Piero Angela: 90 anni, 12 lauree, ancora molto da raccontare

Incontriamo Piero Angela dietro le quinte di “Raccontare la scienza nell’era delle fake news”. Come può a 90 anni essere ancora un punto di riferimento del giornalismo scientifico? Da dove arrivano le fake news? Qual è il futuro della divulgazione?
Stefano Porciello, 17 Giugno 2019
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Relazioni internazionali e Studi europei

Un mito, per tantissimi italiani. E non solo: i suoi programmi televisivi sono stati tradotti, venduti all’estero, doppiati per molti pubblici diversi. Non sorprende quindi che già diversi giorni prima dell’evento “Raccontare la scienza nell’era delle fake news”, il 14 giugno al Teatro dei Rinnovati di Siena, Piero Angela avesse già fatto sold out. È lì che lo incontriamo, dietro il sipario, proprio alla vigilia dell’assegnazione della laurea honoris causa in Scienze della comunicazione conferitagli dall’Università di Siena. «Sono dodici», sottolinea prima di farsi una risata: «Sono un riconoscimento della comunità scientifica per il lavoro che facciamo. Non solo io, ma tutta la troupe che lavora, una squadra che da tanti anni porta avanti questa piccola missione: di informare, di portare la scienza fuori dai laboratori».

Quando Umberto Eco scriveva che la Tv presenta come ideale l’uomo assolutamente medio, non si riferiva di certo a ciò che Piero Angela è riuscito a costruire per la RAI. Quark e tutti i programmi che da quell’esperienza sono nati hanno raccontato la scienza in modo accattivante, a tutti noi, cercando sempre di utilizzare il linguaggio più efficace per trasmettere un messaggio intrinsecamente complicato. Perché come sottolinea Angela: «Un articolo scientifico solo gli esperti lo sanno leggere. Se non c’è qualcuno che traduce “dall’italiano all’italiano”, quello rimane lì come scritto in cinese!»
E non è tutto. Perché i suoi programmi hanno sicuramente contribuito ad aprire un collegamento – prima poco frequentato – tra laboratori e pubblico. «Gli scienziati si sono resi conto […] dell’importanza di comunicare il loro lavoro» dice, parlando dello stato attuale della divulgazione: «Per tante ragioni: intanto per far amare la scienza, per capire quanto è importante non solo nella conoscenza, ma nello sviluppo della società […] E poi anche perché, lo sappiamo: oggi l’innovazione tecnologica è molto legata alla ricerca scientifica e un paese che vuole essere […] competitivo non può fare a meno della scienza. Anzi: la tecnologia e la scienza devono essere aiutate, finanziate – cosa che non avviene».
Quando gli chiediamo cosa si aspetti dal futuro della divulgazione in Italia, ci dice che l’obiettivo dei giornalisti scientifici dovrebbe essere quello di «Rendere questo paese più colto. Perché la cultura non è solo quella del passato». E aggiunge: «A scuola si spiega il passato: storia, storia della filosofia, […] latino e poi le materie scientifiche – ma non la scienza: cioè il metodo, la pervasività, il ruolo». “Tutti hanno bisogno di divulgazione, ma forse ancor più le persone colte” aveva scritto nel suo ultimo libro: “Infatti se parli di fisica a un avvocato, quanto ne sa? O di fisica a un critico letterario? O di biotecnologie a un filosofo? […] Questo vale anche per i politici”. Un insegnamento non scontato, utile a chiunque si occupi di trasmissione delle informazioni.
Negli anni, i programmi di Piero Angela si sono via via arricchiti di effetti speciali, animazioni, spiegazioni ricche di esempi, ma qual è stata la chiave del suo successo come divulgatore? Secondo il giornalista e scrittore Pietro Greco, che incontriamo prima di recarci a teatro, sono il rigore, la sua capacità comunicativa – «ha la più alta audience televisiva tra i comunicatori di scienza in Europa», sottolinea – l’empatia; la tolleranza, la capacità di essere gentile d’animo. «È un esempio di televisione non rissosa, pacata, ben argomentata. E questo è il futuro della televisione, non il passato», conclude. «Io non penso di essere una persona speciale» dice Angela durante l’incontro stampa «Mi sembra di fare un lavoro quasi banale. Invece, evidentemente, non è così».

