Primo Levi: testimoniare per non dimenticare

“Meditate che questo è stato”, scrisse in una sua poesia Primo Levi. Un verso che riflette tutto il valore e l’importanza della memoria: non solo affinché ciò che è stato non si ripeta, ma anche e soprattutto perché l'impossibilità della rassegnazione all'orrore e alla sua realtà continui a restare custodita nel tempo di chi sopravvive.
Francesco Aiello, 27 Gennaio 2019
Micron
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Biologia e Comunicazione della Scienza

“Meditate che questo è stato”, si legge in una poesia di Primo Levi. Un verso che riflette tutto il valore e l’importanza della memoria: non solo affinché ciò che è stato non si ripeta, ma anche e soprattutto perché l’impossibilità della rassegnazione all’orrore e alla sua realtà continui a restare custodita nel tempo di chi sopravvive.
Per celebrare la Giornata della Memoria, oggi 27 gennaio 2019, abbiamo scelto di ripercorrere gli orrori del nazifascismo attraverso gli scritti e le opere di Primo Levi (1919-1987), chimico, sopravvissuto a Auschwitz e scrittore, in quest’ordine invariabile.
Lo scrittore piemontese, con le sue opere, interpreta perfettamente la Giornata della Memoria, cioè la necessità di non dimenticare. La sua scrittura è frutto infatti della sua esistenza, dei tremendi fantasmi del passato e della rabbia delle ferite subite che lo hanno spinto a voler raccontare subito ciò che era stato costretto a vivere. Scrivendo ha tentato di ricostruirsi, di ricostruire, di fare qualcosa di utile per l’umanità. E per farlo ha utilizzato tutti i vantaggi della sua condizione di scrittore anomalo, di scrittore venuto da un mondo lontano. Quello della chimica. Per Primo Levi la chimica è stata una disciplina scientifica e morale, un modello epistemologico e una professione.
Proprio la chimica è la scienza alla quale Levi dedica praticamente tutta la sua carriera professionale e anche quella che gli salvò la vita. La chimica attraversa tutte le quattro fasi della sua vita da giovane e poi da adulto. Prima della guerra, da studente. Durante la guerra è un chimico che lavora nell’industria. Con la deportazione è un chimico in un luogo particolare: in un campo di sterminio. Divenuto scrittore, la chimica ritorna nelle sue opere.
Per spiegare l’assurdità e l’abominio delle Leggi Razziali, lo scrittore e chimico torinese utilizza appunto la chimica e un elemento in particolare: lo zinco. Parlando della purezza di questo elemento, riflette sul fatto che la vita è costituita da impurezza. Quando è puro, questo elemento solitamente debole, oppone una tenace resistenza agli acidi. Levi ci ricorda che in natura la purezza è morte, è cenere, mentre per analogia lo sterco, il rifiuto, ciò che è impuro, contribuisce alla vita.
«Perché la ruota giri», scrive a un certo punto, «perché la vita viva ci vogliono le impurezze, (…) ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale».
Ecco che in Levi la letteratura diventa opposizione al pensiero dominante, rivolta pacata e intransigente: la letteratura svela una verità intima e capovolge la visione classica e edulcorata relativa alla purezza. Levi, in quanto ebreo, quindi diverso e impuro agli occhi della società fascista dominante, attraverso il racconto e la lingua riesce a costruire e rivendicare con fierezza la sua impurezza, che diviene l’impurezza di chiunque, di qualsiasi sorta di diversità: egli edifica una nuova base per qualsiasi diritto alla diversità e alla vita.
Un concetto che Levi esplica anche meglio in un’intervista rilasciata a Philipp Roth qualche anno dopo: «Non vedo contraddizione fra il ‘radicamento’ e l’essere (o sentirsi) ‘un grano di senape’. Per sentirsi tale, cioè un catalizzatore, uno stimolo per l’ambiente culturale a cui si appartiene, un qualcosa o un qualcuno che conferisce sapore e senso alla vita, non c’è bisogno di leggi razziali né di antisemitismo né di razzismo in generale. Però è utile appartenere a una minoranza (non necessariamente razziale), ossia, in altri termini, non essere troppo puri. […] Possedere due tradizioni, come avviene per gli ebrei ma non solo per loro, è una ricchezza».
