Pokémon Go: la citizen science che non ti aspetti

Lanciato solo poche settimane fa, ha conquistato in breve tempo un’enorme popolarità. Al punto da catturare anche l’attenzione di diversi scienziati. Alcuni dei quali hanno pensato di sfruttarne le potenzialità. Perché per giocare a Pokémon Go bisogna uscire di casa ed esplorare l’ambiente circostante
Michele Bellone, 04 Agosto 2016
Micron
Micron
Giornalista scientifico

Lanciato a luglio, Pokémon Go ha conquistato in breve tempo un’enorme popolarità. Con più di 100 milioni di download e un impressionante guadagno giornaliero, la app sviluppata dalla software house Niantic è diventata una delle più utilizzate al mondo. Il gioco sfrutta la realtà aumentata e il rilevamento della posizione tramite GPS per consentire ai partecipanti di catturare svariate creature che appaiono intorno a loro, per poi farle evolvere e combattere contro quelle di altri giocatori. Un principio semplice applicato a un franchise multimiliardario che da vent’anni è sostenuto una folta schiera di appassionati.
A livello ludico, Pokémon Go ha diversi punti deboli: difetti tecnici, problemi di privacy e, in generale, la sensazione che non ci sia poi molto da fare a parte collezionare creature. Ciò non gli ha impedito di diventare un argomento di grande discussione, al punto da sembrare più interessante come artefatto sociale che come gioco.
Tanto interessante da catturare anche l’attenzione di diversi scienziati. A partire dai biologi.
La particolarità di Pokémon Go è che non ci si può giocare stando comodamente seduti su una poltrona. Bisogna uscire di casa, cercare le creature sparse nei dintorni (che spesso hanno un loro habitat preferito e non sono quindi equamente distribuite), andare in luoghi dove rifornirsi di oggetti utili per la caccia oppure nelle palestre dove allenare i Pokémon e farli combattere.
Questo stimolo all’esplorazione dell’ambiente circostante ha indotto diversi biologi a considerare le potenzialità del gioco. Mentre si è impegnati a dare la caccia ai piccoli mostri virtuali, può infatti capitare di imbattersi in diversi animali reali. Ma se la classificazione dei 150 Pokémon è nota – qualche anno fa c’è stato addirittura chi ne ha ricostruito l’albero filogenetico – e viene svelata dalla app, è invece probabile che un cacciatore non sappia di preciso che animale ha incontrato.
E qui entra in gioco Morgan Jackson. Morgan è un dottorando in entomologia, appassionato di biodiversità e tassonomia, che dopo neanche una settimana dal lancio del gioco ha creato l’hashtag #PokéBlitz per incoraggiare i giocatori di Pokémon Go a condividere su Twitter le immagini dei veri animali trovati durante le loro battute di caccia. L’hashtag richiama i bioblitz, eventi nei quali scienziati e cittadini si ritrovano per trovare e catalogare quante più specie possibili in una determinata zona.

Altri studiosi si sono uniti all’iniziativa lanciata da Jackson, rendendosi disponibili a rispondere a eventuali curiosità sugli animali osservati e ad aiutare a classificarli. Fra di loro c’è Asia Murphy, che si occupa di conservazione della fauna selvatica e che ha pensato di condividere informazioni su animali veri usando lo stesso formato con cui nel gioco vengono descritti i Pokémon.

L’idea è di sfruttare la popolarità del gioco per entrare in contatto con persone che di norma non si interessano di biologia e tassonomia ma che si appassionano alla caccia a creature chiaramente ispirate ad animali veri. Basti pensare che un piccolo roditore cinese chiamato pika potrebbe essere stato lo spunto che ha portato alla creazione di Pikachu, uno dei Pokémon più famosi. D’altra parte, lo stesso creatore dei Pokémon, Satoshi Tajiri, quando era bambino era affascinato dal collezionare insetti e fu proprio questa passione, anni dopo, a ispirarlo nella realizzazione della serie.

Ulteriore conferma della rilevanza degli intrecci fra biologia e Pokémon Go viene addirittura da Nature. In un editoriale del 19 luglio scorso, la rivista si pone un’interessante domanda: quanto tempo passerà prima che, grazie a questo gioco, venga scoperta qualche nuova specie? Dopotutto, una nuova specie di cavalletta è stata scoperta nelle Filippine dopo che un ricercatore ne aveva visto un esemplare in una foto su Facebook. L’editoriale prosegue raccontando i più recenti cambiamenti nell’ambito della classificazione e nomenclatura delle specie viventi, e il modo in cui le nuove tecnologie stanno influenzando questo processo.
Pokémon Go ha scatenato un enorme clamore mediatico per svariati motivi: casi di rapine a persone attirate proprio tramite il gioco, bufale, scelte inopportune dei luoghi in cui far comparire i piccoli mostri, accuse di immoralità e sospetti di spionaggio, lamentele degli atleti che non potranno giocarci alle Olimpiadi di Rio (in Brasile l’app non è ancora disponibile al momento). In mezzo a tutto questo rumore – a volte giustificato e a volte no – iniziative come quelle di Jackson, Murphy e Nature potrebbero portare a sviluppi molto interessanti.
Il travolgente successo del gioco sta infatti incoraggiando molti sviluppatori a creare prodotti simili, come l’app che a fine agosto verrà lanciata dal comune di Mosca: invece di strane creature, permetterà di scovare personaggi celebri della storia russa. Ciò potrebbe dare nuova linfa al filone dei serious games e, in ambito scientifico, potrebbe offrire nuovi strumenti agli appassionati di citizen science. Senza contare la possibilità di coinvolgere sempre più persone in queste dinamiche di scienza partecipativa.

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