Più timori o speranze? I cittadini europei tra scienza e tecnologia

Uno studio dell’UE fa il punto sul rapporto che i cittadini europei hanno con la scienza e l’innovazione tecnologica che, stando ai risultati, riescono ancora a generare ottimismo seppure in maniera molto più cauta e meno incondizionata rispetto al passato. E in Italia?
Romualdo Gianoli, 22 Gennaio 2016
Micron

Che rapporto hanno i cittadini europei con la scienza e la tecnologia? E come pensano che queste potranno cambiare la loro vita quotidiana da qui a quindici anni? Ma soprattutto, scienza e innovazione tecnologica suscitano più speranze o più paure? Questo è l’argomento oggetto del recente studio qualitativo Public opinion on future innovations, science and technology, voluto dalla Commissione Europea.

QUALE FUTURO PER LE SOCIETÀ EUROPEE?
Lo studio è stato condotto su un campione di sedici Paesi dell’UE: Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portagallo, Romania, Slovacchia e Regno Unito. In ciascuno di essi sono stati selezionati sei focus group suddivisi per fasce d’età (dai 18 ai 65 anni) e per livelli di istruzione, per un totale di 96 gruppi i cui componenti hanno risposto a una serie di questionari incentrati su vari aspetti della vita quotidiana. Nello specifico, sono stati considerati quattro settori particolarmente indicativi, sia perché coinvolgono la maggior parte delle persone, sia perchè riguardano alcuni tra gli aspetti più importanti della vita: l’ambiente domestico, la salute e la sanità, le comunicazioni e l’ambiente.
A un primo sguardo le conclusioni dello studio non hanno nulla di clamoroso e, anzi, possono apparire piuttosto ovvie e prevedibili perché ciò che risulta è che tutti i cittadini interpellati la pensano più o meno allo stesso modo e condividono in egual misura ottimismo e pessimismo, attese e timori.
Guardando al passato, infatti, sono stati riconosciuti i numerosi miglioramenti portati alla qualità generale della vita negli ultimi decenni, come un maggior comfort domestico, migliori strumenti di comunicazione, migliori cure, maggiore sicurezza e aspettativa di vita.
Ciononostante, sono stati rilevati anche gli aspetti negativi che spesso sono scaturiti proprio dall’introduzione di certe innovazioni.
Di conseguenza, tutti i focus group hanno concordato sul fatto che nei prossimi anni scienza e innovazione tecnologica continueranno a portare benefici alle nostre società ma, inevitabilmente, anche nuovi problemi. Su tutti spiccano i timori per la privacy e la gestione dei dati personali, l’aumento della disoccupazione dovuto a un’eccessiva dipendenza dalla tecnologia, il peggioramento della vita sociale, gli stili di vita meno salutari e, in generale, le ricadute negative per l’ambiente.

UNA LETTURA A PIÙ LIVELLI
Questi, dunque, i risultati della ricerca su scala macroscopica. Forse l’unica notizia è proprio questa raggiunta maturità, questo equilibrio tra atteggiamento positivo verso scienza e tecnologia e, consapevolezza degli inevitabili “effetti collaterali”.
Eppure, guardando più nel dettaglio, si scopre che nello studio c’è anche dell’altro e se ne possono ricavare interessanti informazioni sulle complesse dinamiche che governano i rapporti tra scienza, tecnologia e società. Innanzi tutto la generale uniformità di opinioni manifestata dagli intervistati (definita “consistenza” nel rapporto conclusivo) in realtà nasconde molte più disomogeneità di quanto possa sembrare perché le risposte sono condizionate da fattori quali l’età o il livello di scolarizzazione.
Ad esempio, i giovani sono risultati i più preoccupati dalle ripercussioni dell’innovazione tecnologica sul mondo del lavoro. In particolare quelli con un basso livello di istruzione (e quindi impegnati in lavori che richiedono minore preparazione e competenza) temono soprattutto di essere rimpiazzati dalle macchine rimanendo tagliati fuori dal mondo del lavoro. Viceversa gli stessi giovani, essendo nati e cresciuti in un mondo già digitalizzato, si sono dichiarati poco preoccupati per la sicurezza dei dati personali, contrariamente agli anziani ben più critici circa i rischi derivanti dal trattamento dei dati sensibili.
In tema di digital divide generazionale un altro forte timore, questa volta manifestato dai più anziani, è stato quello di non riuscire a tenere il passo della rapida evoluzione tecnologica, di avere poco controllo sulla propria vita quotidiana, meno scelta e quindi, fondamentalmente, di sentirsi inutili finanche in casa, nelle semplici attività domestiche.
Altro timore comune a questa fascia di età riguarda, poi, la possibilità di accedere alle nuove tecnologie, sia da un punto di vista intellettivo, sia finanziario.
D’altra parte, proprio la questione dell’accessibilità si è dimostrata uno dei pochi fattori differenzianti tra i vari Paesi coinvolti nello studio e, per quanto riguarda l’aspetto finanziario, l’elemento predominante tra nazioni più ricche e meno ricche. Quest’aspetto si è reso particolarmente evidente col timore che, gradualmente, la tecnologia finisca per diventare accessibile solo ai più ricchi, escludendo dai suoi benefici tutti gli altri: una preoccupazione espressa sia a livello individuale, che di nazione. Un tipico esempio è quello del diverso livello di assistenza offerto dai vari servizi sanitari nazionali, che potrebbe accentuare le discrasie e le disuguaglianzedi trattamento tra Paesi con differenti condizioni di benessere economico e finanziario.

