Quando l’ambiente diventa costruttore di pace

L’'environmental peacebuilding' è un approccio che pone alla base dei suoi sforzi la possibilità di sanare situazioni di conflitto in territori in ostilità, partendo dalle politiche ambientali i cui problemi, essendo indifferenti a confini, legislazioni diverse o conflitti etnici e religiosi, necessitano l’adozione di una prospettiva a lungo termine.
Valentina Daelli, 28 Aprile 2017
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Non è raro che i conflitti tra comunità o nazioni siano legati a doppio filo con la gestione delle risorse ambientali.
Pensiamo a un territorio afflitto da una lunga guerra, con bombardamenti che distruggono campi e foreste, corsi dei fiumi deviati, sorgenti o falde acquifere inquinate. I vuoti di governo che spesso accompagnano le guerre possono lasciare la strada aperta a uno sfruttamento incontrollato e distruttivo dell’ambiente, che impoverendosi contribuisce a rendere difficile la vita di chi dipende dalle sue risorse. E d’altra parte in alcuni casi è proprio la difficoltà a gestire risorse ambientali limitate a inasprire le relazioni tra comunità confinanti.
Eppure l’ambiente può anche giocare un ruolo completamente diverso, diventando una chiave per superare tensioni politiche.
Negli ultimi decenni ha iniziato a diffondersi l’idea che la cooperazione ambientale potesse essere uno strumento efficace nella costruzione di un processo di pace.
La logica alla base di questo approccio – che prende il nome di environmental peacebuilding – è che i problemi ambientali sono indifferenti a confini, legislazioni diverse o conflitti etnici e religiosi, e per affrontarli è necessario assumere una prospettiva a lungo termine. Un fiume inquinato, una siccità o la diffusione di un’infezione che colpisce le coltivazioni sono problemi che possono danneggiare comunità confinanti, anche in ostilità tra loro. Un progetto di cooperazione a livello ambientale può contribuire ad aumentare la fiducia, stabilire l’abitudine a collaborare e a creare un senso di identità condiviso che parte proprio dalle risorse naturali. Sono esempi di questo approccio i peace park (parchi della pace), o aree di conservazione transfrontaliera: si tratta di aree protette che si trovano a cavallo tra più nazioni, e al cui interno sono aboliti i confini politici tra Stati. La gestione condivisa di queste aree può svolgere un ruolo nella pacificazione di un conflitto, come è avvenuto per il peace park della Cordillera del Condor, tra Ecuador e Perù.
Un articolo pubblicato su Trends in Ecology & Evolution descrive una di queste esperienze di environmental peacebuilding, che ha visto coinvolte in un progetto di conservazione ambientale diverse comunità in Medio Oriente.
L’idea è nata circa 35 anni fa, quando Yossi Leshem, un ornitologo dell’Università di Tel Aviv, in Israele, ha iniziato un progetto per la conservazione delle popolazioni di uccelli nella regione. Per la sua posizione, Israele è un paradiso per questi animali, perché si trova proprio su una delle più importanti rotte migratorie.
Ogni anno il territorio è attraversato così da centinaia di milioni di uccelli che si spostano tra l’Europa, l’Asia e l’Africa e che si fermano in Israele per una breve sosta, per rifocillarsi durante il viaggio. Il passaggio lungo questa “autostrada migratoria” non è però senza rischi.
Per proteggere le coltivazioni dai roditori, molti contadini israeliani utilizzavano infatti pesticidi tossici, che finivano per avvelenare anche alcuni uccelli migratori che si nutrivano dei roditori. La sfida era quindi di quella di evitare l’utilizzo di sostanze tossiche per gli uccelli migratori, garantendo però ai contadini la possibilità di non avere i campi invasi dai topi.
E se la soluzione arrivasse proprio dagli uccelli? Leshem ha coinvolto un gruppo di contadini della Beit Shean Valley, nel Nord di Israele, convincendoli a installare nei loro campi una serie di nidi artificiali per attirare barbagianni e gheppi, predatori naturali dei roditori che minacciano le coltivazioni.
Quando i rapaci hanno iniziato a utilizzare i nidi e a popolare così le fattorie, i contadini hanno potuto smettere di utilizzare pesticidi per eliminare topi e ratti. Il coinvolgimento dei contadini israeliani non era però sufficiente: gli uccelli migratori infatti non rispettano i confini nazionali, e l’uso di pesticidi era diffuso anche tra i coltivatori dei vicini territori palestinesi e giordani. Il passo successivo è stato quindi quello di includere anche questi nuovi attori nel progetto, che ha preso il nome di “Birds Know No Boundaries” e ha portato alla costruzione di 3000 nidi artificiali in Israele, e 220 tra la Giordania e i Territori Palestinesi. Il successo dell’iniziativa ha avuto varie forme: sul piano ambientale, le popolazioni di barbagianni sono cresciute, e molti contadini hanno ridotto l’uso di pesticidi tossici, senza compromettere la produttività delle coltivazioni. Ma al tempo stesso c’è stata una ricaduta anche a livello umano: a partire dal 2002, i contadini israeliani, giordani e palestinesi coinvolti nel progetto si incontrano regolarmente nel corso di seminari e hanno l’opportunità di condividere le proprie esperienze.
“Il progetto è continuato senza interruzioni”, spiegano nell’articolo i ricercatori, “persino durante i periodi di conflitto nella regione”.
Perché queste iniziative possano funzionare, secondo gli autori dell’articolo, è necessario agire a vari livelli. A partire dalle comunità locali, che diventano protagoniste fondamentali del processo. È qui infatti che possono nascere il dialogo e la fiducia su cui basare i processi di pace decisi dai governi.
E la sfida posta da un problema ambientale può fornire alle comunità in guerra un esempio efficace di come la cooperazione possa essere vantaggiosa per entrambe le parti, senza il bisogno di toccare questioni delicate che sono alla radice delle ostilità. Ma il progetto non può fermarsi a livello locale, ed è altrettanto importante l’impegno dei governi nazionali, fondamentali per fornire le risorse economiche e umane a sostegno delle iniziative. Un terzo pilastro per il loro successo è rappresentato dalla comunità internazionale, ricordano gli autori dell’articolo, che dovrebbe svolgere il ruolo di una piattaforma neutrale di incontro tra le realtà in conflitto tra loro.

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