Moderni Prometeo ovvero chi racconta la scienza oggi

Nella nuova era post‐accademica della scienza, il flusso della comunicazione tra comunità scientifica e società è cambiato, divenendo più che mai bidirezionale. C'è bisogno di comunicatori che siano in grado di rapportarsi rapidamente con questi cambiamenti, e sappiano gestire in maniera efficace il flusso di notizie che quasi quotidianamente arrivano dal mondo scientifico. Ne abbiamo parlato con alcuni esperti del CERN di Ginevra, del CNR e dell’INFN.
25 Maggio 2016
Micron

«Veri e propri discendenti di Prometeo, i divulgatori scientifici prendono il fuoco dall’Olimpo della scienza, i laboratori e le università, e lo portano giù agli uomini.»
William L. Lawrence

Nel 1992, l’astronomo Carl Sagan, che per avere realizzato una serie televisiva di enorme successo, oltre che un film per Hollywood, si vide rifiutare l’ingresso nella National Academy of Science. Troppi colleghi storsero il naso per la sua instancabile attività di divulgatore, che ne aveva fatto lo scienziato più famoso degli Stati Uniti. Due anni più tardi la National Academy of Science ci ripensò, onorandolo con al Public Welfare Medal.
Sagan aveva brillantemente smentito due grandi pregiudizi che circondano gli scienziati che scelgono di comunicare con i grande pubblico: l’idea che chi lo fa sottragga energie al suo “vero” compito – la ricerca – e l’idea che il ricercatore non sappia mai farsi capire, come se il suo universo mentale fosse così lontano da quello dell’uomo comune da avere almeno il bisogno di un traduttore.
In realtà, alcuni ricercatori si sono sempre dedicati alla divulgazione del proprio lavoro, a comunicare da Galileo Galilei, al quale la Chiesa non perdonò proprio il fatto di aver scritto in volgare anziché in latino.
Molti anni dopo Sagan la situazione è notevolmente cambiata. Oggi sono le stesse istituzioni scientifiche a sollecitare i propri membri a raccontare le loro scoperte. Nella nuova era post‐accademica della scienza, il flusso della comunicazione tra comunità scientifica e società è più che mai bidirezionale. La società, nelle sue diverse articolazioni (politica, economia, cultura), comunica le sue aspettative alla comunità scientifica.
I mezzi per costruire un sistema soddisfacente di comunicazione pubblica della scienza sono ancora da trovare. E, probabilmente, passano anche attraverso una figura nuova di comunicatore di massa. Con una forte competenza tecnica, ma anche con una marcata capacità critica.
Il mondo della comunicazione è poi certamente cambiato dopo l’avvento di internet e la comunicazione della scienza non poteva rimanere fuori da questo inevitabile processo di evoluzione culturale. Quando ci si trova di fronte ad una notizia scientifica è sempre bene controllare l’ufficialità della fonte e la sua attendibilità.
I poli di ricerca scientifica mondiale necessitano allora di una o più figure che gestiscano la comunicazione ufficiale delle loro attività. Può anche accadere che i risultati di ricerca vengano comunicati in maniera troppo complessa, quando si ha di fronte un pubblico di non addetti ai lavori. È necessario dunque saper comunicare la scienza, che è cosa diversa dal fare scienza. Un ottimo scienziato non è detto che sia anche un ottimo comunicatore. C’è bisogno di comunicatori che siano in grado di gestire in maniera efficace il flusso di notizie che quasi quotidianamente arrivano dal mondo scientifico.

Ne abbiamo parlato con Antonella Del Rosso, responsabile della Comunicazione Interna del CERN di Ginevra, con Marco Ferrazzoli del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e con Antonella Varaschin dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN).

