Più potere alle donne. Così si sconfigge l’AIDS

Nel 2017 ogni giorno nel mondo sono morte circa 100 bambine e ragazze tra i 10 e i 19 anni per malattie correlate all’infezione da HIV. È un dato impressionante, che ci fa capire quanto l’AIDS sia ancora un problema enorme nonostante se ne parli poco. Ma, se lo inquadriamo correttamente, ci fa anche capire perché oggi chi si occupa di infezione da HIV sostiene che dare più potere alle donne è un passaggio indispensabile per bloccare finalmente l’epidemia.
Micron
Micron
Giornalista Scientifica

Le donne, soprattutto le giovani donne, sono le più colpite dall’infezione: si calcola che tra i 10 e i 24 anni abbiano il doppio della probabilità di contrarre il virus rispetto ai maschi della stessa fascia d’età. Inoltre, per le donne tra i 15 e i 49 anni le malattie legate all’infezione da HIV sono la prima causa di morte nel mondo. Più dell’infarto, degli incidenti e dell’ictus. Perché? Le risposte sono molte, ma potrebbero essere sintetizzate in una sola parola: disuguaglianza. Il rapporto tra HIV e disuguaglianze di genere è duplice: le due cose si rafforzano a vicenda, diventando uno la causa dell’altra. Secondo un documento dell’OMS, “L’HIV non è solo favorito dalla disuguaglianza di genere, ma la consolida, lasciando le donne più vulnerabili al suo impatto”.

Cosa vogliano dire queste affermazioni possiamo capirlo da alcune evidenze che sono emerse in questi anni. Prendiamo ad esempio una pratica come l’instaurarsi di relazioni sessuali tra giovani donne e uomini più anziani. È un fenomeno sociale radicato in diversi paesi africani: ragazze giovani intrecciano rapporti con uomini adulti, che in cambio pagano i loro studi, qualche pranzo o piccoli acquisti. In realtà, recentemente si è visto che lo “sugardaddy” è una figura che si sta affermando anche al di fuori dell’Africa, in particolare negli Stati Uniti dove le ragazze ricorrono al suo aiuto per pagare le rette delle università private che arrivano decine di migliaia di dollari l’anno. E, negli ultimi tempi, siti di appuntamenti per questo tipo di incontri tra ragazze e uomini maturi sono sorti anche in Italia. Ebbene, proprio questa consuetudine si è dimostrata una leva che favorisce la trasmissione dell’HIV.

I ricercatori del Centro Caprisa (Centre for the AIDS Program of Research in South Africa) in uno studio presentato alla Conferenza Internazionale sull’AIDS di Durban nel 2016 hanno ricostruito le dinamiche del contagio da HIV analizzando le caratteristiche genetiche dei virus che circolano all’interno di una comunità di circa 10.000 persone in una zona del Sudafrica. Ne è emerso “un ciclo di trasmissione” del virus accelerato da queste abitudini: le adolescenti si infettano attraverso rapporti sessuali con uomini che in media hanno quasi nove anni più di loro. Molti di questi uomini (tra i quali la prevalenza dell’HIV è intorno al 40%) sono contemporaneamente anche i partner di donne coetanee tra le quali la prevalenza dell’HIV raggiunge il 60% e dalle quali probabilmente hanno contratto l’infezione. Sono le stesse ragazze, infatti, che crescendo trasmettono il virus ai mariti e compagni, che a loro volta contagiano nuovamente le adolescenti con cui avranno relazioni temporanee. È un fenomeno legato alla povertà e, quindi, difficilmente affrontabile.

Ma la povertà è alla base di altre situazioni a rischio. In particolare i matrimoni precoci, le relazioni che hanno alla base violenza e abusi, la mancanza di istruzione, il rischio di sfruttamento sessuale e prostituzione. Nel mondo ogni anno sono circa 15 milioni le ragazze che si sposano senza aver ancora compiuto 18 anni, prima che siano pronte o che lo desiderino. Le giovani donne sono più a rischio di contrarre l’infezione perché il loro potere contrattuale è minore: ad esempio non hanno la forza per imporre l’uso del preservativo al partner o per opporsi a violenze. Nello stesso tempo, 16 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni danno alla luce un figlio ogni anno, la maggior parte di loro vive in paesi a medio-basso reddito e non ha accesso alla conoscenza di metodi contraccettivi e a nozioni basilari di educazione sessuale.

