Raccontare il mutamento climatico: la “Climate fiction”

La climate fiction, nasce nel 2007. La definizione l’ha inventata lo scrittore e giornalista nordamericano Dan Bloom per descrivere un sottogenere della fantascienza che si occupa di raccontare le possibili conseguenze del cambiamento climatico. Oggi la cli-fi è diventato un genere letterario affatto residuale e molti si domandano se questi romanzi potranno salvare il pianeta.
Bruno Arpaia, 05 Giugno 2016
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Michael Beard, il protagonista del romanzo Solar, di Ian Mc Ewan, è un fisico dal brillante passato, divenuto però un burocrate della scienza, un cialtrone e addirittura un ladro di idee altrui: sfruttando le scoperte di un collega, si occupa di cambiamento climatico e lavora sul modo di ricavare energia dai processi di fotosintesi delle piante. Il mondo intero lo acclama come un genio e un benefattore dell’umanità. Anche Melissa, una delle donne con cui ha una relazione, lo ritiene un portento e vorrebbe condividere il suo mondo, interessarsi ai problemi di cui lui si occupa. Melissa, racconta Mc Ewan, «ammirava la sua missione [di Beard] e leggeva fedelmente ogni articolo sui mutamenti climatici. Una volta tuttavia gli disse che prendere l’argomento con la serietà dovuta avrebbe significato non pensare ad altro ventiquattr’ore su ventiquattro. Il resto diventava irrilevante, al confronto. Perciò, come tutte le persone di sua conoscenza, anche lei non era in grado di prendere la cosa seriamente, non fino in fondo almeno. La vita quotidiana non lo permetteva».
Ecco, il guaio è tutto qui. Di fronte all’enormità del problema, e contemporaneamente all’incalzare della vita quotidiana, la maggior parte delle persone non riesce a «prendere la cosa seriamente». E tuttavia, se la bomba atomica è stata la grande paura globale del Novecento, il cambiamento climatico è quella del XXI secolo.
Tutti ne parlano, molti lo temono vagamente, alcuni ne diffidano, altri si stringono nelle spalle; pochissimi, però, si prendono la briga di costruirsi un’opinione ragionata sull’argomento o, meglio ancora, di fare qualcosa. La difficoltà sta nel fatto che il dibattito scientifico sul riscaldamento globale è difficile da seguire, anche a causa dell’estrema incertezza, perfino fra gli scienziati, sulle reali conseguenze delle attività umane sul clima terrestre: abbiamo a che fare con complessità mai affrontate prima, con un’infinita di fattori in campo, e dunque con modelli ancora inadeguati, spesso incapaci di prevedere tutti i feedback possibili o lo stesso funzionamento di alcuni cicli vitali del pianeta. Così, molto spesso, notizie davvero sconvolgenti per il futuro nostro o dei nostri figli suscitano appena un brivido di timore e vengono immediatamente dimenticate.
Insomma, comunicare correttamente il cambiamento climatico è maledettamente difficile. Forse, però, si possono battere strade meno tradizionali della semplice “divulgazione scientifica”. Forse, per esempio, si possono scrivere romanzi. Io ci ho provato con un libro intitolato Qualcosa, là fuori, titolo che è anche un omaggio alle neuroscienze e a Enrico Bellone.
Di cosa parla il mio romanzo? In un periodo imprecisato tra il 2070 e il 2080, decine di migliaia di persone sono in viaggio in un’Italia quasi desertificata (dove, tra l’altro, il mare ha sepolto Venezia e Padova), per raggiungere la Scandinavia, diventata, insieme alle altre nazioni attorno al circolo polare artico (le cosiddette Norc, Northern Rim Countries: Groenlandia, Islanda, Canada, Alaska, Siberia russa…), il territorio dal clima più mite e favorevole agli insediamenti umani. Pagando profumatamente l’aiuto di guide, esploratori e sentinelle, dotati di carri serbatoio, carri di filtraggio, idrovore per tirar fuori acqua in profondità dai laghi e dai fiumi ormai asciutti, questi migranti attraversano una Svizzera che offre loro (a pagamento) un corridoio umanitario e il grande altipiano arido della Germania meridionale.
Negli anni precedenti, le ondate di immigrazione dovute alle guerre e ai cambiamenti climatici hanno spinto in Europa milioni di persone che prima si sono insediate in Italia e in Spagna e ora, cercando scampo dalla morte per fame e per sete, proseguono il loro viaggio verso Nord insieme a molti italiani ed europei. L’Unione europea ha fatto arretrare i confini di Schengen a quelli meridionali della Germania, fornendo derrate a prezzo politico alle nazioni del Sud Europa, poi, quando l’invasione è diventata impossibile da contenere e gli stessi territori tedeschi e francesi hanno subito profonde devastazioni climatiche, si è rinchiusa nella fortezza scandinava, fondando l’Unione del Nord. Così, fra mille peripezie, i miei migranti ambientali arriveranno finalmente nella pianura costiera tedesca, che ormai ha un clima come quello dell’Africa mediterranea attuale, una terra di nessuno piena di derelitti che cercano la salvezza, poi ad Amburgo e a Lubecca semisommerse dall’acqua, da dove proveranno a imbarcarsi per arrivare in Svezia.
