Ricerca scientifica: possiamo fidarci dei risultati?

Oggi sono le pubblicazioni scientifiche che fanno lo scienziato, non sempre è la sua scoperta. La maggior parte dei ricercatori svolge il proprio lavoro rispettando un’etica ben precisa. Ma, complice il fatto che siamo nell’era dei computer dove quasi tutto ci è permesso, è facile cadere nella lusinga di modificare un’immagine, falsare un dato, copiare il lavoro di un altro, omettere un dettaglio. Esiste un antidoto per evitare tutto ciò?
Giulia Annovi, 26 Aprile 2016
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Oggi sono le pubblicazioni scientifiche che fanno lo scienziato, non sempre è la sua scoperta. Sui paper pubblicati si basa la sua possibilità di avanzare nella carriera, di avere un prestigio anche politico e soprattutto di ricevere finanziamenti. Università e centri di ricerca basano la propria credibilità sull’impact factor delle pubblicazioni prodotte, e premiano i ricercatori migliori in base allo stesso parametro.
La maggior parte dei ricercatori svolge il proprio lavoro rispettando un’etica ben precisa.
Ma, complice il fatto che siamo nell’era dei computer dove quasi tutto ci è permesso, è facile cadere nella lusinga di modificare un’immagine, falsare un dato, copiare il lavoro di un altro, omettere un dettaglio. La frode può avvenire nella fase della ricerca di fondi, in laboratorio o dopo, nel processo di revisione dell’articolo. Un revisore può chiudere un occhio per conflitti di interesse non dichiarati o per favorire reti di contatti o di amicizie. Un paio di indagini hanno permesso di stimare che circa il 2% dei ricercatori confessa che nel proprio lavoro è presente una qualche falsificazione o fabbricazione di dati o ammette di aver plagiato qualcun’altro. Ma, molti altri sono i ricercatori che hanno visto commettere questi atti eppure tacciono.
Proprio in questi giorni la Cina, una delle nazioni che recentemente è finita nell’occhio del ciclone per motivi di plagio, ha scritto una prima bozza di leggi per punire chi falsifica pubblicazioni scientifiche.
Tutto è iniziato con un editoriale apparso sul The Lancet nel 2015, che metteva in dubbio l’integrità della ricerca cinese e che ha provocato il ritiro di un centinaio di articoli. Un numero che potrebbe sembrare grande, ma che si ridimensiona se paragonato alla portata della ricerca cinese. Inoltre il fenomeno potrebbe essere rafforzato dal fatto che il sistema dei finanziamenti in Cina è legato all’attività di burocrati che spesso si fonda su conoscenze e amicizie, mentre il sistema dei laboratori ruota intorno al capo-direttore, che non viene mai smentito pena la perdita del posto di lavoro. Infine il fatto di essere un Paese in pieno boom economico, sposta gli investimenti verso le frontiere della ricerca che però sono scarsamente sostenute da norme o riflessioni etiche.
Il fenomeno infatti non riguarda solo la Cina. Un articolo di Grieneisen e Zhang del 2012 ha calcolato che, tra il 2001 e il 2010, il numero degli articoli scientifici ritirati a livello globale è aumentato di 20 volte, raggiungendo la quota di 600 pubblicazioni all’anno. E all’epoca l’accusa di cattiva condotta coinvolgeva 56 paesi.
Quello della trasparenza nell’ambito delle pubblicazioni scientifiche resta dunque un problema irrisolto a livello globale. Il sistema attuale sembra essere inadeguato per i tempi, anche perché i criteri nazionali che sono stati adottati finora non sono più sufficienti. Un terzo degli articoli pubblicati oggi, ha autori sparsi per il mondo e quindi è difficile verificare la solidità delle indagini.
Anche a un livello sovranazionale, come nella Comunità Europea, non c’è uniformità.