Quanto è importante per un ricercatore del settore scientifico riuscire a comunicare in maniera semplice e comprensiva i propri studi, per raggiungere un maggior numero di persone interessate?(Antonella Del Rosso – Cern) – Comunicare ad un pubblico quanto più grande possibile il proprio lavoro sta diventando sempre più importante in ogni ambito e ancora di più in quello scientifico. Comunicare in maniera chiara è importante sia nei confronti delle funding agencies, sia nei confronti del pubblico che è sempre più interessato a capire la scienza e i suoi meccanismi.
(Marco Ferrazzoli – Cnr) – È estremamente importante perché il sistema di finanziamento alla ricerca oggi fa sì che i ricercatori debbano anche procacciarsi i fondi loro necessari. Saper comunicare bene ai diretti interessati, tra cui le fonti di potenziale finanziamento e più in generale alle persone, ai media, riuscendo a creare consenso sociale sulle proprie attività di ricerca, vuol dire quindi generare un clima favorevole al reperimento delle risorse necessarie per svolgere l’attività di ricerca. Questo al di là della ovvia utilità di tale comunicazione in termini culturali: far sapere che cosa si fa nella ricerca significa accrescere il livello di consapevolezza di tutta la cittadinanza.
(Antonella Varaschin – Infn) – È sicuramente importante per molteplici aspetti. Il primo è che nel caso del nostro istituto, come ente pubblico, c’è anche un dovere nel comunicare le proprie ricerche e le proprie attività. Poi è sicuramente importante il valore sociale della comunicazione, che è indiscutibile. In ultimo è importante avere una buona visibilità di pubblico, essere conosciuti aiuta ad avere una visibilità istituzionale.

Come è cambiata la comunicazione della scienza in questi anni, soprattutto dopo l’avvento dei social network?
(Antonella Del Rosso – Cern) – Tutto va più velocemente. Le informazioni devono essere prodotte velocemente e sono “consumate” velocemente. Bisogna riuscire a far passare messaggi complessi (come lo sono quelli scientifici) con modalità molto succinte e rapide. È una nuova sfida e bisogna essere dei professionisti per poterla raccogliere. Il comunicatore scientifico è diventato, di conseguenza, un vero e proprio mestiere: non basta uno scienziato che comunica per fare un buon comunicatore scientifico e non basta un buon comunicatore per far passare in modo opportuno un messaggio di tipo scientifico.
(Marco Ferrazzoli – Cnr) – È cambiata molto per quanto riguarda l’atteggiamento degli addetti ai lavori. Si è passati da una fase, ancora pochi anni fa, in cui si avvertiva una certa resistenza del mondo della ricerca a comunicare il proprio lavoro a livello divulgativo e generalista, a una maggiore disponibilità e questo è stato un cambiamento sicuramente positivo. I giovani ricercatori, le nuove generazioni di ricercatori sono più propense, più duttili, più disponibili alla divulgazione ad ampio raggio.
(Antonella Varaschin – Infn) – È cambiata la comunicazione oltre che dal punto di vista della visibilità, proprio nel modo di comunicare. Noi come ufficio comunicazione di un istituto ci siamo spostati anche in questo ambito. Capita anche di dover fare conto con il fatto che sono gli stessi ricercatori ad utilizzare maggiormente i social network. È capitato ad esempio che, mentre stavamo gestendo comunicazioni di notizie importanti, arrivassero prima i nostri ricercatori a comunicarle sui social invece che attraverso la fonte istituzionale. È successo proprio per la notizia sulle onde gravitazionali, che sicuramente ci ha messo in difficoltà. Lavoriamo in un ambito in cui le collaborazioni sono molto ampie e ai progetti che gestiamo partecipano moltissimi ricercatori. In tal senso è inevitabile che si possa creare po’ di confusione, non è affatto banale tenere tutto sotto controllo.

Quanto è difficile gestire la comunicazione scientifica in uno scenario (quello del web) in cui le notizie generano spesso confusione tra i lettori?
(Antonella Del Rosso – Cern) – La confusione sorge dove non si riesce a fare buona comunicazione. Una buona comunicazione, specie nell’era del web, può essere precisa e non confusionaria.
(Marco Ferrazzoli – Cnr) – Le reti hanno introdotto un meccanismo di esponenziale esplosione della quantità di informazioni disponibili, molto spesso non verificate e in molti casi purtroppo nemmeno attendibili. Questa difficoltà di distinguere l’informazione scientifica corretta nel mare magnum delle notizie circolanti in rete è una problematica veramente seria e la sua gestione è estremamente complessa per chi svolge attività di comunicazione a nome di una struttura scientifica accreditata, pubblica, di autorevolezza reale. Come ufficio stampa CNR ci rivolgiamo a giornalisti e operatori dei media prima che all’utenza generalista della rete, ma siamo ovviamente del tutto coinvolti in questo sistema.