DA DOVE ARRIVANO LE FAKE NEWS
«Le fake news sono sempre esistite», afferma, portandoci nel punto focale dell’incontro pubblico con Rossella Panarese, autrice e conduttrice di Radio3 Scienza: «La scienza non ha nessun bisogno di difendersi dalle fake news: sono stupidaggini, alle volte molto gravi», sostiene. E ci tiene a sottolineare che «Non è solo la scienza è un po’ [tutta] la società a essere vulnerabile attraverso queste fake news che si infiltrano un po’ dovunque». Ne è un esempio – secondo Angela – anche la Brexit. «Il fatto è che oggi, diversamente da 50 anni fa, queste cose passano senza controllo», dice: «Non c’è più controllo nella responsabilizzazione di chi divulga». Perché tutti possono diventare piccole televisioni, giornali, radio attraverso il web, pubblicando senza passare dal filtro di una redazione. E per Piero Angela, questo è «Un vero rischio della professione giornalistica».

CHI SARÀ (SE ESISTERÀ) IL FUTURO PIERO ANGELA?
Piero Angela è un punto di riferimento per il giornalista scientifico, ci racconta Pietro Greco. «Che mi risulti, nessuno ha avuto questa continuità di successo, e questo vuol dire molto», spiega. «Significa che ha uno stile di comunicazione straordinariamente efficace […] che non bisogna necessariamente abbracciare, ma certamente bisogna studiare». Ora, con un Angela novantenne, qualcuno dovrà necessariamente avere il coraggio di prendere spunto dal suo esempio e riuscire a raccogliere, trasformare e valorizzare la sua eredità televisiva e divulgativa. «Esiste un discorso più generale di ulteriore offerta di comunicazione della scienza, anche con altri stili. Tentativi ce ne sono stati», dice Pietro Greco: «Tuttavia è mancata quella continuità e capacità di entrare in empatia con grandi numeri che ha avuto ed ha tuttora Piero Angela […] Non penso che questo dipenda dal fatto che [lui] occupi una nicchia, è semplicemente perché nessuno è riuscito a raggiungere il suo livello».
Più che nel mezzo (televisione, carta stampata, internet), la qualità di un buon giornalismo scientifico sta forse principalmente nel messaggio stesso e nella sua capacità di essere capito. Un messaggio che dev’essere spiegato bene – senza essere banalizzato – e capace di insegnare un metodo, un approccio. È proprio Angela a indicare la via: il divulgatore deve cercare di spiegare al meglio le cose che si è sforzato di capire; deve farsi affiancare e lavorare molto con gli scienziati, dev’essere in grado di trasferire agli altri ciò che ha capito. Ma sarà sul web che qualcuno continuerà quanto lui ha iniziato? A rispondere è Pietro Greco: «Tempo fa Piero Angela mi ha fatto chiamare da uno dei suoi collaboratori per chiedermi chi sono i giovani emergenti nel campo della comunicazione digitale. Con questo ci ha dato un’indicazione: il futuro Piero Angela, molto probabilmente […] sarà una persona in grado di navigare tra i diversi canali di comunicazione». Tuttavia c’è, secondo lui, un «Problema irrisolto nella comunicazione digitale: chi paga?» e aggiunge: «Piero Angela è potuto diventare Piero Angela perché aveva uno stipendio dignitoso». La comunicazione del futuro dovrà risolvere questo nodo: dare forme di stabilità economica a chi avrà il coraggio e la bravura di cimentarsi in una “nuova” comunicazione della scienza.

UN NECESSARIO (E DIFFICILE) RINNOVAMENTO?
Veniamo così alla prima delle questioni che abbiamo cercato di affrontare in questa giornata di incontri dedicata a Piero Angela: in che condizioni gioca il divulgatore che inizia oggi una carriera? «Sono cambiati i tempi per i giovani un po’ dappertutto; [anche] nelle stesse università» ci dice Pietro Greco riferendosi all’età dei grandi fisici italiani a cavallo degli anni ’40 e ’50. E poi risponde: «No, [oggi] difficilmente [una persona] potrebbe fare la carriera ‘istituzionale’ di Piero Angela. È possibile, però, che alcuni giovani possano imporsi nella conduzione di un programma».
D’altra parte, è lecito chiedersi se al di là dell’indubbia bravura e del talento, il fatto che proprio Angela sia ancora a novant’anni il punto di riferimento della scienza in TV potrebbe essere il segno di una televisione, di un Paese, in difficoltà nel rinnovarsi o nel far emergere i suoi giovani (che poi, magari, tanto giovani non sono). «Spero di no!» ci risponde ridendo, e con una punta d’orgoglio ci ricorda di essere un freelance: «Se mi rinnovano il contratto vuol dire che funziono, vuol dire che faccio più ascolto dei giovani ventenni!». Ma poi aggiunge: «Però un po’ quello che lei ha detto è vero: […] dovrebbero esserci dietro tanti ‘atleti della divulgazione’. Manca forse una scuola, manca una cultura, credo […] perché in fondo la scienza interessa poco […] quello che fa ascolto, non è la scienza».

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