudine noi Homo sapiens.
Da quel momento in poi gli spostamenti migratori non sono certamente diminuiti. Con la fine dell’ultima glaciazione, i tepori permisero ai gruppi umani di sperimentare più stabilmente la domesticazione di piante e animali, un processo per tentativi ed errori che sicuramente era già cominciato prima in modo sporadico. In tempi e luoghi differenti del globo (nella Mezzaluna fertile, in Africa subsahariana, in Cina, in Nuova Guinea, nelle Americhe) la nostra specie imparò a far produrre agli ecosistemi un surplus crescente di risorse. Le popolazioni, pur fra mille tragitti irregolari, si insediarono in modo stanziale, aumentarono di numero, si espansero di nuovo, questa volta insieme ai loro animali e alle coltivazioni, colonizzarono territori limitrofi, scalzarono le popolazioni di cacciatori raccoglitori o le inglobarono. Homo sapiensimparò insomma ad alterare per i propri fini espansivi le nicchie ecologiche che incontrava, non limitandosi ad adattarsi agli ambienti, ma trasformandoli, cioè “costruendo” attivamente le sue nicchie ecologiche.
I popoli di allevatori e agricoltori generarono in tal modo un nuovo atlante globale di migrazioni, colonizzazioni, meticciati e conflitti. Insieme a loro si diversificarono, viaggiarono e si mescolarono le lingue e le culture. Ancora oggi regioni martoriate da conflitti sanguinosi (il Medioriente, il Caucaso, i Balcani, l’Afghanistan) portano i segni antropologici e culturali di queste antiche migrazioni, essendo stati i crocevia di passaggio dell’umanità per migliaia e ora possiamo dire milioni di anni. Lo stesso percorso che conduce oggi i migranti dalla fascia subsahariana e dal Corno d’Africa, attraverso le piste sahariane, fino alla costa meridionale del Mediterraneo e al Medioriente, è incredibilmente identico a quello tracciato più volte dalle specie umane negli ultimi due milioni di anni, forse a causa di vincoli geografici e climatici profondi.
Immergendo il fenomeno migratorio nel tempo profondo dell’evoluzione, capiamo quanto sia insensato interpretare i flussi migratori contemporanei come se fossero un evento eccezionale, una contingenza del momento, un’emergenza, o addirittura un’invasione. La nostra storia naturale suggerisce il contrario: il fenomeno migratorio umano è strutturale e costitutivo della nostra identità di specie. L’instabilità ecologica e climatica è stata il suo parametro costante. La plasticità cognitiva, la flessibilità comportamentale e l’adattabilità umane sono state temprate dai processi migratori. Siamo migranti, da due milioni di anni. E ancora oggi si migra perché obbligati non soltanto da conflitti, guerre e discriminazioni, ma anche dai cambiamenti climatici indotti dalle attività di Homo sapiens. Teniamolo presente per evitare di arrabattarci ancora con soluzioni miopi e poco lungimiranti che non sono all’altezza di un fenomeno epocale.

 

[1] Edizione Bollati Boringhieri del 1967, traduzione di Luciana Fratini.

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