Quando toccammo il fondo

Esattamente sessanta anni fa lo svizzero Jacques Piccard e l’americano Donald Walsh sfiorarono gli 11.000 metri di profondità della Fossa delle Marianne a bordo del batiscafo ‘Trieste’. Furono i primi uomini a essersi spinti così in profondità, raggiungendo quegli abissi inesplorati e avvolti nella leggenda.
Micron
Di sconosciuto - http://www.history.navy.mil/photos/images/h96000/h96797.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46839
Micron
Giornalista scientifica

L’anno scorso è stato “l’anno della Luna”, del cinquantesimo anniversario dello sbarco sul nostro pallido satellite. Ma se le immagini dell’Apollo 11 in partenza e dei primi umani che saltellano sulla Luna con le ingombranti tute bianche sono ormai stampate nella memoria collettiva, non si può dire lo stesso di un altro traguardo scientifico altrettanto avventuroso e al limite delle possibilità umane, di cui oggi ricorre il sessantesimo anniversario: l’esplorazione dell’abisso più profondo, la fossa delle Marianne.

È il 23 gennaio 1960, quando lo svizzero Jacques Piccard e l’americano Donald Walsh sfiorano gli 11.000 metri di profondità del Challenger Deep e tornano in superficie sani e salvi, a bordo del batiscafo Trieste. Sono i primi uomini a essersi spinti così in profondità, in quegli abissi inesplorati da sempre avvolti nella leggenda.

La loro è un’impresa incredibile che vede protagonisti uomini coraggiosi, ingegneri eccezionali, mezzi futuristici per l’epoca e che unisce il fascino dell’esplorazione all’interesse scientifico. E come ogni buona storia, anche questa è condita un pizzico di genio e follia: a progettare il Trieste fu lo stesso Jacques Piccard, insieme a suo padre Auguste. È infatti proprio da lui, dal fisico svizzero Auguste Piccard e dalle sue invenzioni che inizia questa storia. Perciò, prima di tuffarci negli abissi, dobbiamo fare un piccolo passo indietro nel tempo e spostarci dal Pacifico ad Augusta, in Germania.

All’inizio degli anni Trenta, Auguste Piccard ha un solo pallino: sollevarsi nella stratosfera e studiare gli stati ionizzati della materia, i raggi cosmici e la radioattività nell’atmosfera per fornire prove alle teorie di Albert Einstein. Sono anni che lavora all’impresa e insieme all’ingegnere tedesco Paul Kipfer ha realizzato una mongolfiera speciale, che al posto del solito cesto ha una cabina stagna di alluminio, pressurizzata e di forma sferica.

Il 27 maggio 1931 è tutto pronto e le condizioni meteo sono perfette: Auguste ha finalmente l’opportunità di realizzare il suo sogno. Lui e Paul Kipfer indossano i “caschi” – per la verità dei semplici cestini ricoperti internamente con della tela – fanno le foto di rito per i giornali che già sono allertati ed entrano nella cabina. Il piccolo Jacques non ha ancora compiuto nove anni e, mentre fissa incredulo il padre, un flash lo abbaglia. La mongolfiera prende piede, si alza verso il cielo e scompare alla vista. Diciassette ore più tardi, dopo essere stati dati per morti, i due tornano a terra sani e salvi: contro ogni pronostico hanno raggiunto i 15.781 metri di altezza. La loro impresa è un successo e Auguste diventa per tutti “l’uomo che ha sfidato la forza di gravità”. Mentre il piccolo Jacques si ritrova con un padre eroe, anzi supereroe.

Una volta conquistati i cieli, però, Auguste si accorge che avrebbe potuto utilizzare la stessa cabina, con qualche piccola modifica, per scendere negli abissi. Ed è qui che inizia la storia dell’esplorazione della fossa delle Marianne. Cinque anni dopo, nel 1937, Auguste è di nuovo al lavoro su altre sfide. È in Belgio, impegnato nella costruzione del primo prototipo di batiscafo vero e proprio: l’FNRS-2, un sottomarino in grado di raggiungere profondità superiori a quelle di qualunque altro modello militare fino ad allora costruito. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, però, mette in pausa il progetto per anni e Auguste riesce a fare la sua prima immersione con l’FNRS-2 solo nel 1948. Il suo batiscafo funziona e dopo poco viene venduto alla marina francese. Tutto sembra nuovamente finito, ma il destino finalmente dà a Jacques la possibilità di seguire le orme del padre.