Per costruire gli scenari in cui i miei protagonisti si muovono, da Napoli a Stanford, negli Stati Uniti, e poi in Germania e in Svezia, ho ripreso (spesso alla lettera) quelli delineati da Gwynne Dyer nel saggio Le guerre del clima, ma li ho attentamente confrontati con i rapporti dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) e dell’European Environment Agency, i quali, però, secondo numerosi scienziati del clima, peccano sistematicamente per difetto (non per malafede, bensì perché possono lavorare solo su dati unanimementeaccettati). Ho tenuto perciò conto del parere di molti scienziati, come James Hansen e Dennis Bushnell della Nasa, o di quello dello Oxford Earth Science Department, oppure di quello di molti altri studiosi, autori di libri più divulgativi come James R. Flynn, David Keith, Bill Streever o Laurence C. Smith.
Un’operazione, dunque, spero scientificamente documentata, ma che ha il vantaggio di parlare alle emozioni del lettore. E mentre scrivevo, mentre anch’io, come i miei personaggi, soffrivo la fame, la sete, la fatica e l’umiliazione della migrazione, mentre subivo anch’io gli sconvolgimenti sociali e politici che il mutamento climatico inevitabilmente porta, ho scoperto che, a mia insaputa, era nato un nuovo filone letterario, che aveva fatto il suo ingresso nel mondo nel 2007: la climate fiction.
La definizione l’ha inventata lo scrittore e giornalista nordamericano Dan Bloom per descrivere un sottogenere della fantascienza che si occupava di raccontare le possibili conseguenze del cambiamento climatico. Così, per analogia con la sci-fi, l’abbreviazione inglese della science fiction, è nata la cli-fi.
Poi, quando la scrittrice canadese Margaret Atwood ha ritwittato la nuova definizione ai suoi 500.000 followers, le case editrici hanno iniziato a occuparsi della climate fiction come di un fenomeno con dignità propria, sempre più autori hanno cominciato a scrivere romanzi in questo solco, mentre in America e in Europa sono nati corsi universitari e progetti di ricerca dedicati al suo studio. Oggi, ormai completamente emancipata dalla fantascienza, la cli-fi può vantare un frequentatissimo hashtag su Twitter, due liste create dai lettori su Goodreads e parecchi gruppi su Facebook. In questo senso, è un fenomeno letterario completamente attuale, diventato un genere a sé stante grazie ai social network.

LA CLI-FI: UN’OPPORTUNITÀ PER SAPERE DI PIÙ SUL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Naturalmente, la cli-fi non nasce dal nulla. Jules Verne non lo sapeva, ma molti suoi libri appartengono a pieno titolo al genere. E ovviamente James G. Ballard ne è il vero antesignano novecentesco. Oggi, fra i «grandi nomi» che a volte scrivono cli-fi, ci sono Margaret Atwood e lo Ian McEwan di Solar, ma una ricerca sulla climate fiction su Amazon restituisce quasi 1.500 titoli già pubblicati. Nemmeno il cinema e la serie televisive sono estranee all’ascesa del genere: basti pensare al mondo affamato e sferzato dalle tempeste di polvere della prima parte di Interstellar, o a Wall-E, o perfino a certi episodi di Game of Thrones. Intanto, la Hbo sta trasformando in una serie la trilogia di MaddAddam della Atwood, pubblicata in Italia da Ponte alle Grazie.
Insomma, il successo del genere è enorme e, dicono le case editrici nordamericane, è ancora più rilevante tra il pubblico dei più giovani, i cosiddetti young adults. Restano da capire le ragioni di questo boom. Ma non è poi così difficile: la cli-fi ci offre l’opportunità di sapere di più sul cambiamento climatico attivando la parte emozionale di noi stessi. «Vivere» attraverso un romanzo l’innalza mento del livello del mare a New York, oppure partecipare con i protagonisti di un racconto a una tragica migrazione climatica in una Germania desertificata, ci colpisce dritto al cuore e, grazie all’empatia con i personaggi, ci immerge nelle complesse questioni scientifiche che sono alla base degli avvenimenti narrati, dalla quantità massima di anidride carbonica «tollerabile» nell’atmosfera al metano contenuto nel permafrost, dal tasso di scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia a quello di acidità dei mari. Senza trascurare il rovinoso impatto dei mutamenti climatici sulla società, sull’economia, sulla politica mondiali: migrazioni, guerre per l’acqua, approfondimento delle differenze economiche, democrazie traballanti, e via di questo passo. Mentre leggiamo, sentiamo la polvere, la fame, la sete come se (sono queste le due paroline magiche di ogni narrazione, come se) fossimo noi a viverle.