Ancora moltissime donne nel mondo (e non solo nei paesi più poveri) non possono prendere decisioni sulla propria salute. In particolare le adolescenti hanno bisogno del consenso dei genitori, di un parente e poi del marito per accedere a un consultorio o al servizio sanitario. Proteggere dall’HIV se stesse e i propri figli in queste condizioni diventa molto difficile. E, in effetti, ancora oggi nel mondo nascono 200 bambini con HIV al giorno e altri 200 circa si infettano attraverso il latte materno. Eppure, il 98% delle nuove infezioni tra i bambini oggi si può facilmente prevenire.

L’istruzione è un punto cruciale del problema: si è visto infatti che esiste una correlazione tra il livello di istruzione delle ragazze e il rischio di contrarre l’infezione. In particolare, le ragazze che non vanno a scuola hanno il doppio di probabilità di infettarsi con HIV rispetto a quelle che invece vanno a scuola. Le donne con una istruzione più elevata tendono a sposarsi più tardi, a fare figli più tardi e ad esercitare in generale un controllo maggiore sulla loro fertilità. Ma anche quelle che sono più istruite spesso non ricevono un’educazione adeguata sulla sessualità e sull’HIV. Sulla base di dati provenienti da 35 paesi dell’Africa Subsahariana, ad esempio, si è calcolato che solo il 30% delle ragazze (e il 36% dei ragazzi) sa come prevenire la trasmissione sessuale del virus e riconosce come bufale molte notizie false sulle modalità di contagio. In 23 paesi africani che non si trovano nella fascia subsahariana, la situazione è anche peggiore, con il 13,6% delle ragazze che ha informazioni adeguate.

Poi ci sono alcune tradizioni locali basate sulla sottomissione delle donne che favoriscono l’espansione dell’epidemia. Un esempio è la storia di Miranda, una donna di 46 anni che vive in un villaggio dello Zimbabwe, raccontata dal giornale New Zimbabwe. Quattro anni fa Miranda ha perso il marito in un incidente. Subito dopo la tragedia è stata costretta a sposare il fratello del marito che a sua volta aveva perso la moglie due anni prima, uccisa dall’AIDS. Miranda si è contagiata, è rimasta incinta e ha dato alla luce un bambino positivo all’HIV. L’eredità della sposa è una pratica diffusa nel paese: quando la moglie rimane vedova viene ereditata dai parenti del marito come un qualsiasi bene. Questo, naturalmente, vale anche nel caso contrario, spiega il giornalista, ovvero se il marito della donna è morto di AIDS e la vedova ha l’infezione da HIV potrebbe facilmente contagiare il parente del marito che la eredita.

Un altro capitolo riguarda la prostituzione. I “sex workers” hanno una probabilità di acquisire l’infezione da HIV dieci volte più alta del resto della popolazione. In particolare, le donne che si prostituiscono sono soggette ad alti livelli di violenza: la criminalizzazione della prostituzione le mette a rischio di violenza da parte dei clienti ma anche delle forze dell’ordine. E sappiamo come il subire violenza sia legato all’aumento del rischio di infezione, anche in ambito familiare. A livello globale, una donna su tre riporta di aver subito violenza fisica o sessuale sia dal partner che da altri uomini nel corso della sua vita. In alcune regioni del mondo le donne che subiscono violenza da parte del partner hanno il 50% di probabilità in più di prendere l’HIV rispetto alle altre donne. La paura stessa della violenza può impedire alla donna di negoziare l’uso di preservativi o di accedere al test. Nelle donne con infezione da HIV, inoltre, si è visto che la paura della violenza del partner porta a una minore aderenza al trattamento.