I ricercatori che lavorano con voi seguono dei corsi di comunicazione della scienza?
(Antonella Del Rosso – Cern) – Al Cern ci sono corsi di comunicazione organizzati a più livelli: il Press Office offre corsi di formazione, gli esperimenti, il servizio di formazione continua, ecc. I ricercatori hanno varie opportunità per potersi formare in comunicazione scientifica.
(Marco Ferrazzoli – Cnr) – Spesso, anche se probabilmente meno di quanto servirebbe. Tutti, sia noi che operiamo nell’ambito media e comunicazione, sia i ricercatori, abbiamo ritmi di lavoro intensi e non è così facile riuscire a trovare momenti di confronto, ne occorrerebbero di più. C’è comunque una sorta di formazione in diretta che avviene mentre lavoriamo a contatto con il ricercatore, cioè ogni volta che un collega della rete scientifica lavora a un comunicato, a un articolo o a un video assieme a noi dell’Ufficio stampa, poiché condividendo tale attività lo aiutiamo ad acquisire quella facilità, quella semplicità, quella chiarezza di linguaggio che è indispensabile. Da parte nostra, specularmente, c’è un processo di avvicinamento ai contenuti scientifici, verso il quale osserviamo ovviamente il massimo rispetto: non pubblichiamo mai nulla che non abbia la doppia validazione, la nostra dal punto di vista “giornalistico” e quella del ricercatore dal punto di vista scientifico.
(Antonella Varaschin – Infn) – Proprio come ufficio comunicazione abbiamo attivato dei corsi per i nostri ricercatori e per tutto il personale dell’Istituto. I corsi sono strutturati in tre moduli: Scienza e Pubblico, Scienza e Media, Scienza e Scuola. Questi percorsi sono pensati per diverse occasioni e ambiti nei quali i nostri ricercatori si possono trovare a dover comunicare. INFN, tra l’altro, finanzia una borsa di dottorato in comunicazione della fisica presso l’Università degli Studi di Perugia. La borsa è all’interno del dipartimento di fisica e biologia, formalmente risulta essere un dottorato in fisica, ma si tratta di una specializzazione in comunicazione. Al momento abbiamo tre dottorandi.

Un comunicatore della scienza è bene che sia uno scienziato?
(Marco Ferrazzoli – Cnr) – Non lo posso dire con certezza assoluta. Credo che ci siano vantaggi e svantaggi in entrambe le situazioni. Io non provengo da una formazione scientifica e nel caso di persone che arrivano, come me, a comunicare la scienza partendo da una formazione giornalistica il rischio del fraintendimento è maggiore, ma ci si salva – come dicevo – mantenendo un confronto serrato con la rete scientifica e non producendo contenuti che non abbiamo la validazione di queste fonti. D’altro canto avere una formazione prettamente scientifica espone il comunicatore a un altro rischio: quello di non riuscire a calarsi davvero nei panni dell’utente finale. Ho avuto modo di verificarlo spesso, confrontandomi con colleghi che davano magari per scontato contenuti che per me non erano tali.
(Antonella Varaschin – Infn) – Non credo sia necessario essere laureato in una disciplina scientifica per fare una buona comunicazione. È chiaro, ci deve essere sempre una consulenza scientifica. Nel nostro ufficio, ad esempio, ci sono colleghi laureati in discipline scientifiche, ma anche in materie umanistiche. Io sono laureata in filosofia e ho svolto un master in comunicazione della scienza. Bisogna essere ovviamente più scrupolosi e precisi, avendo meno padronanza nelle materie scientifiche. Sappiamo comunque di poter sempre contare sui nostri ricercatori, per ottenere le informazioni corrette prima di fare uscire una notizia.

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