È il grande potere delle storie, il modo più antico e più efficace che l’umanità abbia inventato per trasmettere esperienza. Oggi sappiamo anche che questa capacità delle narrazioni di colpirci al cuore dipende dalla struttura stessa del cervello, dai neuroni specchio, dal fatto che la nostra materia grigia è “una macchina di futuro” evolutasi grazie al fatto di avere acquisito la capacità di raccontare storie anche a noi stessi.
Ma non basta. Rispetto alle distopie di gran parte della fantascienza tradizionale, quelle raccontate dalla climate fiction sono spesso ambientate in un futuro più prossimo e molto più legato alla realtà contemporanea. Margaret Atwood, sempre lei, ha detto che, in fondo, si tratta di speculative fiction, di romanzi speculativi, congetturali, che offrono al lettore una visione di ciò che potrebbe accadere qui, sul nostro pianeta, o addirittura di ciò che sta già accadendo, sebbene in molti non se ne accorgano.
Un’altra differenza importante rispetto alla fantascienza è che gli scenari immaginati dalla cli-fi derivano spesso da un attento studio della produzione scientifica sull’argomento, senza indulgenti concessioni «apocalittiche». Come ha di recente spiegato lo scrittore Fabio Deotto, «immaginare un mondo futuro è relativamente facile; immaginarne uno plausibile richiede preparazione; immaginarne uno che sia addirittura probabile, invece, richiede un ostinato lavoro di ricerca». Naturalmente, aggiungiamo noi, bisogna essere capaci di trasformare queste acquisizioni scientifiche in visioni, inserendole poi in un intreccio avvincente, con personaggi credibili, e cercando al tempo stesso di essere comprensibili, ma senza rinunciare alla complessità. Per nulla facile.
E tuttavia, almeno negli Stati Uniti, finora sono in molti a esserci riusciti.
Qualche nome? Karl Taro Greenfeld, T. C. Boyle, Paolo Bacigalupi, Sarah Crossan, Jeff Vandermeer o Karen Traviss. Tanto che recentemente la rivista The Athlantic si è addirittura chiesta se i romanzi appartenenti al genere della climate fiction riusciranno a salvare il pianeta, sensibilizzando finalmente le grandi masse e gli uomini politici ai problemi del cambiamento climatico.
Certo, l’eventualità di un mondo affamato, assetato e sconvolto dalla violenza come quello che descrivo nel mio romanzo non è attraente. Eppure, a questo punto, è altamente probabile. La conferenza di Copenaghen del 2009 aveva invitato i paesi partecipanti a mantenere l’aumento della temperatura globale sotto i due gradi centigradi. Verosimilmente, non si riuscirà neppure a rispettare quel limite. Nel frattempo, moltissimi prestigiosi scienziati sostengono che anche quella soglia è insufficiente e che, nel caso che non vengano prese misure adeguate, avremo un rialzo della temperatura media del pianeta di sei gradi e un innalzamento del livello dei mari di circa dodici metri per il 2100.
È vero: alla Cop21 a Parigi, per la prima volta 195 paesi hanno sottoscritto un accordo globale sul clima: a molti è sembrata una svolta, una vera e propria rivoluzione; e tuttavia, visto che gli impegni presi da ogni nazione a ridurre le emissioni di gas serra, comunque insufficienti (ben sopra anche l’aumento di due gradi), sono soltanto volontari; visto che, per di più, non esiste nessun organismo che abbia il potere di farli rispettare davvero, io temo che quella rivoluzione si trasformi in un fallimento. Spero che l’umanità non debba a un certo punto rendersi amaramente conto che quegli accorgimenti e quegli accordi erano serviti soltanto a dare alla gente l’im pres sione di avere un certo controllo sul proprio destino, ma non saranno bastati, anzi saranno stati completamente inutili.
Potrebbe essere una catastrofe se, come stanno ripetendo ultimamente Papa Francesco e Obama, non si farà subito qualcosa. Ma il Papa e Obama sono un’eccezione: loro non devono essere rieletti. Per quasi tutti gli altri uomini politici, il cambiamento climatico è una storia a cui si preferisce non prestare attenzione: i provvedimenti da adottare sarebbero troppo impopolari e farebbero perdere le prossime elezioni ad Afragola, a Casalpusterlengo, a Ivry-sur-Seine o a Stockville, Nebraska. Forse la climate fiction potrebbe dare una scossa. Forse «vivere», grazie ai romanzi, nei terribili mondi possibili in agguato dietro l’angolo potrebbe davvero aiutarci a evitarli.

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