Nel 1950, Jacques ha ventotto anni, lavora come economista a Trieste e da un’industria locale riceve un’offerta che non può rifiutare: gli viene chiesto di costruire un sottomarino analogo all’FNRS-2 del padre. Jacques non se lo lascia dire due volte e insieme al padre si mette immediatamente all’opera, apportando migliorie al progetto iniziale. Presto sarebbe nato il Trieste: il primo vero batiscafo indipendente, in grado di muoversi da solo, senza cavi che lo tenessero collegato alle navi. Il primo a ospitare al suo interno degli esseri umani: un vero gioiello d’ingegneria, tutto italiano. Eh sì, perché se i progettisti Jacques e Auguste sono svizzeri, tutti i pezzi del batiscafo Trieste vengono costruiti e assemblati in Italia, tra le città di Trieste, Terni e Castellammare di Stabia (anche se Trieste all’epoca entrava e usciva dai confini italiani).

Lo scafo, lungo 15 metri e diviso in comparti, viene costruito dal cantiere navale di San Marco dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Trieste. Mentre la Società delle Fucine delle Acciaierie di Terni si occupa di forgiare la cabina sferica, pesante 13 tonnellate e con un diametro di due metri, che avrebbe ospitato l’equipaggio di sole due persone.

Lo scafo del Trieste prevede 13 camere. Le due più esterne sarebbero state riempite di acqua marina per consentire l’immersione; mentre le camere più interne sarebbero rimaste piene di benzina: più leggera dell’acqua e, a differenza dell’aria, incomprimibile. Il fluido ideale per non rischiare di far implodere lo scafo in fase di discesa, per l’alta pressione. Due vani centrali sarebbero stati poi riempiti di nove tonnellate di pellet in ferro a fare da zavorra, che sarebbe stata poi rilasciata con un sistema di elettromagneti in fase di risalita. Infine un tunnel attraversava lo scafo per consentire di raggiungere la cabina di pilotaggio costruita assemblando due emisfere, forgiate e temprate in olio, e agganciata alla base dello scafo. La cabina sferica, completamente chiusa e isolata dall’esterno, avrebbe avuto un unico punto di contatto visivo con l’esterno: una piccola finestra di plexiglass, il nuovo materiale plastico immesso sul mercato appena una ventina di anni prima.

Agli inizi del 1953 i due pezzi del Trieste sono pronti per essere assemblati nel cantiere navale di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli. E il 16 agosto, il Trieste si immerge per la prima volta, scivolando nelle acque blu intenso di Capri. Tutto funziona a dovere: è ufficialmente il primo vero batiscafo al mondo, ma serve testarlo a profondità ancora maggiori.

Così padre e figlio partono alla volta di un’altra piccola isola del Tirreno, famosa per le sue gole marine: Ponza. I primi di settembre, la corvetta Fenice della Marina Militare Italiana entra nel porto di Ponza. La seguono il dragamine Giuggiolo e il rimorchiatore Audace, che traina un “marchingegno mai visto prima” dagli isolani – tutti pescatori e cacciatori – su cui svettano il tricolore italiano, la bandiera svizzera e lo stemma della città di Trieste.

All’alba del 30 settembre 1953, il Trieste viene portato a una ventina di miglia a largo, in direzione sud-est procedendo da Punta della Guardia. E alle ore 8.18 inizia l’immersione. Chi è rimasto in superficie conta i minuti, mentre il tempo scorre lentissimo, nel silenzio dell’attesa. Alle 10.40, due ore e 22 minuti dopo essere scomparso inghiottito dall’acqua, il Trieste riemerge. Il portello della torretta si apre. Jacques e Auguste Piccard sbucano fuori, sudati e tremanti, tra gli applausi scoscianti. I giornalisti riprendono l’evento e la notizia è ormai sulla bocca di tutti, passa nelle radio e sui giornali. Su La Stampa si scrive: “Auguste e Jacques Piccard sono scesi con il batiscafo Trieste, da essi ideato, a 3150 metri di profondità, facendo conquistare alla Svizzera, paese di monti e senza un litro di acqua salata, il primato mondiale di immersione”.

I due svizzeri confermano infatti di aver toccato il fondo (in realtà oggi sappiamo che il punto più profondo del Tirreno si trova a 3.785 metri di profondità). E aggiungono che dopo i 100 metri sono stati sempre avvolti dal buio, accompagnati solo da una serie di creaturine fosforescenti, di cui non sospettavano l’esistenza.

