Quel grido di suor Arcangela

Tarabotti, suor Arcangela. Sì, era una monaca. E, come spesso accadeva nel Seicento era entrata in convento per costrizione e non per convinzione. La grandezza di Elena Cassandra Tarabotti sta proprio in questo: nell’aver gridato al mondo l’ingiustizia della sua infelice prigionia con una serie di testi che misero a nudo il potere maschile e le sue vesti ipocrite assunte persino nella laica e liberale Venezia. Il suo grido di libertà e di dignità venne sentito nella società del Seicento. E fu così forte che ancora oggi ha da dire qualcosa.
Pietro Greco, 16 Luglio 2020
Micron
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Giornalista e scrittore

Artemisia Gentileschi è stata una grande pittrice della scuola di Caravaggio che ha operato nella prima metà del Seicento. Ha conosciuto Galileo ed è stata tra le prime a trasferire su tela la sua fisica del moto. Artemisia acquisì grande fama in tutta Europa, ma va ricordata anche per il fatto che fu stuprata da un pittore che credeva amico ed ebbe il coraggio di denunciarlo pubblicamente. La pittrice nata a Roma nel 1593, morì a Napoli nel 1654.

Un quarto di secolo dopo, nel 1678 per la precisione, si laureò a Padova in filosofia Elena Lucrezia Cornaro Piscopia: prima donna nella storia dell’Europa e, in qualche modo, del mondo. La Chiesa pose il veto sulla possibilità che si laureasse in teologia: no, una donna non può diventare dottore nelle discipline divine. La laurea in filosofia fu un ripiego per cause di forza maggiore. Grande tuttavia furono la meraviglia e l’ammirazione che Elena Lucrezia suscitò non solo nella sua città, Venezia, ma anche nel resto d’Italia e nell’intero continente. Tutti e in tutta Europa parlavano, in quella seconda parte del XVII secolo, di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia e della sua straordinaria dottrina.
Artemisia ed Elena Lucrezia non furono due fiori, splendidi, in un deserto. Al contrario, sono esempi, forse i più famosi, di una crescita non impetuosa ma importante dell’affermazione delle donne nel secolo che molti in Italia chiamano “di ferro” e che altrettanti a cavallo della Manica chiamano “d’oro”.

Eppure Benedetto Croce scrive, nel 1929, su La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia, da egli stesso diretta, un saggio intitolato Appunti di letteratura secentesca inedita o rara. X. Le donne letterate nel Seicento, in cui afferma in maniera perentoria: «La società del Seicento è senza alito di muliebrità».  Le poche donne che scrivevano nel XVII secolo, sostiene Croce, lo facevano nei conventi e per proporre rime e canzonette a carattere spirituale.

Non è così. Nella società del Seicento spira forte un alito di muliebrità. Non solo in pittura o in filosofia (e teologia), come dimostrano Artemisia ed Elena Lucrezia, ma anche in letteratura. Diverse sono le figure femminili che esprimono forte e chiara una domanda crescente di partecipazione in prima persona alla vita intellettuale nel secolo ha inaugurato la cultura di massa.

Nessuna più di suor Arcangela, al secolo Elena Cassandra Tarabotti, ha espresso con maggior forza e maggiore chiarezza questa rivendicazione di parità di genere. Si tratta di una veneziana – peraltro citata da Benedetto Croce – nata nel 1604 e venuta a mancare nel 1652 – diventata monaca suo malgrado.  Come spesso accadeva in quei tempi, era entrata infatti in convento per non per convinzione ma per costrizione. Ricordiamo, a puro titolo di esempio, che Galileo mise in convento le sue due figlie femmine, Virginia e Livia, avute fuori dal matrimonio con Marina Gambi. Per la cronaca: Virginia accettò la condizione monacale, mentre Livia non perdonò mai il padre di averla ridotta in convento.
Ebbene, la grandezza di Elena Cassandra Tarabotti sta proprio in questo: nel non aver mantenuto la sua insoddisfazione in ambito familiare, ma nell’aver gridato al mondo l’ingiustizia della sua infelice prigionia con una serie di testi che misero a nudo il potere maschile e le sue vesti ipocrite assunte persino nella laica e liberale Venezia.