Levi nei suoi libri sa raccontare la storia della sua generazione. Una generazione che cresce all’ombra del fascismo, poi nelle drammatiche vicende della guerra, della lotta partigiana, della deportazione, del reinserimento nella faticosa ripresa del dopoguerra: è la storia esemplare di chi, partendo dalla concretezza del mestiere chimico, si autoeduca a capire le cose e gli uomini, a prendere posizione, a misurarsi, con una ironia ed una autoironia che non escludono la fermezza.
Se questo è un uomo, ha raccontato dell’indicibile cui ha assistito: il più grande misfatto che, probabilmente, l’umanità abbia mai commesso. L’Olocausto. È il racconto-documento che Levi scrive di getto, tra la fine del 1945 e il gennaio 1947. «Un tuffo terribile – come scriveva qualche anno fa su il Corriere della Sera, Antonio Ferrari – nel desiderio di sapere, di vedere e di conoscere, a che cosa può portare l’abiezione, e l’ingresso in inferno dantesco.»
Le sue pagine svelano al mondo, con una prosa lucidissima e asciutta, la sconvolgente vergogna dei campi di concentramento, raccontata attraverso gli occhi di un uomo impegnato nel preservare la propria dignità sopravvivendo a una tragedia indicibile. «Auschwitz mi ha insegnato molte cose, è stata la mia seconda università, quella vera. Il lager mi ha maturato, non durante ma dopo, pensando a tutto quello che ho vissuto. Ho capito che non esiste né la felicità, né l’infelicità perfetta. Ho imparato che non bisogna mai nascondersi per non guardare in faccia la realtà e sempre bisogna trovare la forza per pensare», spiegherà in una delle sue interviste a Enzo Biagi. Leggere i testi del chimico piemontese è illuminante ma allo stesso tempo sconcertante perché in quell’inferno ha saputo trovare una flessibilità mentale, in grado di cercare sempre una via d’uscita. “Questa intelligenza laica, di grande spessore morale, anche aiutate dalla disposizione all’ironia, sono il suo lascito, ciò per cui ammirarlo”, ha spiegato in una recente intervista Robert Gordon dell’Università di Cambridge.
Scrive lo stesso Primo Levi che la sua scrittura scaturisce dalla necessità che la memoria non vada smarrita, e soprattutto da «l’impossibilità di rassegnarsi al fatto che il mondo dei lager sia esistito, che sia stato introdotto irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono e quindi sono possibili».
Il fatto che sia accaduto non azzera, anzi moltiplica le probabilità che accada di nuovo. La memoria non è uno scudo di fronte al male. È una necessità, un dovere verso chi non c’è più. Ma di per sé non serve affatto, se non a risvegliare sentimenti inesprimibili. Spesso si dice che il ricordo di quegli anni spaventosi serve a tacitare le tesi e le argomentazioni di chi vorrebbe ridimensionare, circoscrivere quell’inferno sulla Terra. Ma il ricordo ha un valore ancora più importante: ci serve a sapere di noi, di come noi italiani isolammo e schiacciammo una minuscola parte di nostri fratelli. Di come, in una giornata di settembre del 1938, decidemmo di metterli ai margini, requisimmo i beni, li mortificammo e poi li consegnammo agli sterminatori.  E di come poi cercammo di cancellare quel crimine.  Il ricordo, poi non vuol dire solo guardare al passato per capire come eravamo ma serve per comprendere meglio come siamo ora. “Bisogna combattere, –  ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – senza remore e senza opportunismi, ogni focolaio di odio, di antisemitismo, di razzismo, di negazionismo, ovunque esso si annidi. E di rifiutare l’indifferenza: un male tra i peggiori.
Per questo con micron abbiamo deciso di organizzare una serata per rileggere il passato, per “meditare che questo è stato”.

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