CONSAPEVOLEZZA SCIENTIFICA: L’ITALIA È IN RETROVIA
Tra le varie informazioni che si possono ricavare da una lettura più approfondita dello studio europeo, non ci sono solo quelle relative al rapporto tra scienza, tecnologia e società, ma anche quelle che forniscono, sia pure indirettamente, indizi su quella che potremmo definire la “consapevolezza scientifica” dei Paesi esaminati.
Perché se non è il risultato della ricerca a sorprendere, semmai, è che l’uniformità di giudizio manifestata sembra indipendente dal livello di diffusione del sapere scientifico di ciascuna popolazione. Da questo punto di vista, infatti, gli europei sono tutt’altro che uguali fra loro e, tocca ammetterlo, noi italiani siamo un po’ meno uguali di molti altri. Questa diversità si nasconde nei criteri stessi che sono stati adottati per condurre la ricerca. Vediamo perché.
I sedici Paesi selezionati (Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portagallo, Romania, Slovacchia e Regno Unito) sono stati scelti in maniera tale da coprire tutte le diverse attitudini riguardo scienza e tecnologia. A questo scopo sono stati utilizzati i risultati di una precedente indagine condotta dalla Commissione Europea nel 2013, la Responsible Research and Innovation, Science and Technology. Su questa base, e prima di svolgere lo studio su scienza e innovazione del 2015, i sedici Paesi sono stati suddivisi in quattro categorie, secondo specifiche caratteristiche:
1- un gruppo di Paesi dove il livello di informazione scientifica e di interesse verso la scienza è molto alto e dove i cittadini sono molto positivi circa l’impatto di questa sulla società;
2- un gruppo di Paesi significativamente interessati alla scienza, informati e positivi circa l’impatto sulla società;
3- un gruppo di Paesi meno informati, meno interessati alla scienza e maggiormente divisi sul suo impatto sulla società;
4- un gruppo di Paesi scarsamente informati, poco interessati alla scienza e meno positivi tra tutti rispetto all’impatto sulla società.

L’Italia si trova proprio in quest’ultimo gruppo assieme a Repubblica Ceca, Malta, Portogallo e Romania. Nel primo gruppo, invece, ci sono Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito. Ebbene, sono gli stessi autori dello studio Public opinion on future innovations, science and technology che, nel National Report dedicato all’Italia, suggeriscono i motivi del nostro pessimo piazzamento.
Se, da un lato, riconoscono la sfavorevole congiuntura economica degli ultimi anni, dall’altro non mancano di additare le gravi responsabilità dei governanti italiani per le fallimentari politiche di gestione della ricerca, dell’industria e dell’università. Si legge, infatti, nel National Report italiano: «La difficile situazione economica ha prodotto, inevitabilmente, un forte impatto sulla ricerca scientifica e tecnologica in Italia, sebbene il fenomeno della fuga dei cervelli sia di vecchia data ed è sempre più difficile porvi un freno.
In merito alla ricerca universitaria, negli ultimi quattro anni le risorse sono state ridotte di un miliardo di euro sul totale di sette e mezzo disponibili. Allo stesso modo i fondi PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) sono stati ridotti di quasi la metà. Il contributo publico alle attività di ricerca e sviluppo per l’energia mostra una netta caduta, sebbene altre nazioni europee (Germania e Regno Unito) abbiano adottato in merito politiche ben diverse. Vi è anche un ampio divario nella continuità del ruolo dell’Italia in termini di pubblicazioni scientifiche e l’importanza sempre più marginale nei brevetti. Ciò mostra quanto grande sia la discrepanza tra le competenze nella ricerca e la capacità di trasferire il sapere scientifico al mercato.
Questo è parzialmente dovuto al sempre minor peso che il settore privato sta giocando nella ricerca e sviluppo mentre, sul versante della ricerca accademica, l’università mostra una scarsa propensione alla produzione di brevetti. Infine la perdita di attratività dell’Italia nel settore della ricerca, fa sì che molti dei ricercatori italiani che ottengono finaziamenti, usino questi stessi fondi per condurre le loro ricerche nelle università straniere».
E’ un’analisi tanto impietosa quanto oggettiva che non lascia troppi alibi a chi governerà l’Italia da qui al 2020 e che avrà il duro compito (a patto di volerlo) di invertire quella che sembra l’inarrestabile tendenza del nostro Paese a sparire dalla scena scientifica e tecnologica che conta.
Perché non è detto che, in mancanza di una decisa azione di recupero, il prossimo studio sul rapporto tra scienza, società e cittadini ci troverà ancora allineati con gli altri Paesi.

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