Elena Cassandra Tarabotti era nata, come abbiamo detto, a Venezia, nel sestiere Castello, da Maria Cadena e Stefano Tarabotti. Era la maggiore tra le sei figlie femmine in una famiglia che contava anche cinque figli maschi. Nacque con il destino segnato: come lei stessa scriverà era “zoppa” e dunque era una donna non “da marito”. Ecco, dunque, che nel 1617, all’età di tredici anni, contro la sua volontà venne chiusa dal padre nel vicino convento benedettino di Sant’Anna. Nel 1629 venne consacrata.
La ragazza era offesa e umiliata per la decisione del suo genitore, ma certo non domata. Sublimò la sua umiliazione e il suo rancore. Spese così la sua vita in quel convento che considerava una insopportabile prigione protestando non solo per la sua condizione, ma anche per quella di tutte le donne nella società veneziana, italiana, europea. La sublimazione dei suoi sentimenti fu metodica. Iniziò a studiare da autodidatta e scrisse sei libri, di cui quattro vennero pubblicati già nel corso della sua vita, grazie anche all’aiuto fattivo di Gian Francesco Loredano, il fondatore dell’Accademia degli Incogniti.

I suoi libri più importanti furono i primi. Colpisce il fatto che furono estremamente espliciti, già dai titoli: Tirannia paterna (pubblicato postumo, nel 1654, con lo pseudonimo di Galerana Baratotti); Semplicità ingannata, Inferno monacale. Sono altrettanti J’accuse non solo nei confronti del padre, che l’aveva confinata in convento sacrificando la sua libertà e i suoi sentimenti e calpestando la sua dignità di persona, ma sono accuse contro tutti i “padri padroni” del mondo. Il tono è durissimo inusitato. Il messaggio potente: “padre padrone” non hai il diritto di disporre del destino delle tue figlie.

Ecco dunque che il J’accuse si trasforma nella rivendicazione della libertà della donna (di tutte le donne) di cui non solo il suo ma tutti i “padri padroni” fanno strame. Ecco, dunque, che i suoi scritti diventano una potente rivendicazione della dignità della donna e una condanna senza appello delle disuguaglianze di genere. Così scrive Elena Cassandra Tarabotti:
Se quando nasce una figliuola al padre,
la ponesse col figlio a un’opra uguale,
non saria nelle imprese alte e leggiadre
 al frate inferior né disuguale;
o la ponesse fra l’armate squadre
seco o a imparar qualch’arte liberale:
ma perché in altri affar viene allevata,
per l’educazion poco è stimata.

Chiaro, no? Se il padre ponesse maschi e femmine sullo stesso piano, queste ultime potrebbero di mostrare di non essere in nulla inferiori ai fratelli. Ma ciò non avviene. E non a caso ciò che alle figlie viene negato per prima è l’educazione. Lo studio. La conoscenza. Lo strumento di gran lunga più potente per l’emancipazione.

Ma la critica di Elena Cassandra Tarabotti non si rivolge solo al padre (ai padri). Negli altri libri la sua critica diventa più generale: diventa sociale e persino teologica. Non è scritto da nessuna parte, dice suor Arcangela, che Dio pretenda il «far sacrificio di vergini rinchiuse a forza» e promuova «verginità del corpo imprigionato con la contrazione del cuore vagante». Io donna ho diritto a disporre del mio corpo come credo non come mi viene imposto. Io donna ho diritto a una libera sessualità.

Sul piano sociale, gli strali di Elena Cassandra Tarabotti si rivolgono alla società italiana e in particolare a Venezia, che si vanta della sua laicità ma non impedisce in alcun modo, anzi accetta con favore, il sacrificio delle vergini. Come è possibile tollerare tutto ciò? Ben altro, scrive la monaca per costrizione, avviene oltre le Alpi, nelle tante città e nazioni dove le donne hanno un ruolo sociale ben più dignitoso, anche se molto lontano dalla parità col genere maschile.  Sul piano teologico, suor Arcangela con grande coraggio rivendica la pari dignità delle donne davanti a Dio e alla sua Chiesa. Una pari dignità che, sostiene, viene negata.

Si potrebbe pensare che Elena Cassandra Tarabotti sia, come Artemisia Gentileschi ed Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, uno dei fulmini nel cielo buio e senza inquietudini della «società del Seicento [che] è senza alito di muliebrità». Ma non è così.  La protesta di Elena Cassandra uscì con tutta la sua veemenza dalle mura del convento. I suoi libri vennero pubblicati a cura del fondatore maschio dell’Accademia degli Incogniti. E, dunque, i loro contenuti vennero in qualche modo fatti propri o almeno tollerati, non condannati, anche da istituzioni culturali di chiara impronta maschile (nelle Accademie era vietato l’ingresso alle donne).
Il suo grido di libertà e di dignità venne sentito nella società del Seicento. E fu così forte che ancora oggi ha da dire qualcosa. A chi, beninteso, ha orecchie per ascoltare.

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