La criminalizzazione e lo stigma sono due spinte fortissime alla diffusione del contagio. La testimonianza di Maureen Murenga raccolta dall’UNAIDS, l’organismo dell’ONU che si occupa della malattia, nel 2015 è significativa. Murenga è una donna keniota che ha saputo di essere positiva all’HIV quando era incinta e che è stata per questo abbandonata dal marito: «Molte madri con l’HIV vengono abbandonate dai partner e ad alcune viene consigliato l’aborto. Solo negli ultimi tempi, 40 donne sieropositive a Nairobi hanno raccontato di essere state sterilizzate a forza. In Kenya abbiamo leggi che criminalizzano l’infezione. Ad esempio, se tu scopri di essere sieropositiva prima del tuo partner, puoi essere accusata di averlo infettato, e questo è un crimine. Questo vale anche per gli uomini, ma la maggior parte delle volte sono le donne che scoprono per prime di avere l’infezione, di solito quando rimangono incinte».

Diverse ricerche hanno dimostrato che la paura dello stigma e della discriminazione, che spesso si accompagnano alla violenza, scoraggia le persone con infezione da HIV a rendere pubblico il loro stato, anche con i membri della propria famiglia e con il partner. La negazione dell’infezione mina anche la possibilità di accedere alle terapie: «Così stigma e discriminazione indeboliscono la capacità sia degli individui sia delle comunità di proteggersi dall’HIV e di rimanere in salute se vivono con il virus», commenta l’UNAIDS.

In effetti, «eliminare le disuguaglianze di genere e porre fine a ogni forma di violenza e discriminazione contro le donne, le ragazze e le persone con HIV» era uno degli obiettivi fissati nel 2016 dall’UNAIDS per premere il piede sull’acceleratore e individuare una “fast track” per far terminare l’epidemia nel 2030. In particolare, l’Onu nel 2016 aveva individuato alcuni goal da raggiungere nel 2020. Tra questi: ridurre il numero delle nuove infezioni da HIV tra le adolescenti e le giovani donne da 390.000 del 2015 a meno di 100.000; assicurarsi che il 90% dei giovani abbia le conoscenze e le capacità per proteggersi dall’HIV; assicurarsi che il 90% dei giovani abbia accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva e alle diverse opzioni per la prevenzione dell’infezione da HIV.

Non solo nessuno di questi obiettivi è stato finora conquistato, ma siamo piuttosto lontani dal raggiungerli. Ad esempio, nel 2017 le nuove infezioni tra le adolescenti e le giovani donne nel mondo sono state 340.000, molto al di sopra del target stabilito. Inoltre, sette ragazze su dieci nell’Africa subsahariana non hanno una conoscenza approfondita dell’HIV e di come proteggersi da esso. Mentre nella maggior parte dei paesi in cui i dati sono disponibili, le ragazze tra i 15 e i 19 anni hanno una domanda insoddisfatta per quanto riguarda la pianificazione familiare. Un dato in particolare, che riguarda l’Africa subsahariana, fa capire di cosa stiamo parlando: il 50% delle ragazze che vivono in quelle zone rurali rimane incinta prima dei 18 anni.

Quattro strade vengono individuate per superare questa situazione e garantire una salute migliore a tutti: istruzione, empowerment, servizi della salute integrati, economia. La prima strada è chiara: come abbiamo visto, garantire più istruzione alle ragazze vuol dire abbattere il rischio di infezione. La seconda strada si compone di elementi diversi, ad esempio più donne che assumono cariche politiche vuol dire una maggiore attenzione alle diseguaglianze di genere; inoltre, alcuni studi hanno dimostrato che quando le donne dispongono di più denaro (ad esempio quando sono stati dati aiuti economici sotto forma di denaro contante) si abbatte il ricorso al sesso mercenario e, quindi, il rischio di infezione. La terza strada prevede che i servizi sanitari relativi a sesso e riproduzione siano integrati: questo vuol dire ad esempio che la diagnosi e il trattamento di malattie correlate all’infezione da HIV come tubercolosi e cancro della cervice vengono migliorati. Infine la strada dell’economia: i dati dicono che quando le donne partecipano all’economia la povertà decresce. Ma oggi nel mondo le donne che lavorano sono il 55%, contro l’80% degli uomini. C’è ancora molto da fare.

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