Quando la discriminazione è doppia

Essere donna, scienziata e di colore è molto, molto difficile in un mondo fatto ancora di maschi bianchi e anche quando ci si riesce a fare carriera è molto probabile che si resti invisibili.
Romualdo Gianoli, 10 Ottobre 2020
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

Essere donna, scienziata e di colore è molto, molto difficile in un mondo fatto ancora di maschi bianchi e anche quando ci si riesce a fare carriera è molto probabile che si resti invisibili. Questa conclusione non è un’intuizione, ma il risultato di uno studio scientifico pubblicato sulla rivista di biologia Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, intitolato “A scientist like me: demographic analysis of biology textbooks reveals both progress and long-term lags”.

A un gruppo di scienziati e studenti di quattro università (tre statunitensi e una tedesca: Michigan State University, Auburn University, University of South Alabama e Università di Costanza) è venuto in mente di condurre un’analisi demografica sui nomi di scienziati e ricercatori citati nei sette più diffusi libri di testo di biologia, usati nei college americani per gli studenti che vogliono iscriversi a scienze o medicina e di incrociarli con il sesso e la ‘razza’ degli scienziati citati.
Così facendo sono stati analizzati più di 1.000 nomi lungo un ampio arco temporale: da quelli di personaggi storici come Charles Darwin e Gregor Mendel, fino a scienziati contemporanei come Jane Goodall e…sorpresa, è venuto fuori che per ogni donna citata c’erano ben sette uomini! Le donne di colore, invece, non erano presenti neppure una volta, in nessuna delle opere analizzate. Alla fine, complessivamente, le donne citate tra gli scienziati erano solo il 13% e solo il 6,7% appartenevano a etnie minoritarie non bianche. Insomma, questo vuol dire che se sei una ragazza americana di colore e hai intenzione di studiare biologia (un campo dove peraltro alle donne va meglio che in altri settori scientifici), ti rendi subito conto che avrai la vita difficile perché è ancora una faccenda per soli maschi bianchi.

A confermare questa sensazione è Cissy Ballen, ricercatrice alla Auburn University dell’Alabama e tra gli autori dello studio: «La biologia è ancora una disciplina molto ‘bianca’. Per esempio, non abbiamo trovato alcuna donna scienziata di colore in nessuno dei libri e quindi questi risultati non ci stupiscono». Tuttavia, l’analisi condotta sui nomi degli scienziati nei libri di testo (e sulle date di pubblicazione delle loro ricerche) ha evidenziato anche una nota positiva, almeno in parte. Negli ultimi anni ci sono stati dei miglioramenti nella situazione perché si è manifestata una decisa inversione di tendenza, specialmente per quanto riguarda la presenza femminile e di uomini asiatici. Ciononostante (e arriviamo al perché la nota è positiva solo in parte), gli scienziati citati non sono rappresentativi della popolazione di studenti a cui si rivolgono i libri, particolarmente per quanto riguarda le etnie ispaniche e asiatiche, mentre le donne afroamericane continuano a non essere rappresentate del tutto.

Volendo andare un po’ più nel dettaglio dei numeri, gli autori dello studio hanno verificato che, per le ricerche pubblicate tra il 1900 e il 1999, solo il 9% degli scienziati citati erano donne e appena il 3% erano di colore. La situazione cambia tra il 2000 e il 2018 quando la percentuale delle donne citate fa un balzo al 25%, mentre quella riferita alle donne di colore sale solo all’8%. Alcune di queste cifre, in effetti, sono rappresentative di una reale trasformazione della società americana. Il numero di donne citate, infatti, è proporzionale alla presenza femminile nella forza lavoro accademica nel settore biologia e nel periodo temporale corrispondente, in accordo con i dati dei Science and Engineering Indicators della National Science Foundation americana. Ma, come si diceva poco fa, solo alcune di queste cifre indicano un reale miglioramento della situazione femminile perché, in realtà, le informazioni sul numero di donne di colore impiegate nel campo della biologia in ambito accademico, sono risultate del tutto mancanti!