Padre e figlio hanno sfidato, e vinto, la morte con il loro prodigioso Trieste. Ma poco tempo dopo anche questo sottomarino viene venduto: nel 1958, la U.S. Navy lo acquista per 250.000 dollari. L’idea americana è quella di portarlo a esplorare ben altre profondità: la fossa delle Marianne.

Una volta ottenuto il batiscafo, alla marina militare americana serve anche un pilota ed è così che Jacques viene arruolato oltralpe per servire nel progetto Nekton. Il 5 ottobre 1959, il Trieste parte da San Diego alla volta dell’isola di Guam, la più grande delle isole della Micronesia, a strapiombo sulla fossa delle Marianne. Insieme a Jacques e al Trieste, arriva a Guam anche l’oceanografo e ufficiale dell’U.S. Navy Don Walsh, classe 1931.

Dopo 9 mesi e 64 immersioni di preparazione, il batiscafo Trieste è pronto per la discesa che lascerà tutti con il fiato sospeso. Se tutto va bene, Jacques e Don Walsh saranno i primi uomini a raggiungere il fondo delle Marianne e a tornare vivi in superficie. Ma se malauguratamente qualcosa andasse storto, se l’oblò si rompesse, i due non avrebbero nemmeno fatto in tempo ad accorgersi dell’eventuale danno: la morte sarebbe stata istantanea.

Il 23 gennaio 1960 l’immersione ha inizio. Alle ore 8.00 il portellone si chiude. Jacques e Don Walsh scendono le scalette che attraversano lo scafo, entrano nella capsula sferica e si preparano alla discesa. Dopo circa tre ore, toccano il fondo. La strumentazione di bordo segna 11.521 metri (oggi sappiamo che la profondità massima è di 10.902 metri). Sono i primi esseri umani ad arrivare laggiù. Intorno a loro c’è solo il buio pesto, acqua densa e fredda e un suolo fangoso. La luce dei fari ogni tanto illumina qualcosa: una “specie di sogliole o platesse, lunghe circa 30 cm e anche dei gamberetti. Il fondo chiaro e luminoso, come un deserto con qualche diatomea” diranno i due, mettendosi in contatto con la nave di supporto rimasta in superficie, con un sistema sonar. Jacques e Don Walsh restano venti minuti avvolti dagli abissi. Poi iniziano a risalire. Dopo cinque ore dall’immersione, alle 13.06, i due nuovi eroi sono in superficie. Sono arrivati dove nessuno fino a quel momento ha mai osato. E lì nel punto più profondo dell’oceano, aggrappato alla prua del batiscafo Trieste, è arrivato anche un oggetto: un orologio da immersione. È il Deep Sea Special della Rolex: all’emersione è ancora integro e funzionante. L’azzardata campagna di marketing è un successo. Due giorni dopo Jacques Piccard scrive un telegramma alla casa svizzera di Ginevra che aveva scommesso sulla sua impresa: “lieto comunicarvi vostro orologio preciso a 11.000 metri come alla superficie. Migliori saluti, Jacques Piccard”.

Oggi del Trieste rimane solo la sua cabina sferica pressurizzata, attualmente conservata all’U.S. Navy Museum di Washington. E l’impresa di Jaques Piccard e Don Walsh è rimasta ineguagliata fino al 26 marzo del 2012, quando il regista del “Titanic” James Cameron scese in solitaria a bordo del nuovissimo Deepsea Challanger, costruito da un’équipe australiana e dal Jet Propulsion Laboratory, per raccogliere campioni e – come ci si può aspettare da un regista – filmare il profondo blu salato.

Negli ultimi 70 anni abbiamo compreso molto meglio la fossa delle Marianne. Abbiamo calcolato la sua massima profondità reale, 10.994 metri, e grazie alle spedizioni del ROV Deep Discover della NOAA abbiamo scoperto una serie di strane creature che popolano quegli abissi. Come il “pesce fantasma”, un liparide più simile a un’anguilla dal corpo affusolato e con pinne morbide ricoperte di sensori gustativi con cui assaggia l’acqua o meduse fosforescenti come la “medusa aliena” del genere Crossota. E ovviamente gli anfipodi come l’Hirondellea gigas. Ma abbiamo anche scoperto che, prima ancora di doppiare l’impresa di Piccard e Walsh, abbiamo raggiunto quelle profondità con la plastica. Oggi, nello stomaco degli abitanti di quello che dovrebbe essere il punto più remoto della Terra, c’è plastica.

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