Un articolo apparso sul The Lancet ha messo a confronto i documenti ufficiali di 31 Stati facenti parte dell’Unione Europea, e solo Danimarca e Norvegia hanno messo in atto leggi e provvedimenti. Eppure l’Europa non è immune da casi di cattiva condotta in ambito scientifico. Uno dei casi più recenti e più eclatanti è quello di Macchiarini, che ha portato in clinica una tecnica di trapianto della trachea senza farla precedere da una robusta ricerca scientifica, con effetti devastanti sui pazienti arruolati. Le indagini, iniziate in Italia, si sono poi allargate a Svezia, Russia, Regno Unito.
La mancanza di onestà nella ricerca scientifica può avere ripercussioni cliniche, etiche e economiche.
Dal punto di vista etico, è solo l’intervento di chi si occupa di questioni politiche che può sciogliere i nodi, discutendo definizioni e competenze e imponendo regole. Negli Stati Uniti questo aspetto è particolarmente sentito, perché l’etica nell’ambito della ricerca è controllata da più istituzioni.
In ambito economico invece la disonestà ha pesanti ripercussioni nella ricerca di nuovi farmaci.
Nel contesto dell’industria farmaceutica tutte le indagini precliniche devono essere verificate, prima di procedere all’implementazione di un farmaco. Un’analisi di quanto accaduto in passato ha permesso di stimare che oltre il 50% degli studi preclinici non sono riproducibili. Questo contribuisce a bloccare lo sviluppo di nuovi farmaci, e soprattutto a sperperare nei soli Stati Uniti circa 28 miliardi di dollari, il 31% dei quali derivano da soldi pubblici. I problemi vanno dalla contaminazione delle linee cellulari usate nella ricerca, all’analisi statistica inappropriata fino alla vera e propria fabbricazione dei dati.
Esiste un antidoto per evitare tutto ciò? Lee Ellis, dell’Università del Texas, in un commento sul The Lancet propone una lista di 23 punti che le riviste scientifiche dovrebbero imporre al momento della pubblicazione. L’elenco punta ad aumentare le possibilità di verifica dei protocolli, a rafforzare l’elaborazione statistica dei risultati, a rendere i dati aperti e le pubblicazioni arricchite di materiali che possano essere commentati online, in una sorta di rete che permette il confronto, che lascia spazio al dubbio, che dà la possibilità di replica. Infine il lavoro del ricercatore dovrebbe essere enfatizzato non solo con l’impact factor, ma con una valutazione che attesti il suo contributo all’avanzamento della scienza. La possibilità di pubblicare anche i risultati negativi costituirebbe un valore aggiunto nella disseminazione di quegli indizi scientifici che poi portano all’avanzamento della ricerca.
Servirebbero poi pene più severe per chi inganna e protezione per chi denuncia. E infine non guasterebbero nuovi metodi di valutazione della ricerca capaci di andare oltre all’impact factor.
Kary Mullis, scopritore della PCR, la tecnica che ci ha permesso di studiare il genoma, aveva pubblicato su una rivista con scarso impact factor, ma la sua scoperta ha rivoluzionato la scienza.
Le linee guida apparse su PLOS aggiungono più attenzione all’attribuzione della paternità dell’articolo, un sistema che spesso penalizza i giovani che diventano ghost author, mentre vengono privilegiati autori stellati, che danno lustro alla pubblicazione.
E mentre le regole internazionali dovrebbero essere rinforzate, ciascuna università si dovrebbe dotare di regole chiare, capaci di assicurare l’integrità della ricerca. Infatti quando l’autenticità di una pubblicazione viene messa in dubbio dovrebbero essere ugualmente responsabili il ricercatore e l’istituzione in cui lavora.
E se fosse il caso di introdurre riconoscimenti per chi conduce la ricerca in modo onesto, nel rispetto del diritto degli esseri viventi sottoposti agli esperimenti e sfruttando nel modo migliore gli strumenti tecnologici che oggi abbiamo a disposizione? Questa è un’altra delle possibilità che vengono prese in considerazione in questo processo in cui la scienza riflette sull’etica della scienza.

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