I risultati dello studio pubblicato a giugno sono, dunque, a dir poco in chiaroscuro perché se è vero che c’è stato un miglioramento per quanto riguarda la presenza di figure femminili nei libri di testo di biologia, è altrettanto vero che lo stesso non è accaduto per quelle di colore. E c’è un altro punto molto critico: i numeri individuati mostrano che la composizione degli scienziati riportati non è neppure rappresentativa della molto più diversificata composizione dell’attuale popolazione studentesca. Gli autori dello studio hanno approfondito questo aspetto e basandosi sui cambiamenti riscontrati tra il 1900 e il 2000, hanno provato a estrapolare una tendenza futura per quanto riguarda le citazioni di scienziati. Ciò che hanno scoperto non è incoraggiante: con questo tasso di cambiamento, alle menzioni nei libri di testo occorreranno decine di anni, se non addirittura secoli, per rispecchiare la reale composizione delle classi in termini razziali e di genere. Più precisamente i ricercatori stimano, per le citazioni, 28 anni per mettersi al passo con l’effettivo numero di donne scienziate, 50 anni per gli scienziati asiatici, 30 per quelli ispanici e addirittura 500 anni per quelli afroamericani! Per quanto riguarda le donne afroamericane, non essendo mai state menzionate nei libri, non si possono fare previsioni.

 Secondo un’altra autrice dello studio, Marjorie Weber della Michigan State University, la questione della corrispondenza tra la varietà della popolazione studentesca e quella degli scienziati proposti dai libri di testo è tutt’altro che secondaria perché: «vedere una varietà di modelli tra gli scienziati può avere un enorme impatto sulle giovani menti. Ogni studente dovrebbe avere l’esperienza di vedere di persona che gli scienziati possono essere come loro e che essi stessi possono diventare, a loro volta, degli scienziati». Queste riflessioni hanno spinto gli autori a rivolgere un appello agli editori, perché mettano maggiormente in risalto la diversificazione razziale e di genere tra le figure di scienziati proposti nei libri di testo.

 Per Cissy Ballen, un fattore determinante nel creare la situazione distorta che abbiamo davanti è l’impostazione della maggior parte dei libri di testo di biologia come una storia della scienza nella quale, «dal 1600 al 1900, nessuna donna è stata menzionata nei libri esaminati. Sono 300 anni di soli uomini bianchi». Al contrario, i libri di testo di biologia dovrebbero essere scritti ponendo maggior enfasi sull’illustrazione dei concetti attraverso esempi contemporanei anziché storici perché, continua, «quando guardi esempi contemporanei ottieni maggiore diversità». L’ideatore dello studio, Ash Zemenick, postdoc alla Michigan State University e fondatore del progetto Biodiversify per promuovere linclusività e la diversità nelle classi di biologia, è convinto che si possa intervenire per cambiare questo stato di cose perché: «sappiamo da molto tempo che ci sono enormi divari in termini di diversità, equità e inclusione nelle disciplineSTEM e diversificare i modelli di ruolo nei libri di testo è una cosa facile da fare, tra la miriade di cambiamenti necessari».

 Anche da quest’altra parte dell’Atlantico vi è consapevolezza delle molte criticità circa parità di genere e inclusività che affliggono l’insegnamento della biologia e, potremmo dire, delle scienze in generale. Non a caso Rahma Elmahdi, ricercatrice associata onoraria per luguaglianza, la diversità e linclusione presso lImperial College di Londra, ha affermato che anche nel Regno Unito è noto che i dati demografici presentati nei libri di testo fanno riferimento in gran parte a scienziati maschi e bianchi e non riflettono la reale composizione delle classi. Secondo Elmahdi è necessario iniziare ad agire quanto prima per affrontare questa incongruenza, «se non vogliamo escludere ancora un’altra generazione di scienziati di talento». Un timore più che legittimo visto che è già stato dimostrato che ci vorranno generazioni per colmare il gap delle donne in fisica, sicché sarebbe il caso di evitare lo stesso scenario anche per la biologia.

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